Archivio per la categoria ‘Attualità’

di Antonio Mazzeo

Pattugliatori, cannoniere e motovedette non saranno più sole nella guerra contro i migranti che bussano alle porte dell’Unione europea.

Christos Papoutsis, ministro greco alla “protezione dei cittadiniha annunciato in un’intervista alla Athens News Agency (ANA) che la Grecia pianifica la costruzione di una rete divisoria ai confini con la Turchia per impedire l’ingresso di immigrati illegali”.

La struttura presa a modello è quella del cosiddetto “muro della vergognaealizzato in California, Arizona, Nuovo Messico e Texas lungo la frontiera con il Messico: la barriera greco-turca sarà lunga 206 chilometri e dotata di sofisticati sensori elettronici e strumenti
per la visione notturna.
Uomini armati di tutto punto presidieranno 24 ore al giorno il muro di lamiere e filo spinato con l’ausilio di veicoli terrestri ed elicotteri. Per chi riuscirà a superare la nuova trincea militare tra la “civile” Europa e l’ignoto universo del Sud ci sarà la deportazione in uno dei tanti campi-lager che popolano i centri di frontiera dell’Unione.

In Grecia viene intercettato attualmente il 90% degli attraversamenti illegali dei confini dell’Unione europea, affermano i rappresentanti di Frontex , l’Agenzia per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli stati membri dell’Unione europea: Nella prima metà del 2010 sono stati registrati dalle autorità greche 45.000 attraversamenti illegali dei confini nazionali”, aggiunge Frontex, “è in atto uno spostamento rapido e brutale dei luoghi di passaggio delle frontiere marittime verso la frontiera terrestre greco-turca a nord del Paese. Si tratta in particolare di afgani o migranti arrivati dall’Algeria e da altri paesi del nord Africa, dal Pakistan, dalla Somalia e dall’Iraq”.

Donne e uomini in fuga dunque da guerre, repressioni e dai bombardamenti dell’Alleanza Atlantica, cui flusso – nonostante gli allarmi terroristici dei governi – non assume assolutamente le caratteristiche dell’esodo di massa. Sempre secondo Frontex, lo scorso anno il numero di attraversamenti illegali delle frontiere marittime tra la Grecia e la Turchia ha subito una riduzione del 16% rispetto all’anno precedente, mentre quelli attraverso le frontiere terrestri di Grecia e Bulgaria sono crollati del 40%. La “pressione” al confine con la Turchia è dunque frutto di un cambio delle rotte migratorie nel Mediterraneo e nell’area sud-orientale del continente, complice la politica di contrasto iper-militarizzata dell’Ue e dei partner nord-africani.

Christos Papoutsis non ha chiarito se l’Unione è stata informata del programma di allestimento del “muro” anti-immigrati con la Turchia , ma appare poco credibile che la decisione sia stata assunta unilateralmente dal governo greco. Lo scorso mese di novembre, a seguito di una richiesta dello stesso ministro per la “protezione dei cittadini”, Frontex ha deciso d’inviare ad Orestiada, nella regione della Tracia, 175 specialisti dei Rapid Border Intervention Teams (RABIT), e squadre di intervento rapido create per essere utilizzate “in situazione d’emergenza nei momenti di forte flusso migratorio”.

L’intervento dei RABIT serve ad accrescere i livelli di controllo e sorveglianza al confine esterno della Grecia con la Turchia e le aree vicine”, spiegano gli alti funzionari di Frontex, “si tratta del primo invio in uno stato membro dell’Ue dalla creazione dei RABIT nel 2007. Tutti gli uomini operano sotto il comando e il controllo delle autorità di polizia greche. Sono armati, ma potranno usare le loro armi solo per autodifesa. Si tratta di specialisti ed esperti in attività d’intelligence, screening di documenti falsi, ingressi clandestini, controlli di frontiera, auto rubate, perquisizioni con l’ausilio di cani”.I RABIT coordinano il loro intervento con la Joint Operation Poseidon, l’operazione terrestre e marittima anti-immigrati lanciata da Frontex nel 2006 ai confini tra Grecia, Bulgaria  e Turchia. Congiuntamente ai 175 specialisti, Frontex ha trasferito in Grecia attrezzature tecniche e di supporto logistico: tra esse un elicottero, 9 autobus, 19 fuoristrada da pattugliamento, una serie di visori termici e notturni. Le apparecchiature sono state messe a disposizione da Austria, Bulgaria, Danimarca, Germania, Romania e Ungheria, ma i costi totali degli interventi verranno assunti collegialmente da tutti i membri dell’Unione. Programmata inizialmente per durare solo due mesi, a fine anno la missione RABIT è stata prorogata sino al 3 marzo 2011.

