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di Antonio Mazzeo

DRS Technologies, azienda con sede negli Stati Uniti d’America interamente controllata dalla holding italiana Finmeccanica, si è aggiudicata un contratto del valore di 23 milioni e mezzo di dollari per la fornitura dei servizi di supporto informatico della base aerea di Bagram, la principale infrastruttura delle forze armate USA nel nord Afghanistan.

Il nostro personale assisterà il personale della base nel conseguimento della piena operatività dei sistemi di Comando, Controllo, Comunicazioni e Computer Information (C4I) utilizzati dalle forze USA e della coalizione alleata, dentro e fuori il campo di battaglia”, spiegano in un comunicato i manager di DRS Technologies. “I C4I esistenti saranno forniti di un programma di supporto delle reti di comunicazione e informatiche per la pianificazione, gestione ed integrazione delle operazioni congiunte nell’area afgana. Con questo nuovo contratto, DRS continuerà a fornire la tecnologia d’intelligence indispensabile per le operazioni delle forze armate statunitensi nell’Asia sud-occidentale. Un lavoro svolto da anni per il Joint NETOPS Control Center in Iraq e che adesso si trasferisce senza soluzione di continuità al Joint NETOPS Control Center afgano”.

Per i non addetti ai lavori, il Joint NETOPS Control Center è il network di comando e controllo dove viene definito ed elaborato il “quadro delle operazioni” e dove il comandante dell’US Strategic Command, congiuntamente al Dipartimento della difesa e alle altre strutture militari USA è impegnato a gestire e difendere la Rete Globale d’Intelligence che assicura la superiorità informativa degli Stati Uniti”. Un elemento strategico di primo livello, dunque, per la proliferazione delle guerre globali e permanenti del XXI secolo.

Bagram, ad una decina di chilometri dalla città di Charikar (provincia di Parwan), è oggi un’inesauribile macchina da guerra e, secondo alcuni congressisti USA, è la candidata più autorevole per essere trasformata nella maggiore delle basi operative che le forze armate degli Stati Uniti insedieranno in Afghanistan prima del loro parziale “ritiro” dal paese.

Lo scalo aereo è sede della 101^ divisione aviotrasportata dell’US Army e del 455th Air Expeditionary Wing dell’US Air Force che opera in missioni di combattimento, trasporto e rifornimento aereo, intelligence, sorveglianza e riconoscimento. Nella base operano pure gli uomini della 3rd Combat Aviation Brigade (Task Force Falcon), del neo-costituito 955th AES Air Expeditionary Squadron e di altri reparti dell’esercito, della marina, dell’aeronautica, dei Marine Corps e della Guardacoste USA e dei paesi partner della forza militare “ISAF” (International Security Assistance Force) NATO. Top secret il numero del personale dislocato a Bagram anche se i periodici statunitensi riferiscono di circa 20.000 unità tra militari, civili e contractor.

Sono invece più di 60 i velivoli assegnati in modo permanente: si tratta degli aerei cargo Boeing 747, C-130 “Hercules”, C-5 “Galaxi” e C-17 “Globemaster III”, degli elicotteri multiruolo “Blackhawk”, dei cacciabombardieri F-15 “Eagle” ed F-16 “Falcon”, degli aerei da attacco al suolo AV-8B “Harrier” e dei famigerati A-10 “Thunderbolt” che hanno utilizzato in diverse occasioni un misto di proiettili incendiari ad alto esplosivo e di proiettili penetranti a uranio impoverito.

A seguito dell’occupazione alleata dell’Afghanistan, a Bagram sono state realizzate multimilionarie infrastrutture: decine di caserme per il personale militare, numerosi edifici per uffici e centri di comando, tre enormi hangar per il ricovero dei mezzi, depositi munizioni, due piste aeree lunghe oltre 3.000 metri, rampe e aree di parcheggio per oltre 130.000 mq, un ospedale con 50 posti letto, centri ricreativi, campi sportivi e gli immancabili ristoranti e fast food. Il budget 2010 delle forze armate USA ha destinato più di 200 milioni di dollari per realizzare nella base strade, fognature, un megaimpianto di potabilizzazione e nuovi alloggi per i militari. Altri 43 milioni di dollari sono stati stanziati dal Congresso con il bilancio 2011: entro due anni saranno realizzati una facility per supportare le operazioni di lancio dei paracadutisti, un hangar per la manutenzione dei caccia F-15 ed A-10, una rampa per l’evacuazione dei velivoli dei reparti sanitari e una nuova stazione anti-incendio.

