Archivio per la categoria ‘Costume’

di Stefano Reggiani

Vi è mai capitato di andare al cinema per vedere un cartoon e ridere a crepapelle al posto dei bambini? A me è capitato ed è una sensazione strana. L’altra sera ho visto “Cattivissimo me”, nuovo gioiello della collezione Pixar.

La scelta del film è stata del tutto casuale, dettata dal semplice fatto che mancasse qualcosa di mio gradimento. Non avevo letto alcuna recensione in proposito, mi sono fidato del marchio Pixar, come si fa per i gelati o per qualsiasi altro prodotto di consumo. Il film parla di Gru, grosso e imbranato  genio del male.  Fisicamente mi ricorda un po’ “Penguin”, cattivone del secondo Batman, gambetta magra, grasso, pelato e col naso a punta. Gru, abbreviazione di gruesome

(in inglese orrendo/macabro), si mette in testa la folle idea di rubare la luna per essere considerato da tutti il più grande genio del male sulla terra. Ma sul suo cammino, come avviene in svariate opere letterarie, appaiono tre orfanelle che cambieranno completamente la sua vita e faranno mutare il suo riconosciuto stato di “Cattivissimo”.

Ho acquistato i biglietti la domenica mattina. Se ti presenti alla multisala di domenica pomeriggio senza le prenotazioni le prime visioni disponibili slittano alle 22.30. Sono cose che si provano sulla pelle. Apro il sito internet, scelgo film, orario e sala e vedo che è già prenotato per metà. Sono le 11.50. Non è vero che tutti dormono la domenica mattina. I previdenti non dormono mai. Ci sono due posti disponibili nell’ultima fila in alto, li accalappio prima che sia troppo tardi. Mi piace l’aria rarefatta al cinema, nelle file in basso mi intossico di polvere di pop corn e mi diventa il collo come una giraffa.

La visione inizia alle 18.20. Faccio appena in tempo a guardare le partite di campionato su Sky. E’ tassativamente obbligatorio presentarsi entro mezz’ora dall’inizio del film per ritirare la prenotazione, se no i biglietti vanno in beneficienza. Arriviamo alla multisala. Parcheggiamo talmente lontano che ne distinguiamo a malapena il contorno. Sono le 17.50. Piove e fa freddo, un freddo che ad ottobre non si sentiva da anni. Sembra che alla multisala distribuiscano banconote viola dalla marea di gente che ci si presenta davanti. Ma noi non temiamo nessuno, we have a ticket! Saliamo le scale mobili e ci immettiamo nell’unica fila formatasi davanti alle biglietterie, quella delle prenotazioni. Le altre sono deserte. Le prime visioni disponibili sono in seconda serata. Per un momento mi sento una persona previdente poi penso che usata per questo contesto la parola “previdente” sia esagerata. Ritiriamo i biglietti e aspettiamo fuori la sala l’inizio della visione. Mi guardo intorno e mi accorgo che noi siamo l’unica coppia non sposata e senza pargoli a seguito. Non mi sento fuori luogo, per la nostra statura potremmo essere scambiati tranquillamente per teen-ager. L’unica cosa che mi frega è la barba. Intorno sembra una gita della scuola materna e l’unico metodo per tenere buoni i bambini è comprargli delle schifezze tipo M&M’s e dolciumi spacca denti vari. I dentisti ringraziano. Finalmente ci sediamo e dopo qualche trailer per under 12 inizia la proiezione. La grafica è la solita, magistralmente curata della Pixar e l’ironia a larghi tratti, è affilata come la lama di un rasoio. Il film contiene sottigliezze, riferimenti e parodie cinematografiche che non possono essere colte da un pischello di 4 anni. L’unico momento in cui sento ridere un bambino avviene alla pronuncia della parola “puzzetta”. Nell’infanzia si ride della semplicità, basta poco. Finisce il primo tempo e s’innesca il caos. I bambini calmi e tranquilli si trasformano in teppistelli da strada. Ce n’è uno che per sfogarsi imita perfettamente le movenze di Michael Jackson. Ha grande talento e gli tocca sorbirsi un cartoon che non gli piace. Calano le luci e inizia il secondo tempo. Per ripristinare l’ordine ci vorrebbe l’esercito. La seconda parte fila via fra le risate fragorose dei genitori. Il film è ormai all’epilogo e mi è rimasta impressa una scena in particolare nella mente. Gru chiede un prestito ad una banca per finanziare il suo progetto di furto lunare. All’apparenza sembrerebbe un normale istituto bancario, ma il nome  impresso sull’insegna è “La Banca del Male già Lehman Brothers”. E qui mi levo il cappello. Mi sono divertito, la Pixar non delude mai, o quasi.

Ho riso ad un cartone animato mentre avrebbero dovuto farlo i bambini al posto mio. E’ ancora possibile chiamare questo genere di animazione “Cartoon”? A mio parere possiamo sancire la nascita di un nuovo genere cinematografico, il cosiddetto “Adult-toon”, una sorta di placebo che ci serve come l’aria per mascherare il fanciullo, che nel profondo, ci scarabocchia gli schemi della routine. Li abbiamo creati noi solo per noi. Ma non leggetela come un’accusa, piacciono anche a me.

Fuori dai cinema è stato esposto un cartello: “Cercasi disperatamente Walt Disney del 2000”.