La decisione di inviare i RABIT al confine greco-turco è giunta subito dopo che un funzionario delle Nazioni Unite ha denunciato come i migranti illegali siano “frequentemente tenuti in Grecia in condizioni disumane all’interno di centri  di detenzione sporchi e sovraffollati, controllati da poliziotti scarsamente formati”. Nel paese sono pure inadeguate le condizioni di accoglienza dei profughi del tutto inesistente l’applicazione delle procedure previste internazionalmente per i richiedenti asilo. Nell’aprile 2008, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati ha perfino chiesto agli stati membri dell’Ue di non trasferire in Grecia gli immigrati sospendendo l’applicazione del cosiddetto “Regolamento di Dublino che prevede che i richiedenti asilo siano rinviati verso il primo paese in cui hanno fatto ingresso dopo essere entrati nell’Unione.Ciononostante, 995 ichiedenti asilo provenienti da Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Norvegia, Olanda e Svizzera sono stati trasferiti in Grecia nei primi dieci mesi del 2009. Amnesty International, in un rapporto pubblicato nel luglio 2010, ha documentato il grave trattamento subito dagli immigrati detenuti nei campi e nei posti di polizia di frontiera.

Scarse se non inesistenti sono le possibilità di accedere all’assistenza sanitaria, sociale e legale. La detenzione prima dell’espulsione può durare fino a sei mesi per i richiedenti asilo e i migranti irregolari. Essi non vengono informati circa la durata della loro detenzione o sul loro futuro. Possono essere trattenuti per lunghi periodi di tempo in strutture sovraffollate dove i minori non accompagnati sono detenuti insieme agli adulti

Amnesty ha inoltre raccolto diverse denunce di maltrattamenti a danno dei migranti da parte della guardia costiera e della polizia greca. Uno dei campi visitati nel giugno 2009 dalla ONG è quello che sorge nei pressi di Soufli, a pochi chilometri dalla città di Oristiade, attualmente “monitorato” dai RABIT di Frontex. Più di 40 tra uomini e donne sono tenuti separatamente in due celle che sono piccolissime e sudice”, scrive Amnesty, “non ci sono abbastanza materassi per tutti e i detenuti devono dormire in posizione seduta o nei bagni. La luce naturale e la ventilazione sono insufficienti. È stata denunciata la presenza di scorpioni, insetti e serpenti all’interno delle celle. Segni di morsi di insetti sono visibili nelle braccia e nelle gambe di alcuni degli immigrati.

Frontex è stata fondata con decreto del Consiglio d’Europa nel 2004 e la sede centrale è stata insediata a Varsavia nell’ottobre dell’anno successivo. Scopo ufficiale, quello di “assistere gli Stati membri in materia di formazione delle guardie di frontiera, seguire gli sviluppi nel settore della ricerca relativi al controllo e alla sorveglianza delle frontiere esterne, offrire il sostegno necessario per organizzare operazioni congiunte di rimpatrio.

Frontex è l’agenzia che più di tutte ha visto crescere rapidamente la propria disponibilità finanziaria: da un bilancio di 6 milioni di euro al momento della sua attivazione, Frontex ha avuto a disposizione risorse per 88,3 milioni nel 2009 . Nell’ultimo bilancio operativo, il 55% dei fondi disponibili è andato alla gestione delle operazioni marittime per l’individuazione delle imbarcazioni illegali di migranti, anche se “solo il 38%del numero totale di intercettazioni di clandestini nell’area operativa è avvenuto in mare, mentre circa il 62%ha avuto luogo sulla terraferma“.

