Cina: intervista a Noam Chomsky

Pubblicato: 29 novembre 2010 in Politica estera
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Tratto da Globalvoicesonline

Articolo scitto da Andy Yee

Bianca Baggiani

 

Il 13 agosto 2010 Noam Chomsky ha tenuto una lezione all’Università di Pechino. all’Università di Pechino.

Chomsky, uno dei maggiori intellettuali pubblici della nostra epoca, è famoso per il suo attivismo politico e i contributi alla linguistica e alla filosofia. L’intervento, intitolato Ai perimetri dell’ordine mondiale: continuità e cambiamento, ha trattato soprattutto delle due minacce prioritarie con cui l’umanità si sta confrontando: le guerre nucleari e il degrado ambientale.  Chomsky, oltre ad aver nuovamente sottolineato la sua visione critica nei confronti degli Stati Uniti, ha anche espresso le sue opinioni sulla Cina. Dal suo punto di vista, i Paesi emergenti come Cina e India hanno ancora molta strada da percorrere prima di poter realmente concorrere con l’America. Di particolare riguardo è il costo ambientale del modello di sviluppo cinese e i numerosi problemi interni e sociali ancora da affrontare. Recentemente, il Southern Metropolitan Daily ha pubblicato un’intervista. Ne pubblichiamo un estratto.

 

La maggioranza dei cinesi ha accettato la globalizzazione e negli ultimi trent’anni molti ne hanno beneficiato in maniera straordinaria, specialmente dopo l’entrata della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Ma sembra che lei non veda la globalizzazione di buon occhio.

Il progresso economico cinese ha poco a che vedere con la globalizzazione, deriva più che altro dal commercio e dalle esportazioni. La Cina, a poco a poco, è diventata un grande Paese esportatore e nessuno, me compreso, può essere contrario alle esportazioni: ma questa non è la globalizzazione. La Cina è diventata lo stabilimento industriale del sistema produttivo del Nord Est asiatico. Se si guarda all’intera regione, la si troverà molto dinamica. Il volume di esportazioni cinese è senz’altro enorme, ma qualcosa ci sfugge: l’export cinese dipende fortemente, a sua volta, dalle esportazioni di Giappone, Corea e Stati Uniti. Questi paesi forniscono alla Cina i componenti e le tecnologie high-tech e quest’ultima ne fa semplicemente l’assemblaggio, etichettando il prodotto finale come “Made in China”. La Cina ha conosciuto uno sviluppo molto rapido, seguendo politiche lungimiranti, ma mentre milioni di persone si stanno risollevando dai livelli di povertà, i costi sostenuti sono alti, vedi il degrado ambientale. Questi [invece di essere affrontati] vengono meramente trasferiti alle generazioni future. Gli economisti non si interessano a tali problematiche, ma questi sono costi che qualcuno dovrà pagare prima o poi: probabilmente saranno i vostri figli o nipoti a doverlo fare. Tuttavia, tutto ciò non ha niente a che vedere con la globalizzazione e l’OMC.

Ritiene che la crescita della Cina provocherà cambiamenti a livello mondiale? La Cina si troverà a giocare il ruolo per ora ancora in mano agli Stati Uniti?

Non credo e nemmeno lo spero. Sperate davvero di vedere una Cina con 800 basi militari marine, che invade e rovescia gli altri governi o commette atti terroristici? E’ quello che l’America sta compiendo attualmente. Penso che questo non potrà avvenire e non avverrà alla Cina. Nè me lo auguro. La Cina sta già cambiando il mondo. Cina e India insieme contano quasi il 50% della popolazione mondiale e stanno continuando il loro percorso di crescita e progresso. Ma, nello specifico, la loro ricchezza rappresenta ancora solo una piccola parte della ricchezza mondiale. Questi paesi hanno ancora molta strada da percorrere e problemi interni molto seri da affrontare, che spero con il tempo si vadano risolvendo. Non ha senso comparare le loro sfere di influenza a livello globale con quelle dei paesi industrializzati. La mia speranza è che possano esercitare qualche influenza positiva, ma questo è da valutare molto attentamente.  La Cina deve domandarsi quale ruolo voglia rappresentare nel mondo. Per fortuna, non sta interpretando il ruolo dell’aggressore con gran capitale di spesa militare ecc., ma le spetta un ruolo da interpretare. E’ un enorme consumatore di risorse, e questo ha i suoi pro e i suoi contro. Per esempio, il Brasile beneficerà economicamente dalle esportazioni verso la Cina, ma allo stesso tempo, la sua economia ne uscirà danneggiata. Per i Paesi che abbondano di risorse, come Brasile e Perù, uno dei problemi da affrontare è la loro dipendenza dalle esportazioni di materie prime, che non rappresenta un buon modello di sviluppo. Per cambiare il modello di sviluppo, devono prima risolvere i loro problemi interni e trasformarsi in produttori essi stessi, non rimanere unicamente esportatori di prodotti primari verso paesi produttori.

Il successo della Cina rappresenta una minaccia per le democrazie occidentali?

Proviamo a fare un paragone storico. La crescita degli Stati Uniti ha rappresentato una minaccia per la democrazia britannica? Gli Stati Uniti hanno gettato le loro fondamenta sul massacro della popolazione indigena e sul sistema dello schiavismo. Possiamo adattare questo modello ad altri paesi? Vorreste che la Cina seguisse questo esempio? E’ altresì vero che gli Stati Uniti si siano poi evoluti in un Paese, per certi aspetti, fortemente democratico, ma la sua democrazia non si è originata da questo modello, che nessuna persona dotata di raziocinio vorrebbe fosse imitato. La Cina sta progredendo, ma non vi è niente che possa dimostrare che il suo sviluppo interno si configuri come una minaccia per l’occidente. Non è lo sviluppo della Cina a rappresentare una sfida per gli Stati Uniti, ma la sua indipendenza. Su questo campo si gioca la vera competizione. E’ palese, leggendo i titoli dei giornali, che l’obiettivo attuale di politica estera statunitense si concentra sull’Iran. Il 2010 è stato ribattezzato “L’anno dell’Iran”. L’Iran viene dipinto come una minaccia per la politica estera degli Stati Uniti e per l’ordine mondiale. Washington ha imposto dure sanzioni unilaterali, ma la Cina non ha fatto lo stesso, non ha mai seguito l’esempio americano, ma al contrario, sostiene le sanzioni dell’ONU, più leggere in materia. Pochi giorni prima che partissi per la Cina, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti le ha rivolto un monito particolarmente interessante: Pechino deve assumersi le sue responsabilità a livello internazionale (cioè, obbedire all’ordine degli Stati Uniti). Queste sono le responsabilità dei cinesi a livello internazionale. Questo è un classico esempio di imperialismo: gli altri Paesi devono agire secondo le nostre richieste e, se non lo fanno, sono irresponsabili. Credo che i funzionari del Ministero degli esteri cinese devono essersi fatti una risata quando hanno letto il messaggio loro rivolto. Ma questa è la logica classica sottesa all’imperialismo. In questo senso, infatti, va letta la rappresentazione dell’Iran come minaccia, proprio per via del fatto che non segue le istruzioni americane. La Cina è una minaccia maggiore, perchè si profila un grosso problema quando una grande potenza rifiuta di obbedire agli ordini. Questa è la sfida lanciata agli Stati Uniti.

 

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