Bagram viene indicata come una delle infrastrutture militari “più sicure” in Afghanistan, ma la lista degli attentati di cui è stata oggetto è lunga e sanguinosa. Nel 2007, proprio mentre era in corso la visita alla base dell’allora vicepresidente Dick Cheney, un attacco suicida ad uno dei cancelli d’ingresso causò la morte di 23 persone (un militare e un contractor USA, un soldato sud-coreano e 20 operai afgani). Il 4 marzo 2009 fu invece fatta esplodere un’autobomba fuori del perimetro dell’aeroporto che causò la morte di altri tre lavoratori afgani. Quattordici mesi dopo una dozzina di insorgenti filo-Talibani sferrò un attacco armato contro la base, causando la morte di un contractor e il ferimento di 9 militari statunitensi. Non è tuttavia agli attentati che Bagram deve la sua fama sinistra a livello internazionale. La base è infatti nota come la “Guantanamo afgana” perchè sede del maggiore centro di detenzione USA di “combattenti” o semplici cittadini afgani sospettati di “terrorismo”. Secondo i dati forniti dal Pentagono a Bagram si troverebbero “all’incirca 565” detenuti. Quasi nulla si conosce della loro identità, delle circostanze del loro arresto e delle condizioni di detenzione. Nessuno dei prigionieri ha però avuto accesso all’assistenza legale o a un giudice. Oltre al personale d’intelligence statunitense, solo i rappresentanti della Croce Rosa Internazionale hanno diritto di accesso al centro di detenzione ogni 15 giorni. Nel maggio dello scorso anno, la Croce Rossa ha tuttavia rivelato di essere venuta a conoscenza dell’esistenza di una “seconda prigione dove i detenuti sono tenuti in isolamento e non hanno mai potuto incontrare il nostro personale che invece attende periodicamente gli altri detenuti”.

La Bagram Theater Internment Facility è stata al centro d’innumerevoli denunce per gravi violazioni dei diritti umani, trattamenti disumani e abusi sui prigionieri. Alcuni ex prigionieri in periodi di tempo diversi tra il 2002 e il 2008, intervistati dall’emittente britannica Bbc, hanno riferito di essere stati sottoposti da parte del personale USA a torture, pestaggi, denudamenti, privazione del sonno, minacce di morte. Il New York Times, in un’inchiesta pubblicata il 20 maggio 2005, ha documentato che “prigionieri ritenuti importanti o pericolosi sono stati ammanettati e incatenati ai soffitti e alle porte delle celle, spesso per lunghi periodi”. Torture e violenze fisiche e psicologiche sarebbero state praticate con frequenza durante gli “interrogatori” dagli specialisti del 519th Military Intelligence Battalion e dei riservisti della 377th Military Police Company di stanza a Cincinnati.

Agli abusi all’interno del centro di detenzione di Bagram è stato dedicato il film “Taxi to the Dark Side”, vincitore del Premio Oscar 2008 come migliore documentario. Il film di Alex Gibney descrive la vicenda umana di un ventiduenne taxista afgano, Dilawar, arrestato ingiustamente con l’accusa di essere filo-Al Qaeda e morto nel dicembre 2002 a seguito delle torture ricevute durante gli interrogatori. È invece riuscito a sopravvivere all’ingiusta detenzione Jawed Ahmad, un giornalista della televisione nazionale canadese, che ha poi raccontato di essere stato sottoposto ad oltre 100 interrogatori in meno di un ano (dall’ottobre 2007 al settembre 2008). “Hanno iniziato a torturarmi subito dopo il mio arrivo a Bagram”, ha raccontato Ahmad. “Mi bastonavano duramente e m’impedivano di dormire per giorni. Mi hanno costretto a stare a lungo al gelo. Mi facevano stare a piedi nudi sulla neve per sei ore e poi in isolamento per 18 giorni consecutivi”.

“Queste testimonianze sono in linea con quanto abbiamo avuto modo di documentare a Bagram con le nostre ricerche”, ha dichiarato Rob Freer di Amnesty International. “Gli Stati Uniti continuano però a venir meno all’obbligo internazionale di indagare su tutte le denunce e sottoporre a processo le persone ritenute responsabili di aver autorizzato e commesso violazioni dei diritti umani. Con un comunicato emesso il 24 giugno 2009, Amnesty International ha pure stigmatizzato l’atteggiamento della nuova amministrazione Obama che ha “espresso opposizione a ogni tentativo di esercitare il diritto a una revisione giudiziaria, nei tribunali americani, da parte dei cittadini stranieri detenuti nella base aerea di Bagram”. L’organizzazione non governativa ha infine espresso forti preoccupazioni circa la “presenza di detenuti minorenni nel centro di detenzione, senza accesso a un avvocato o a un tribunale”. Secondo un rapporto del Comitato delle Nazioni Unite per i Diritti del Bambino, gli Stati Uniti d’America avrebbero ammesso di tenere prigionieri oltre 90 minori in Afghanistan, 10 dei quali proprio a Bagram.