L’11% del bilancio 2009 è stato assegnato invece alle “attività di formazione del personale” mentre il restante 18% è stato diviso per “la cooperazione in materia di rimpatri” e “le operazioni alle frontiere terrestri.Sono state proprio le attività di rimpatrio ad assorbire l’aumento più significativo del bilancio 2009: “Il numero di voli di rimpatrio cofinanziati ed effettuati è raddoppiato, passando da 801 a 1.622 rimpatriati e da 15 a 32 operazioni congiunte di rimpatrio”, si legge nell’ultimo rapporto di Frontex. Che proprio la Grecia costituisca il baricentro di buona parte delle attività anti-immigrati dell’agenzia europea viene confermato dal processo di decentramento avviato da poco dall’agenzia. Nel 2009 Frontex ha attivato un “centro di coordinamento internazionale” al Pireo e quattro “centri di coordinamento locali” a Lesvos, Samos, Chios e Leros. Nell’ottobre 2010 è stato invece aperto ad Atene l’“Ufficio operativo regionale Frontex per il Mediterraneo” in cui è presente personale proveniente da Italia, Grecia, Cipro e Malta. La struttura opererà per un periodo di prova di nove mesi “per verificare la necessità e l’opportunità di rafforzare ulteriormente la presenza regionale dell’agenzia”.

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In questa Italia, nonostante i sorrisi ammiccanti e le promesse  di un presente e di un futuro felice da parte di conduttori televisivi, giornalisti prezzolati e politici patetici, la tensione sociale è ormai a livelli altissimi. L’ultimo episodio si sta verificando a Terzigno (Na) contro la preannunciata discarica.

Scontri con la polizia, sassaiole, violenze di tutti i tipi si sono registrate in questi giorni. Ultimo episodio, in ordine di tempo, si è verificato giovedi 21 ottobre in Via Zabatta, dopo la notizia dell’apertura della discarica di Cava Vitiello nonostante le parole del sindaco di Terzigno Domenico Auricchio: «Noi siamo vicini alla protesta e vicino ai cittadini. Come ho già detto ai manifestanti sul tetto, Cava Vitiello non sarà aperta». A seguito di questa rabbia collettiva il sindaco non ha però trovato di meglio da dire che «Berlusconi troverà la soluzione al problema».

Come al solito questo sito vuole cercare di analizzare il problema e non sottostare alle parole d’ordine che circolano nei mass media legati a questo o a quel partito politico. La questione non riguarda infatti solo e soltanto Terzigno che, è doveroso però ricordarlo, derivano anche dalle menzogne di questo governo nei confronti del problema della spazzatura di Napoli. Dopo che per anni abbiamo assistito a scene degne del teatro dell’assurdo in cui gli esponenti di questo governo affermavano di aver fatto sparire la spazzatura a Napoli e quelli della cosiddetta opposizione si vantavano il merito di questa conquista, veniamo a sapere (ma lo sapevano tutti!) che la spazzatura a Napoli non era affatto sparita ed è necessaria una discarica.

A parte questo problema, dicevamo, vorremmo però affrontare il problema delle discariche in questo Paese considerando inaccettabile che tale confronto venga visto solo ed esclusivamente come un problema di “ordine pubblico” e non si riesca a discutere culturalmente di tale questione. Chiediamo ai nostri lettori: siamo sicuri che il problema della spazzatura si risolva con gli inceneritori e le discariche che, come bene ricorda L’Isde Italia – Associazione dei medici per l’Ambiente, è la meno rispettosa dell’ambiente (e dunque della salute di noi tutti)? Siamo certi che la produzione di ceneri e l’introduzione continua e continuata nell’atmosfera di milioni di fumi e di polvere grossolane e fini costituite da nanoparticelle di sostanze chimiche (metalli pesanti, idrocarburi policiclici, policlorobifenili, benzene, diossine e furani, ecc.) non siano una cura peggiore del male? Tale combustione, ricorda sempre l’Isde Italia, trasforma anche i rifiuti innocui (come gli imballaggi e gli scarti di cibo) in composti tossici pericolosissimi.

Tale questione esprime, per l’ennesima volta, l’arretratezza culturale di questo Paese in merito ai problemi della salute dei cittadini, cercando esclusivamente la soluzione più facile, più veloce, più elettoralmente appagante e meno complessa. Sarebbe facile però dare uno sguardo in Europa, dove la questione dei rifiuti viene affrontata in maniera molto diversa, soprattutto attraverso la cosiddetta politica delle “R”: Razionalizzazione, Riduzione della produzione, Raccolta differenziata (che in Paesi come l’Austria, la Germania e la Svizzera ha praticamente eliminato il conferimento in discarica dei rifiuti non trattati), Riciclaggio, Riuso, Riparazione, Recupero.

