Sempre e ancora poesia

Pubblicato: 14 ottobre 2010 in Letteratura
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di Antonio Spagnuolo

Parlare sempre di poesie è veramente cosa ardua per diverse ragioni. Innanzi tutto perché non si sa se il pubblico che legge, con tanta pazienza ed attenzione, è veramente interessato alla poesia, argomento questo che, nel mondo contemporaneo, tutto teso all’approssimazione, alla fretta, al menefreghismo, all’incultura, alla scostumatezza (e chi più ne ha più ne metta!), non sembra essere seguito con quella diligenza necessaria, sia per la comprensione dei testi, sia per il godimento intrinseco delle metafore. Ciò specialmente in Italia, a differenza degli altri paesi come la Russia o la Francia o anche la Germania, dove i poeti hanno un seguito di notevole spessore, con distribuzioni di centinaia e centinaia di volumi. Parlare ancora di poesia sembra allora, per noi, voler entrare in una dimensione alienante o iperuranea, nella quale ogni pensiero, ogni dettato, ogni frase cade nel nulla o nel fatiscente, perché il linguaggio si fa aperto e non evidenzia nulla di costruttivo o di tangibile, quasi che il poeta si allontani volontariamente dalla realtà quotidiana, per assentarsi in un limbo tutto personale, desideroso di aprire uno spiraglio profumato nel rimosso psicologico.

E’ chiaro invece che nel grande serbatoio del rimosso si scoprono tutte le implicazioni dell’esperienza sociale e storica, tanto che il raccordo tra privato e pubblico si mantiene praticabile ed efficace ai livelli più profondi e forse decisivi per una comprensione e distinzione da altro orizzonte, ove l’immaginazione si isola e si contestualizza in alchimie deformanti.

L’immaginazione accoglie sulla pagina tutto quello che viene pensato o, meglio, intuito, e apre dinanzi al poeta l’immensa distesa di una pianura dove uno possa scorazzare con estrema libertà , felice come un bambino che possa giocare con la parola o il suono che gli piace, senza dover rendere conto di quanto accade intorno.

Che cos’è la poesia? Facile a dirsi! A me piace immaginarla come un virus, ancora sconosciuto alla scienza, che si insinua nella psiche e corrode giorno dopo giorno le circonvoluzioni cerebrali, per penetrare nel subconscio e dettare quelle visioni ritmiche che il comune mortale non riesce ad elaborare se non nel verso. Una malattia capace di rendere immortale ogni pensiero e capace di manifestarsi nel caleidoscopico fulgore del fantastico. La poesia quindi è legata all’inconscio e l’inconscio è il luogo della poesia. Ma una così esplicita professione di fede psicoanalitica non si limita affatto al regime della poetica. Essa comporta da parte dello scrittore una vera e propria assunzione di contenuti e mitemi anch’essi di origine psicoanalitica: che a dirlo più chiaramente, entrano massicciamente nei  versi, fino a diventarne radice e sostanza, nel ben noto binomio di eros e thanatos, l’endiadi-opposizione di libido e morte, assunti per via di una estrema semplificazione, con un’intensità quasi aggressiva e sofferti per converso fino allo spasimo e allo sgomento: lo spasimo che  si aggrappa all’eros in nome della vita, lo sgomento di chi da esso regredisce, per stanchezza magari e sazietà, verso immagini vertiginose. Il poeta cerca di nobilitare l’ esperienza attraverso la poesia, andando alla ricerca di un senso. Ci riesce? Sì, ci riesce, perché il rapporto tra la sua esistenza e le “parole” viene offerto al lettore con sincerità, con dolore, con forza. Temi e lingua sono quasi “basici”, in altre parole il poeta non ha la pretesa di scrivere cose di grande impatto. Una quotidianità , che continua ad apparire  irrimediabilmente destinata a corredare una vita senza alte vette concettuali o di sentimento.