È dunque in questo inferno afgano che fornirà propri servizi e proprio personale la società leader di Finmeccanica nel settore dei “prodotti elettronici integrati per la difesa e il supporto alle forze militari”. DRS Technologies, con sede a Parsippany (New Jersey), 10.000 dipendenti e un fatturato nel 2007 di 2.821 milioni di dollari, è una delle principali fornitrici del Pentagono. Quasi l’85% delle sue commesse provengono dalle forze armate USA; si tratta in particolare di forniture di apparecchiature e programmi di comando, controllo, comunicazioni, computer, intelligence e sorveglianza, di sistemi integrati di scoperta e elaborazione dati “AEGIS” per le unità navali, di quelli per la nuova generazione di carri armati “Abrams” e per i caccia F-15 ed F-16. A fine 2008 Finmeccanica ha comunicato che il Dipartimento della difesa ha stanziato a favore di DRS Technologies 531 milioni di dollari per la fornitura di sistemi elettronici e di visione “JV-5” da installare su oltre 40 tipi di veicoli ruotati e cingolati dell’US Army e dei Marines. Nel giugno 2009, l’azienda si è poi aggiudicata un contratto di 43,9 milioni di dollari per la consegna di “addestratori P5” che saranno “impiegati sui velivoli dell’aeronautica e della marina militare statunitense, fra i quali F-15, F-16, FA-18 ed AV-8B, nelle basi europee, in particolare quelle in Italia, Germania e Regno Unito”.

L’acquisizione dell’azienda da parte della holding italiana risale al maggio 2008. Si è trattato di una spericolata operazione per il valore di circa 5,2 miliardi di dollari, che come ricorda Finmeccanica, “ha compreso l’assunzione di 1,2 miliardi di dollari di indebitamento netto con il sistema bancario, che verrà successivamente rimborsato con una combinazione di aumento di capitale, emissione di obbligazioni a lungo termine e cessione di attività (Ansaldo Energia)”. A finanziare l’acquisizione dell’intero pacchetto azionario di DRS Technologies, sono scesi in campo tre grandi istituti di credito italiani, Mediobanca, Intesa Sanpaolo e UniCredit, più l’americana Goldman Sachs International. Ogni singola azione è stata rastrellata a 81 dollari, quando alla vigilia dell’assalto di Finmeccanica ne valeva sul mercato appena 63. “La straordinaria crescita di DRS nel corso degli ultimi cinque anni e il premio ottenuto dall’operazione costituiscono un ottimo risultato per i nostri azionisti”, si legge nel comunicato emesso il 13 maggio 2008 dagli amministratori di Finmeccanica e DRS Technologies. Sì, proprio un grande affare, per speculatori, banche e signori delle armi e delle guerre.

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di Antonio Mazzeo

Annullamento del provvedimento del Consiglio comunale di Barcellona Pozzo di Gotto che ha approvato il Piano particolareggiato per realizzare un mega Parco commerciale di 18,4 ettari per violazione delle norme vigenti in materia urbanistica; invio immediato di una commissione prefettizia che indaghi sull’esistenza di possibili pressioni mafiose nell’adozione del piano e conseguente avvio della procedura di scioglimento del Comune per infiltrazioni criminali. È quanto chiedono le associazioni che compongono il Presidio “Rita Atria” Libera Milazzo-Barcellona a conclusione del convegno organizzato nella città del Longano per analizzare le numerose anomalie che hanno condizionato l’iter di un progetto dai devastanti effetti sul territorio e l’economia locale. Un piano d’insediamento di complessi commerciali e alberghieri su cui è stata aperta un’inchiesta della Procura della Repubblica, attenzionato pure dal sen. Peppe Lumia (membro Pd della Commissione parlamentare antimafia) che, meno di un anno fa, ha presentato una documentata interrogazione al Presidente del consiglio e al ministro degli Interni rilevandone le inquietanti zone d’ombra.

Interessata e committente della redazione del piano è la Dibeca Sas, società proprietaria di 5,97 ettari di terreni di contrada Siena dove dovrebbe sorgere il Parco commerciale. Essa è stata fondata nel novembre 1982 da un noto pregiudicato locale, l’avvocato Rosario Pio Cattafi, che secondo quanto riportato nella relazione di minoranza della Commissione antimafia della XIV legislatura, primo firmatario il parlamentare Lumia, «solo nel luglio 2005 ha finito di scontare la misura di prevenzione antimafia della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, irrogatagli nel massimo (cinque anni), per la sua pericolosità, comprovata, secondo quanto si legge nel decreto emesso dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Messina il 2 agosto del 2000, dai suoi costanti contatti, protrattisi per decenni e particolarmente intensi proprio nella stagione delle stragi, con personaggi del calibro di Benedetto Santapaola, Pietro Rampulla, Angelo Epaminonda e Giuseppe Gullotti». Dopo alcuni passaggi societari, la Dibeca è oggi nella disponibilità della madre, della sorella e del figlio di Rosario Pio Cattafi.