Comprendiamo benissimo come queste parole, in un Paese ed in un mondo in cui il consumismo e lo sviluppo incontrollato ed insostenibile siano i principali stili di vita, tali parole possano sembrare fuori tono. Lo comprendiamo benissimo. Possiamo però chiedere ai nostri indulgenti lettori di provare a pensarci e discuterne. Ovviamente dopo aver disquisito sul fondamentale tema per la vita di noi tutti della riforma elettorale.

Questo articolo tratta di un tema che dovrebbe essere caro a tutti. La violenza e la sopraffazione sulle donne. Quello che vogliamo e dobbiamo specificare è il non confondere e non approfittare di questo importante tema facendo una apologia dell’Occidente. Come la recente cronaca purtroppo ci insegna la violenza e la sopraffazione sulle donne avviene anche nel dorato e democratico mondo “libero”. A volte si approfitta di questi temi per giustificare l’imperialismo americano e la guerra in Afghanistan. Questo sito è e sarà sempre a fianco delle donne e di qualunque essere umano vittima di sopraffazione, ma sarà altresì a fianco delle vittime dell’imperialismo americano e israeliano.

La Redazione.

di Caterina Armentano

Le storie che arrivano dall’oriente ci sembrano sempre più lontane, come se non ci appartenessero. Le violenze a cui sono sottomesse molte donne fanno parte di una realtà che alle donne Occidentali, il più delle volte, non tocca. Non bisogna dimenticare però che non molto tempo fa, quella stessa brutalità investiva le case di molte donne italiane che nascondevano le violenze e i soprusi perché così richiedevano le convenzioni sociali.

La storia di Bibi Aisha arriva da Los Angeles. Data in moglie a un talebano all’età di dodici anni la ragazza ha subito i più abominevoli soprusi.  Considerata meno di un animale, in una società dove essere donna è  peccato, Bibi Aisha  è cresciuta con la speranza di poter fuggire dalle grinfie del marito – padrone  per rifarsi una vita, lontana dalla stalla in cui era costretta a dormire, lontana dalle botte e dalle continue violenze fisiche e psicologiche. Il desiderio trasformato in atto però le è costato molto perché una volta trovata, il marito le ha tagliato orecchie e naso, deturpandola, privandola non solo della sua bellezza, ma della personalità, della possibilità di esporsi, di rapportarsi con gli altri.

Questo non ha impedito alla donna di cercare comunque aiuto e di trovare una via di fuga. Bibi Aisha è stata adottata moralmente  da  Mary Shriver, la moglie di Arnold Schwarzenegger  che ha fatto di tutto affinché  ricevesse il premio  Enduring Heart Award contro i soprusi alle donne, che finanzierà il delicato intervento che restituirà un volto alla giovane donna attraverso l’utilizzo di una  protesi.

Il dramma delle spose bambine purtroppo è attualissimo in una società che utilizza tale mezzo come merce di scambio, un’ alleanza per evitare faide sanguinose e senza fine tra famiglie diverse. Il matrimonio viene deciso quando la bambina è ancora piccola, celebrato quando lei ha circa sette, otto anni e consumato nel momento in cui arriva la prima mestruazione a indicare che la bambina è diventata donna. Una donna fertile ma acerba che nell’età della fanciullezza si vede costretta a fare da moglie  a un uomo che potrebbe essere suo nonno.

Nel momento in cui il marito viene a mancare la situazione di queste donne degenera ancora di più. Non essendo necessarie alla comunità hanno due possibilità: sposare un cognato o chiudersi a vita nell’ashram. Molte muoiono a causa di strani incidenti domestici, altre finiscono con il prostituirsi o a cercare l’elemosina. Tutto questo è reso possibile da una società che considera la donna inutile e che mette al primo posto una bestia da soma piuttosto che la propria figlia. Molte donne una volta partorito uccidono le femmine perché non porteranno lustro alla famiglia ma saranno solamente fardelli da sfamare.