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di Stefano Reggiani

 

Ho sempre pensato che le pepite d’oro si potessero trovare solo sul fondale dei fiumi nel vecchio West. O per lo meno, questo è ciò che ho appreso dalla filmografia americana. Di solito la cultura pop difficilmente sbaglia. E invece questa volta ha toppato, di grosso. Le pepite negli anni ’10 nascono nella mente dei pubblicitari.

Vi parlerò da profano della tecnologia, da quello che conosce il computer abbastanza bene per necessità, ma se può, non lo invita di certo a cena. Per la Regione Emilia Romagna, io abito a Reggio Emilia, era stata prevista la copertura per il digitale terrestre per la settimana del 20 di ottobre, giorno più, giorno meno. E questo è uno di quegli avvenimenti che non mi scuote più di tanto. Ho sentito comunque qua e là qualche parere che oserei definire “tecnico”. Naturalmente la versione che poi si rivelerà più saggia sarà quella dell’addetto tv del negozietto dietro casa, quello che col dito puntato ti dirà, alla fine di un discorso demitiano, “ricordati di queste parole, fra un mese tornerai qui e mi dovrai dare ragione”. Sono uscito dal negozio con l’attestato di un corso accelerato di tv via cavo.

Al centro commerciale ci sono le tv in offerta. E’ un’offerta che dura solo per due giorni, sabato 15 e domenica 16 ottobre. “Correte perché la prossima settimana entriamo nell’era del digitale terrestre”. E’ questo il motto che ti trivella la testa durante la notte. Noi ne dobbiamo acquistare due, di sabato mattina.

Apro gli occhi e la prima emozione che provo è l’angoscia. Sono andato a letto alle 3 e la mia sveglia mentale è suonata alle 7.55. Siamo sotto la media di sonno rilevata dall’UCLA. Ma non posso farci caso, stamattina devo comprare due televisori, non per me fra l’altro, per la mia ragazza. Io sono stato chiamato in causa in quanto “esperto” nel settore. Ho gli occhi gonfi come un canotto e le tempie che pulsano del sonno mancato. Entro 20 minuti passa la mia ragazza a prendermi e non posso tardare, ogni ritardo può essere letale. Entro in macchina, lei è carica come una molla, io come una batteria della fotocamera dopo un video di 3 ore. Dopo la colazione di rito al bar siamo davanti al centro commerciale. Sono le 8.50. Le porte aprono alle 9.00. Il parcheggio è già pieno per metà e mentre il marito parcheggia la moglie apre la portiera in corsa per non perdere tempo. E’ la corsa all’oro stile Klondike. La fase successiva è l’accaparramento del carrello perché il televisore 40 pollici in offerta non lo puoi portare a mano.  C’è comunque chi pensa di poterlo trasportare a mano per recuperare tempo sul fatto che il carrello sia d’impiccio. Questa sì che è gente intellettualmente sopra la media. Siamo nel codone all’entrata. I più pericolosi da cui guardarsi sono gli anziani, cercano sempre di sopravanzarti nella fila. Sono le 8.57. La gente inizia a battere i piedi e forse i pugni in petto in qualche caso. Un ragazzo della mia età esclama: “Siamo tutti figli del consumismo”. Io gli ho detto: “No guarda mio padre si chiama Leo”. Per la tensione non ha riso nessuno alla battuta. Si aprono le porte e inizia il caos. L’unica cosa a cui penso e quella di portare a casa la pelle. Uno schiacciamento da carrello mi provocherebbe l’implosione delle viscere. Si potrebbe girare uno splatter. L’unico metodo di locomozione è la corsa col carrello. Chi è senza è quindi avvantaggiato. All’entrata del reparto elettrodomestici e tecnologia c’è la pila delle tv in offerta. Dopo qualche secondo la folla si divora la montagna. Noi siamo rimasti a bocca asciutta. “Dovevamo arrivare prima!!!” mi rimprovera la mia ragazza. “Io avrei messo le tende qui ieri sera” rispondo io. Dopo qualche secondo passa un addetto alle vendite. Lo fermo. Gli chiedo se si possono avere quei due televisori in offerta. Lui mi risponde affermativamente e me li porta. La mia ragazza mi dice che sono un genio. Mentre gli altri si azzuffano noi chiediamo all’addetto. Non mi sembra un ragionamento geniale. Adesso viene il bello. C’è da prendere il numero per il pagamento. Ci rimettiamo in fila, questa volta apparentemente ordinata. Dal fondo scatta avanti un tipo alto con la barba rossa che sorpassa il codone e si mette davanti al banco per il pagamento. La persona davanti a me esclama: “Uè barbetta rossa la fila inizia dai libri lì in fondo, e capì?”. Il capitan Barbarossa, con la coda fra le gambe mestamente se ne torna nelle retrovie. Arriva il nostro turno. La mia ragazza chiede all’addetta se si possono effettuare pagamenti con assegno. Lei risponde che prima devono essere vidimati. E io le dico: “Ma da chi? Dar magno notaro?”. Io di notai conosco solo Pocaterra, quello che se ne sta perennemente in tv. Quindi vai col bancomat. Abbiamo le nostre tv. Sono le 9.40. Finisce qui lo smantellamento neurale da corsa al digitale.

Ritorno a casa, in bocca ho il sapore della vittoria da consumismo. Accendo il computer, vado su internet. “Il digitale terrestre in Emilia Romagna viene prorogato a fine novembre”. I pubblicitari mi hanno fatto credere che quell’offerta fosse l’ultima spiaggia mentre il tecnico del negozietto ci aveva azzeccato in pieno. Ho deciso di fumarmi un bel tubo catodico.