«La Dibeca, con il totale assenso degli organi comunali, si è appropriata di un settore di attività che vuole essere espressione del potere di supremazia», affermano i rappresentanti del Presidio “Rita Atria”. «La società, nel predisporre e redigere il piano del Parco commerciale per di più in variante al Piano Regolatore Generale, non ha inteso soltanto condizionare l’attività del Comune, ma si erge a forza egemonica, a “dominus” estraneo all’ente locale che fa sentire il suo peso su tutti gli organi istituzionali e burocratici del Comune. Ciò rappresenta la negazione dell’esistenza stessa dello Stato di diritto». A ipotizzare il condizionamento della Pubblica Amministrazione, «sull’onda di pressioni esterne estranee all’interesse generale», una serie di «atti, comportamenti ed elementi sintomatici» che, secondo i promotori dell’iniziativa No Parco, s’inseriscono «all’interno di un pesante quadro politico rappresentato dall’approvazione del nuovo PRG di Barcellona, caratterizzata da gravi sospetti d’illegittimità». Sul PRG, approvato solo l’8 febbraio 2007 dopo un’istruttoria decennale, sono piovuti ben 1.296 tra osservazioni e ricorsi, tutti relativi ad autorizzazioni edilizie e lottizzazioni anche su aree destinate ad attrezzature pubbliche, «a riprova di un territorio, quello barcellonese, nel più totale caos urbanistico ed ambientale, dove chiunque ha costruito dove, quando e come ha voluto».

Il Presidio pone attenzione innanzitutto sulla strana «equivalenza» delle date nell’adozione di atti da parte del soggetto privato e di quello pubblico. Nella stessa giornata in cui il Comune di Barcellona trasmetteva all’Assessorato Regionale Territorio ed Ambiente gli elaborati relativi al nuovo PRG, il 15 marzo 2005, la GDM SPA di Campo Calabro (Rc), una dei colossi meridionali della grande distribuzione, proprietaria del vicino Centro commerciale di Milazzo, sottoscriveva con la Dibeca una scrittura privata che prevedeva la «cessione dei terreni di proprietà di quest’ultima in comodato d’uso in attesa dell’atto di compravendita». Al momento dell’atto, però, la Dibeca non era ancora formalmente proprietaria dei terreni. Il 14 giugno 2006, ben prima dell’approvazione del nuovo strumento urbanistico, la GDM dava incarico per la redazione del Piano particolareggiato all’architetto barcellonese Mario Nastasi «entro un termine di tre mesi per il progetto di massima». Dodici mesi dopo, il 26 giugno 2007, la GDM richiedeva l’approvazione del Piano del Parco commerciale, ma l’Ufficio Tecnico Comunale si opponeva all’esame dato che «i progettisti del PRG non hanno ancora consegnato per la pubblicazione all’Albo Pretorio le modifiche discendenti dai ricorsi presentati da terzi ed accolti». Il progettista Mario Nastasi replicava immediatamente all’UTC con una nota singolare: «Le considerazioni dimostrano che è inutile attendere le modifiche agli elaborati del PRG che non ci saranno mai, ma occorre invece approvare il P.P. per risolvere positivamente le richieste avanzate con le osservazioni». La previsione del professionista si rivelerà del tutto azzeccata. «Come indicato dalle autorità regionali, era necessaria una vera e propria rielaborazione del PRG e un riesame delle porzioni di territorio compromesse», spiega Santa Mondello del Presidio “Rita Atria”. «Oggi, a quasi quattro anni di distanza, va invece segnalato il mancato adempimento degli obblighi di modifica, correzione deposito e pubblicazione del PRG di Barcellona».