Questo quadro per indicare in linea generale quando sia stato difficile per Bibi vivere sette anni al fianco di un uomo che la schiacciava moralmente e fisicamente, infischiandosene dei suoi desideri, delle sue aspettative. Ancora più grave è la consapevolezza che Bibi guardandosi intorno notava soltanto che buona parte di quella società la pensava come suo marito  e che se la sua condizione dipendeva proprio dalle scelte fatte dai suoi genitori mai ne sarebbe potuta uscire. Eppure Bibi ha avuto fede e coraggio.

Il suo volto adesso è quello di una giovane donna che potrà affrontare il futuro guardando negli occhi chi ha di fronte senza quella suggestione che caratterizza le donne violate.  La sua storia altro non è che un esempio a chi crede di non poter uscire dalla propria prigione e pensa che l’unica realtà possibile sia quella. Bibi Aisha  è l’esempio che anche se ci viene inculcato da piccoli la sottomissione, il desiderio di libertà, la necessità di esistere va contro ogni regola sociale e religiosa soprattutto se queste sono state create a arte per distruggere.

 

di Stefano Reggiani

 

Ho sempre pensato che le pepite d’oro si potessero trovare solo sul fondale dei fiumi nel vecchio West. O per lo meno, questo è ciò che ho appreso dalla filmografia americana. Di solito la cultura pop difficilmente sbaglia. E invece questa volta ha toppato, di grosso. Le pepite negli anni ’10 nascono nella mente dei pubblicitari.

Vi parlerò da profano della tecnologia, da quello che conosce il computer abbastanza bene per necessità, ma se può, non lo invita di certo a cena. Per la Regione Emilia Romagna, io abito a Reggio Emilia, era stata prevista la copertura per il digitale terrestre per la settimana del 20 di ottobre, giorno più, giorno meno. E questo è uno di quegli avvenimenti che non mi scuote più di tanto. Ho sentito comunque qua e là qualche parere che oserei definire “tecnico”. Naturalmente la versione che poi si rivelerà più saggia sarà quella dell’addetto tv del negozietto dietro casa, quello che col dito puntato ti dirà, alla fine di un discorso demitiano, “ricordati di queste parole, fra un mese tornerai qui e mi dovrai dare ragione”. Sono uscito dal negozio con l’attestato di un corso accelerato di tv via cavo.

Al centro commerciale ci sono le tv in offerta. E’ un’offerta che dura solo per due giorni, sabato 15 e domenica 16 ottobre. “Correte perché la prossima settimana entriamo nell’era del digitale terrestre”. E’ questo il motto che ti trivella la testa durante la notte. Noi ne dobbiamo acquistare due, di sabato mattina.

Apro gli occhi e la prima emozione che provo è l’angoscia. Sono andato a letto alle 3 e la mia sveglia mentale è suonata alle 7.55. Siamo sotto la media di sonno rilevata dall’UCLA. Ma non posso farci caso, stamattina devo comprare due televisori, non per me fra l’altro, per la mia ragazza. Io sono stato chiamato in causa in quanto “esperto” nel settore. Ho gli occhi gonfi come un canotto e le tempie che pulsano del sonno mancato. Entro 20 minuti passa la mia ragazza a prendermi e non posso tardare, ogni ritardo può essere letale. Entro in macchina, lei è carica come una molla, io come una batteria della fotocamera dopo un video di 3 ore. Dopo la colazione di rito al bar siamo davanti al centro commerciale. Sono le 8.50. Le porte aprono alle 9.00. Il parcheggio è già pieno per metà e mentre il marito parcheggia la moglie apre la portiera in corsa per non perdere tempo. E’ la corsa all’oro stile Klondike. La fase successiva è l’accaparramento del carrello perché il televisore 40 pollici in offerta non lo puoi portare a mano.  C’è comunque chi pensa di poterlo trasportare a mano per recuperare tempo sul fatto che il carrello sia d’impiccio. Questa sì che è gente intellettualmente sopra la media. Siamo nel codone all’entrata. I più pericolosi da cui guardarsi sono gli anziani, cercano sempre di sopravanzarti nella fila. Sono le 8.57. La gente inizia a battere i piedi e forse i pugni in petto in qualche caso. Un ragazzo della mia età esclama: “Siamo tutti figli del consumismo”. Io gli ho detto: “No guarda mio padre si chiama Leo”. Per la tensione non ha riso nessuno alla battuta. Si aprono le porte e inizia il caos. L’unica cosa a cui penso e quella di portare a casa la pelle. Uno schiacciamento da carrello mi provocherebbe l’implosione delle viscere. Si potrebbe girare uno splatter. L’unico metodo di locomozione è la corsa col carrello. Chi è senza è quindi avvantaggiato. All’entrata del reparto elettrodomestici e tecnologia c’è la pila delle tv in offerta. Dopo qualche secondo la folla si divora la montagna. Noi siamo rimasti a bocca asciutta. “Dovevamo arrivare prima!!!” mi rimprovera la mia ragazza. “Io avrei messo le tende qui ieri sera” rispondo io. Dopo qualche secondo passa un addetto alle vendite. Lo fermo. Gli chiedo se si possono avere quei due televisori in offerta. Lui mi risponde affermativamente e me li porta. La mia ragazza mi dice che sono un genio. Mentre gli altri si azzuffano noi chiediamo all’addetto. Non mi sembra un ragionamento geniale. Adesso viene il bello. C’è da prendere il numero per il pagamento. Ci rimettiamo in fila, questa volta apparentemente ordinata. Dal fondo scatta avanti un tipo alto con la barba rossa che sorpassa il codone e si mette davanti al banco per il pagamento. La persona davanti a me esclama: “Uè barbetta rossa la fila inizia dai libri lì in fondo, e capì?”. Il capitan Barbarossa, con la coda fra le gambe mestamente se ne torna nelle retrovie. Arriva il nostro turno. La mia ragazza chiede all’addetta se si possono effettuare pagamenti con assegno. Lei risponde che prima devono essere vidimati. E io le dico: “Ma da chi? Dar magno notaro?”. Io di notai conosco solo Pocaterra, quello che se ne sta perennemente in tv. Quindi vai col bancomat. Abbiamo le nostre tv. Sono le 9.40. Finisce qui lo smantellamento neurale da corsa al digitale.