Nell’idea che siamo tutti scrittori oggi si entra in una terrificante alterazione letteraria, mentre invece la letteratura è luminoso specchio della vita di tutti i giorni, una cosa seria, altrimenti non varrebbe la pena che ci fossero cattedre universitarie e facoltà in cui si formano i giovani, per studiarla e coltivarla. L’aspetto industriale delle edizioni dalle più piccole editrici alle più importanti, conferma che si stampa in eccesso , un numero esagerato di copie, che rimangono in giacenza invendute, proprio perché purtroppo ancora oggi metà degli italiani legge appena appena un libro all’anno. Ecco lo spunto per parlarne  e sottolineare che al giorno d’oggi non si fa più poesia vera, perché troppe sono le proposte che vengono offerte da un sottobosco incapace, e la preparazione ad una poesia alta è trascurata specie nella scuola, ove i giovani in particolar modo sono sempre meno stimolati e sensibilizzati in tal senso. E’ un’occasione, allora, per il tramite di queste riunioni e presentazioni, di creare la possibilità di una chiacchierata da parte di esperti e studiosi verso gli esordienti, verso i giovanissimi e verso i profani in materia ma che,in qualche modo, ci auguriamo possano, almeno per brevi ore, essere toccati dalla nostra illusione poetica.
Desiderio e o solo speranza di trovare un appiglio, prima o poi, con questa cruda e spietata realtà. Ma questo è un discorso che ci porta lontano… Candide sono, infatti, le prospettive della poesia: la sua trasparenza, la sua obiettività, la sua mancanza di finalità che siano diverse dall’azione culturale, la sua purezza, il suo candore, la sua ingenuità, perfino, non sono in discussione. I poeti non sanno (o non dovrebbero sapere) che cos’è la malizia e la mancanza di lealtà, dovrebbero essere i bianchi paladini di una visione della cultura e della scrittura che non appaia insidiata né dalla corruzione morale né dalla macchia di azioni interessate e fraudolente. Il poeta è colui che si limita a riprendere, tematizzare, interpretare, chiarire, inquadrare orizzonti diversi, quegli che altri non riesce a puntualizzare. La scoperta di un senso ulteriore intorno a temi che sfuggono al dispersivo. Le vecchie idee in relazione ad una nuova idea cambiano in una sorta di entropia tendente a nuovo equilibrio che, pur contenendo quello precedente lo  trasforma nella sua essenza. Le parole della poesia sono candide e la nerezza dell’inchiostro con cui sono stampate dovrebbe essere soltanto il loro segno tipografico, non spirituale. Le parole del poeta sono candide e la loro natura ancora virgo intacta dal loro contatto con alcunché di negativo. Esse sono bianche e tali vogliono restare.

Il sacrificio più intelligente che possa chiedersi a un poeta: quello della rinuncia all’autocontemplazione, della riduzione assoluta dell’esibizione della propria maestria, della consapevolezza che ogni intelletto ha un limite oltre il quale non bisogna agognare. I cristalli sono ormai schegge di vetro, puntute e laceranti, e non gli appartengono più: appartengono al deserto paesaggio della illusione, ne costituiscono  i residui fatiscenti. Egli deve proporsi come gioco testamentario, e come gioco furioso, giocoso, egli potrebbe essere  luminoso programma di comunicazione, per saper dire l’indicibile, al di  là di una poetica del frammento, rintronata e dentellata, urtante e folgorante, che va informando, con una prospettiva inconsueta, sulla relazione opera-industria-culturale-produzione, sull’enorme buco, nero e profano, da cui escono guizzi, scintille dell’adorazione, dell’allegoria o del rifiuto.

La parabola stilistico esistenziale che riusciamo a carpire tra verso e verso dovrebbe sempre esere di una attualità sorprendente, che riflette con luminosi cambiamenti un percorso attento e sottile, una disincantata stesura capace di suggestionare ad ogni pagina: nulla di complicato o sfuggente che metta al rischio di immaginari attraversamenti degli spazi. La scrittura poetica, con una intensità del tutto personale e sensibilmente fascinosa, rompe l’isolamento dell’io ed invita al recupero del tempo, un’alterità che può essere mantenuta dal rapporto, nei confini di ogni brano, ove suoni e voci allestiscono la scenografia del tempo che trascorre, scomponendo lo scivolare delle polveri tra senso e senso. La poesia in genere è sempre il frutto di un incontro o di uno scontro tra l’io sprovveduto e assetato ed il mondo, agguerrito o sonnolento, tra l’io e la storia, con le occasioni multiple che ci condizionano o ci disorientano.

Un dato di coscienza della sostanziale solitudine dello scrittore, per il quale nessuno riesce ad attraversare una tessitura tale che lo scenario possa realizzarsi senza polverizzarsi in segregazioni o scommesse inconsistenti. Continuità del flusso del linguaggio e densità della rete, che si dispone tutto intorno al foglio bianco, propongono il mistero sempre vivo della poesia, che vive del fecondo narrarsi, scandendo l’isolamento o il deserto che l’autore incontra, entrando ed uscendo con disinvoltura dal sipario di ogni testo, per portare alla luce gli accordi scelti con preziosa cura ed essere costantemente sul filo delle pieghe. Vivere nella poesia allora potrà consolidare ogni tipo di riconoscimento filosofico della personalità.

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commenti
  1. Marzia Alunni ha detto:

    Il discorso è altamente condivisibile, c’è un regresso culturale che non deve però sfiorare la profondità della poesia. E’ importante comprendere che non tutto si gioca in un eterno presente senza storia, ma costruiamo, faticosamente, con rinunce a volte difficili, il volto dell’uomo futuro. Mi sembra particolarmente opportuno sottolineare la “purezza” della poesia. Proprio dal contrasto con altre attutudini umane essa riceve la sua nobilitazione, è “un inseguimento della fantasia a volo d’uccello” (Lenisa) che si protende verso i suoi potenziali lettori. Marzia Alunni

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