L’iter del progetto poteva così proseguire superando le sospensioni e i “congelamenti” burocratici. Ma bisognava attendere il 28 maggio 2008 per il colpo di scena: il presidente della GDM, Piergiorgio Sacco, comunicava al Nastasi il ritiro dal progetto, causa le «lungaggini» nella sua predisposizione. «Stante pertanto l’impossibilità di dare corso alla suddetta operazione immobiliare – si legge nella nota – ci vediamo costretti a ritirare il progetto, che peraltro, ad oggi non ha neppure ottenuto parere favorevole da parte della Commissione Edilizia (ed anzi, il medesimo progetto ha pure subito una valutazione preliminare del tutto negativa, secondo quanto indicato nella comunicazione del Comune di Barcellona in data 2 agosto 2007». L’inatteso ritiro della GDM non segnava però il tramonto del megaprogetto. Il 29 maggio, il giorno dopo cioè della lettera inviata dalla società calabrese, la Commissione Edilizia si riuniva per esaminare il Piano e con verbale del successivo 3 giugno esprimeva parere positivo per la sua approvazione. Il 5 gennaio 2009 usciva allo scoperto la Dibeca della famiglia Cattafi presentando richiesta di voltura della pratica per il Piano di contrada Siena. Poi, nella stessa giornata del 21 luglio 2009, l’architetto Mario Nastasi autorizzava il proprio fratello e socio di studio Santino Nastasi all’utilizzo degli elaborati a sua firma, mentre la Dibeca dichiarava formalmente di volere subentrare nel progetto originariamente presentato dalla GDM. Ciò nonostante quest’ultima società non avesse mai fatto pervenire all’ente locale la sua rinuncia con richiesta di ritiro degli elaborati. Una questione non certo secondaria che deve aver creato qualche dubbio di legittimità perfino ai membri della Commissione Edilizia che, nella seduta del 14 luglio 2009, richiedevano espressamente «la prova della rinuncia dell’istanza da parte della GDM SPA e del suo contestuale consenso al trasferimento di quella alla Dibeca». Il successivo 21 luglio l’organo comunale opponeva però un repentino dietrofront: preso atto della dichiarazione della ditta committente e dei progettisti, tutte rese in pari data, confermativa dell’istanza, autorizzava «l’utilizzo degli elaborati già agli atti con facoltà di modifica e di integrazione». «Una presa d’atto, quella del Comune», sottolinea Santa Mondello, «che è ben altro della prova della rinuncia della GDM e dell’autorizzazione all’ingresso della Dibeca e del conseguente utilizzo degli elaborati che non ricadono certamente nelle facoltà di disposizione del progettista, perché egli è e rimane solo un prestatore d’opera della committente GDM che ne è proprietaria». Le incongruenze però non venivano rilevate e due giorni dopo, il 23 luglio 2009, l’Unità Tecnica dava parere  favorevole all’approvazione del Piano particolareggiato. Approdato in Consiglio comunale, esso veniva approvato in via definitiva il successivo 16 novembre con il voto favorevole di 22 consiglieri di maggioranza e opposizione e un’astensione.

Per i rappresentanti del Presidio “Rita Atria”, la predisposizione del Piano da parte della Dibeca, società privata, in sostituzione dell’ente locale, è un provvedimento del tutto illegittimo. «In materia urbanistica il Comune è sempre in posizione di supremazia, con la conseguenza che eventuali atti di disposizione del potere in tale materia sarebbero nulli», spiega ancora Mondello. «La funzione di pianificazione urbanistica non solo è un’attività che conserva il carattere autoritativo, ma è anche sostanzialmente a carattere normativo. Nel nostro caso è invece la Dibeca a dettare le norme tecniche di attuazione e del regolamento edilizio. Non è pensabile che detta potestà sia trasferibile ad un privato, vieppiù non proprietario dell’intero comparto, interessato alla realizzazione di uno dei progetti norma in esso contenuti. Si è surrogato indebitamente all’ente locale esercitando una potestà amministrativa non delegabile né attribuibile ed assumendo nel contempo il ruolo di regolante e regolato per sé stesso e per gli altri consociati, direttamente o indirettamente interessati o addirittura contrari  alla realizzazione di un Parco commerciale».

Secondo il Presidio “Rita Atria” l’adozione del Piano è pure intervenuta in variante alle prescrizioni del PRG di Barcellona. «Il progetto è un’opera imponente se lo si guarda in termini di entità della superficie coinvolta e del volume edilizio realizzabile. Che si proponga una vera e propria variante al PRG che controverte le determinazioni assessoriali è confermato dai dati rinvenibili nella Relazione al Piano del giugno 2007». Il dimensionamento del progetto è prospettato infatti in una viabilità totale di mq. 40.767 contro i 5.052 esistenti e di un insieme di zone edificabili per mq. 184.079, per un totale dunque di mq. 224.846, 24.000 in più di quanto veniva dimensionato nel decreto approvativo dello strumento urbanistico (mq. 200.850). La sub-zona B, infine, destinata ad area residenziale, è ampliata da mq 3.407 a 15.100 e si indica in mc. 37.750 il volume massimo realizzabile, mentre i fabbricati esistenti hanno un volume di mc. 23.165. «Occorre chiarire che il privato non ha alcuna facoltà di chiedere l’approvazione di un  progetto in variante ma può formulare soltanto sollecitazioni e/o proposte, fermo restando che la valutazione circa la necessità concreta di apportare ed adottare modificazioni allo strumento urbanistico è di competenza dell’organo consiliare», aggiunge Santa Mondello. Come se ciò non bastasse una porzione delle aree che la Dibeca dice di sua proprietà, appare al di fuori dal perimetro che la mappa catastale segna per la realizzazione del Parco commerciale, intervenendo invece nell’area normata dal Piano Regolatore ASI, che né l’ente locale né il privato ha facoltà di modificare, essendo questo un atto sovra comunale che viene automaticamente calato nel PRG. Per il Presidio, la destinazione di suddetta porzione in zona ASI è da ritenersi «a sistema residenziale, con nuove edificazioni che nulla c’entrano con le osservazioni proposte in sede di adozione dello strumento urbanistico generale». «Quelli esaminati – commenta amaramente Mondello – sono senz’altro aspetti che non potevano sfuggire alla lettura degli organi comunali, i quali evidentemente hanno ritenuto non conveniente, non soltanto non adempiere a quelle formalità comunque correlate ad una pianificazione urbanistica, relative al deposito del piano ed alla pubblicità ma ancor più non partecipare la variante all’Assessorato Regionale, che ne avrebbe potuto rilevare immediatamente l’incoerenza con le determinazioni assunte in sede di approvazione del PRG».