Ritorno a casa, in bocca ho il sapore della vittoria da consumismo. Accendo il computer, vado su internet. “Il digitale terrestre in Emilia Romagna viene prorogato a fine novembre”. I pubblicitari mi hanno fatto credere che quell’offerta fosse l’ultima spiaggia mentre il tecnico del negozietto ci aveva azzeccato in pieno. Ho deciso di fumarmi un bel tubo catodico.

È notizia di questi giorni le continue proteste degli atenei italiani, con in prima fila i ricercatori, a seguito della cosiddetta riforma dell’università da parte del ministro Gelmini, naturale prosecuzione di quella sulla scuola media inferiore e superiore dell’anno precedente. In questo articolo cercheremo di mettere un po’ d’ordine nella questione, cercando di analizzare innanzitutto le caratteristiche del DDL Gelmini e la “filosofia” alla base di questo provvedimento che, come vedremo, stravolge la funzione e il ruolo pubblico dell’università italiana.

Il decreto si divide in tre titoli: “Organizzazione del sistema universitario”, “Norme e delega legislativa in materia di qualità ed efficienza del sistema universitario” e  “Norme in materia di personale accademico e riordino della disciplina concernente il reclutamento”, invitando, chi voglia, a leggere integralmente il decreto legge.

Concentreremo la nostra attenzione su due articoli del decreto, citandoli integralmente, che fino ad ora non sono stati affrontati dai dibattiti di questi giorni, ma che ci sembrano particolarmente significativi:

–          Art. 2 comma f: «attribuzione al consiglio di amministrazione delle funzioni di indirizzo strategico, di approvazione della programmazione finanziaria annuale e triennale e del personale nonché di vigilanza sulla sostenibilità finanziaria delle attività; della competenza a deliberare l’attivazione o la soppressione di corsi e sedi; della competenza ad adottare il regolamento di amministrazione e contabilità, il bilancio di previsione e il conto consuntivo, da trasmettere al Ministero e al Ministero dell’economia e delle finanze […]»

–          Art 4 comma 1: «E’ istituito presso il Ministero dell’economia e delle finanze un Fondo speciale per il merito finalizzato a sviluppare l’eccellenza e il merito dei migliori studenti, individuati tramite prove nazionali standard».