L’ultimo aspetto rilevato dalle associazioni anti-mafia attiene alla valutazione dei terreni compresi nel Piano particolareggiato, stimati nel luglio 2007 (quando al progetto era interessata la GDM) in 28 euro al mq. e di contro stimati dalla Dibeca, 19 mesi dopo, in 85 euro al mq., sulla base di una sentenza della Corte Costituzionale del 2007 che dichiarava incostituzionale la norma per la quale le aree edificabili venivano stimate con il criterio del cosiddetto “valore dimezzato”. «È incontrovertibile – commenta il Presidio – che la prima perizia dava ai terreni di contrada Siena un valore di mercato, che è valore venale, e non di esproprio e comunque tre volte meno di quanto poi stimato dall’elaborato del febbraio 2009 e ciò ancorché le condizioni ed il pregio urbanistico dei beni si fondava su presupposti di valutazione assolutamente identici, vale a dire la destinazione commerciale di cui al PRG, non essendo ancora stato approvato il Piano particolareggiato». Le associazioni sottolineano inoltre che la valutazione riguarda tutti i terreni interessati, «compresi sia quelli che interesserebbero strutture private che quegli altri che presumibilmente interesserebbero la viabilità principale del Piano e che non potranno che essere di proprietà pubblica comunale». Conti alla mano, nel giugno 2007 gli espropri erano stimati in 335.897 euro (relazione a firma dell’architetto Mario Nastasi); nel febbraio 2009 giungevano al valore di 1.713.893 euro (relazione a firma dell’architetto Santino Nastasi).

Passa proprio dalla crescita rapida ed esponenziale del valore dei terreni di contrada Siena il vero e proprio affaire del progetto Parco commerciale. «L’approvazione del Piano particolareggiato ha innescato un meccanismo di supervalutazione dei terreni di quasi il 300% del valore venale originariamente indicato, con tutto quanto ne consegue in termini di distorsione delle regole che presiedono ad una compravendita libera e legittima e ciò sia che si realizzi o meno il Parco commerciale», dichiarano i rappresentanti del Presidio. Ciò spiega l’ampio consenso generato dal Piano tra i numerosi proprietari degli aranceti e dei vigneti vincolati ad espropriazione, fatta eccezione per un solo soggetto oppostosi davanti al Tar di Catania.

Il mancato aggiornamento catastale impedisce di conoscere la reale identità dei fortunati beneficiari del più grande affare della storia di Barcellona Pozzo di Gotto. Le date di nascita di buona parte dei proprietari riportati nelle visure risalgono agli anni ’20, ’30  e ’40 del secolo scorso e presumibilmente i terreni sono andati in eredità a figli e nipoti e forse pure già alienati. Nell’elenco spicca però, in qualità di proprietario al 50% di un vigneto di 6.170 mq, la presenza del noto imprenditore Tindaro Calabrese, uno dei maggiori costruttori dell’intera provincia di Messina. La stima dell’esproprio è di 34.138 euro. Tre anni fa era di appena 6.892 euro. Nulla di comparabile con quanto capitalizzato dal “dominus” dell’intera vicenda del Parco degli orrori, la Dibeca Sas della famiglia di Rosario Pio Cattafi. La società acquistò i terreni di contrada Siena il 7 aprile 2005 dall’Opera San Giovanni Bosco dei Salesiani che, a sua volta, li aveva ricevuti in donazione testamentaria da uno stretto congiunto dei Cattafi. Costo totale 619.800 euro (394.800 per i terreni agricoli e 225.000 euro per i fabbricati ivi ospitati), con pagamenti avvenuti in data anteriore alla stipula del contratto di compravendita. Considerata l’estensione (5,97 ettari), i terreni sono costati 10,38 euro a mq. Con la stima di 85 euro a mq, essi valgono sul mercato odierno 5.074.500 euro, l’800% circa in più di quanto sono stati pagati. Parco o non parco per la dynasty barcellonese è tutto oro colato.

di Antonio Mazzeo

La caduta degli dei. The Sixth Family, la “Sesta Famiglia”, i Rizzuto di Montreal, prima gregari poi costola canadese dei potentissimi clan italo-americani dei Gambino-Bonanno, infine signori e padroni dei traffici di droga e delle grandi opere in mezzo mondo, un occhio puntato sul Ponte sullo Stretto di Messina, per la cui realizzazione erano pronti a scommettere sino a 6 milioni di dollari. Sotto il piombo dei nemici ancora senza volto, sono stati annientati vecchi e nuovi boss, reggenti e luogotenenti.

Il pomeriggio del giorno di San Silvestro del 2009, sei colpi di pistola per assassinare Nick Rizzuto junioril primogenito di don Vito, il “padrino del Ponte”, in carcere negli States per un triplice omicidio avvenuto a New York nel 1981. Sei mesi più tardi è assassinato per strada nel cuore di Montreal il boss di origini agrigentine Agostino Cuntrera, affiliato all’omonimo clan dei Cuntrera-Caruana, soci d’affari dei Rizzuto in mezza Europa, nelle due Americhe e nei Caraibi. La sera scorsa, nella villa-bunker di Antoine Berthelet Avenue, la “strada della mafia” dove risiedono quasi tutti i capi e sottocapi delle cosche di Montreal, ad essere ucciso è l’ottuagenario Nicola “Nick” senior, il capostipite della “famiglia” Rizzuto. Il terzo attacco al cuore di don Vito, ormai solo, sconfitto; il segnale che si è conclusa la sagra della “famiglia” emigrata in Canada nel 1954 da Cattolica Eraclea (Ag), che in meno di 50 anni era riuscita a sfiorare il cielo con un dito.

Originariamente, a guidare la mafia canadese era stato l’ex carpentiere e lottatore professionista Vincent Cotroni. Il mafioso di origine calabrese, soprannominato “Vic the Egg”, si era messo a disposizione sin dai primi anni ’50 dei maggiori padrini di Montreal dedicandosi al controllo del traffico di droga, delle estorsioni, della prostituzione e delle case da gioco. Nel 1970, ad Acapulco, Cotroni giunse a stringere un accordo con Meyer Lansky, personaggio di vertice della criminalità Usa sin dal tempo del proibizionismo. Con Lanski, il mafioso italo-canadese pianificò una serie di investimenti in vista della ventilata legalizzazione del gioco d’azzardo in Québec. Meyer Lansky era a capo di casinò e bische clandestine negli States e nei Caraibi e sembrava godere di una pressoché inviolabile immunità da parte delle autorità, probabile effetto del ruolo di intermediario tra la Marina militare statunitense e Cosa Nostra per la “protezione” delle unità navali in sosta nei porti della costa atlantica, durante la seconda guerra mondiale. L’organizzazione mafiosa fu poi coinvolta nei preparativi di sbarco degli Alleati in Sicilia nel luglio 1943. Con Vincent Cotroni operava sin dal suo arrivo in Canada, Nicola “Nick” Rizzuto, un povero campiere che prima di sbarcare in nord America era stato alle dipendenze dei baroni Agnello, latifondisti che possedevano nell’agrigentino vaste proprietà immobiliari. L’incontro con Cotroni aprì in pochi anni a don Nicola le porte ad una vita finalmente agiata, le macchine di lusso, i ricorrenti viaggi negli Stati Uniti, un’abitazione nel cuore di Montreal, le migliori scuole per i figli.