Come si può notare dalla lettura di essi, la questione è ben più complessa dei soli tagli all’università e dello svilimento del ruolo del ricercatore all’interno delle università italiane. Il progetto alla base, che come vedremo non nasce nel 2010 né è un’idea del ministro Gelmini o del  ministro Tremonti, è quello di una radicale trasformazione dell’università in un’azienda, con logiche aziendali di profitto e di meritocrazia, magica parola che sta in realtà a significare non il merito, ma una divisione sostanzialmente di classe tra gli studenti italiani. Al di là di una retorica dichiarazione di principio, quella di promuovere le “eccellenze”, di fatto la riforma Gelmini punta alla trasformazione dell’università italiana in una università di classe, con tagli per 1.500 milioni di euro, organici ridotti secondo lo schema un’assunzione per ogni cinque pensionamenti perdendo di fatto quattro docenti per l’attività formativa degli studenti, la trasformazione delle università in fondazioni private, con una ricerca gestita per favorire gli interessi dei privati e con l’istituzione di un fondo gestito direttamente dal ministro dell’Economia e delle Finanze, togliendo di fatto i fondi al diritto allo studio per garantire gli interessi di pochi.

L’obiettivo non dichiarato è dunque quello di trasformare l’università non in un luogo di formazione e di cultura che fino ad ora, con tutte le sue storture e difetti è comunque stato, ma un luogo in cui formare una ristretta cerchia di studenti (perdendo perciò la sua funzione pubblica) a vantaggio degli interessi di Confindustria. Non è un caso che si erga a difesa della riforma, in un articolo sul Sole 24 Ore del 2 ottobre, il vicepresidente di Confindustria Gianfelice Rocca il quale afferma che «tutto il settore pubblico è stato vissuto per troppo tempo anche come ammortizzatore sociale, per cui di reazioni conservatrici ne vedremo un’infinità dal momento che si basano su prassi decennali che le giustificano». L’università, in questa prospettiva, è perciò soltanto un tassello di un continuo e costante attacco al settore pubblico di questo Paese. È ovvio che i settori pubblici non debbano essere considerati come la panacea di tutti i mali, e che una pratica di tipo capitalistico e di sfruttamento dell’uomo sull’uomo possa essere praticata anche in aziende di tipo statale, ma bisogna altresì comprendere come questo attacco al pubblico sia oggi in funzione dell’eliminazione di tutto ciò che vada o sia pensato oltre il mero profitto. Elementi, questi, che se prima avevano anche una funzione di ammortizzatore sociale (lo esprime chiaramente il presidente di Confindustria nel passo citato), non hanno oggi ormai più nessuna funzione positiva per il turbocapitalismo.

Per ritornare più specificatamente all’università, per meglio comprendere questo processo c’è da dire (lo avevamo accennato precedentemente) come questo attacco sia soltanto l’ultimo di una lunga lista, che inizia con la riforma Ruberti del 1990 e poi prosegue con quella Berlinguer, Zecchino, De Mauro, Moratti, Mussi e, soltanto alla fine Gelmini. È perciò risibile sentire, nelle assemblee e nelle manifestazioni, come l’obiettivo delle proteste debba essere quello di far ritirare il decreto o di far cadere il governo Berlusconi. Non solo e non soltanto perché il Partito Democratico afferma che «i principi ispiratori che volevano essere alla base del progetto di riforma del ministro Gelmini» siano «principi condivisi dal Partito Democratico, così come dalle parti sociali, dalla Confindustria che ha fortemente sostenuto questa riforma, e dagli attori del mondo accademico» (Sen.  Mauro Cerruti, L’Unità, 24 luglio 2010). Il Pd, infatti, non soltanto condivide ma, negli anni, ha elaborato la base da cui prende spunto la riforma Gelmini: finta autonomia finanziaria e statutaria, svuotamento del Cun, finti concorsi locali, disastroso “3 + 2″. Non si salva neanche la sinistra cosiddetta radicale ed è comico quando la vecchia cariatide (di spirito più che anagraficamente) Fabio Mussi, sul Corriere della Sera del 23 luglio addirittura afferma di avere il merito di aver voluto, prima dell’attuale governo, l’Anvur (l’Agenzia Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca).

Ancora una volta l’antiberlusconismo genera mostri e impedisce di comprendere a pieno i reali scontri in atto e come il vero obiettivo, in merito all’università, debba essere non quello (o perlomeno non soltanto) di far cadere il governo Berlusconi, ma di lotta perché la cultura, da strumento di emancipazione e di liberazione quale è se collettiva, non divenga uno strumento classista di repressione.