Nel 1972, a riprova dei consolidati rapporti di amicizia e di affari tra gli esponenti della mafia nordamericana e Cosa Nostra siciliana, Vincent Cotroni, Nick Rizzuto ed i rappresentanti locali delle famiglie Cuntrera-Caruana ricevevano in Canada Giuseppe Settecasi, a capo delle cosche mafiose dell’intera provincia di Agrigento. l clima del tempo era pesantissimo, la mafia siciliana era dilaniata da una guerra intestina che avrebbe consentito, qualche tempo dopo, la scalata al vertice dei Corleonesi di Riina e Provenzano. n una interminabile sequela di riunioni a Montreal, Epiphani, Hamilton e New York, Settecasi incontrò i principali esponenti della mafia italo-americana, tra cui Paul Castellano, Paul Violi, Giuseppe Cuffaro, Gerlando Sciascia, Angelo Mongiovì, Emanuele Ragusa. Motivo principale del viaggio di Settecasi, secondo le autorità canadesi, era stato quello di rafforzare i rapporti tra la mafia dei due continenti e ricucire una frattura all’interno dei gruppi criminali locali. Settecasi doveva appianare le divergenze sorte nella cosca rappresentata da Vincent Cotroni, tra Leonardo Caruana e lo stesso Nicola Rizzuto che aveva messo in discussione la sua nomina a capo mandamento. Il Rizzuto, in particolare, non gradiva la familiarità creatasi tra Vic Cotroni e il calabrese Paul Violi, n forte ascesa nel crimine canadese, anche grazie al matrimonio con Grazia Luppino, la figlia di Giacomo Luppino, boss originario di Castellace di Oppido Mamertina e rappresentante della “famiglia” Magaddino. Proprio il Cotroni, in quel matrimonio, aveva fatto da compare d’anello a Paul Violi.

La pax mafiosa raggiunta grazie alla mediazione di Settecasi fu di breve durata. Nel 1975 Vincent Cotroni finì in carcere per essersi rifiutato di testimoniare davanti alla Commissione d’inchiesta del Parlamento canadese sul fenomeno mafioso. Paul Violi fu designato suo successore. Da Caracas, dove Nick Rizzuto era stato costretto a trasferirsi avviando un ristorante che aveva chiamato “Il Padrino”, fu organizzata la controffensiva militare contro il nuovo boss di Montreal. Uno dopo l’altro caddero tutti i sottoposti di Violi. La guerra di mafia fu spietata e nelle strade della metropoli canadese ci furono una ventina di omicidi. Poi, nel 1978, fu la volta dello stesso Paul Violi a finire assassinato all’interno  del “Reggio Bar”, il locale che gestiva a Montreal e che era stato sede dei summit tra la mafia nordamericana e Giuseppe Settecasi. Per l’omicidio Violi vennero arrestati, tra gli altri, Agostino Cuntrera e Domenico Manno, entrambi legati a Nick Rizzuto.  Tre anni più tardi, non migliore sorte sarebbe toccata all’altro antagonista dell’ex campiere di Cattolica Eraclea, Leonardo Caruana. Deportato in Italia perché bollato come “indesiderato” dalle autorità che lo sospettavano di traffico internazionale di stupefacenti, Leonardo Caruana fu ucciso il 2 settembre 1981 a Palermo dopo aver presenziato alla cerimonia nuziale del figlio Gerlando. A quelle nozze aveva partecipato come testimone della sposa il politico democristiano di Sciacca, Calogero Mannino. Anche l’anziano boss Settecasi finì vittima lo stesso anno di un plateale omicidio nel pieno centro di Agrigento. Era l’epilogo di una lunga guerra che aveva consacrato la nuova leadership di Nick Rizzuto nell’organizzazione mafiosa canadese legata alle più potenti famiglie siculo-calabresi.

Si doveva attendere ancora qualche anno perché in Italia si potesse comprendere appieno come erano andati mutando gli organigrammi dei poteri tra i “cugini” d’America emigrati in massa dall’agrigentino. Il 14 febbraio 1983, gli uffici della Criminalpol di Lombardia, Lazio e Sicilia concludevano l’indagine sulle attività di reimpiego dei profitti illeciti provenienti dal traffico di droga in varie società finanziarie e commerciali con sede a Milano. Scattava la famosa operazione Notte di San Valentino che individuava i collegamenti tra alcuni dei boss più noti di Cosa Nostra, immobiliaristi di grido come Luigi Monti ed Antonio Virgilio e personaggi gravitanti nel sottobosco politico ed imprenditoriale milanese. La fitta ragnatela di cointeressenze che sarebbe poi riemersa nelle indagini sulla scalata della mafia ai casinò del nord Italia, vedeva tra i maggiori indagati il boss Gerlando Alberti ’u paccarè, i fratelli Giuseppe e Alfredo Bono, Ugo Martello, Gaetano Fidanzati, Gaetano Carollo e Michele Zaza. Tra i destinatari dei mandati di cattura emessi dal giudice istruttore c’erano poi i componenti della colonia siciliana in terra canadese, quasi tutti i membri delle famiglie Cuntrera e Caruana di Siculiana, Antonio Mongiovì (il figlio di Angelo Mongiovì che aveva partecipato ai summit mafiosi con Giuseppe Settecasi), nonché il padrino Nicola Rizzuto ed il figlio Vito. L’inchiesta dei giudici di Milano aveva ricostruito i passaggi di droga lungo l’asse Sicilia-Sudamerica e i meccanismi di un colossale riciclaggio di denaro che toccava le principali piazze finanziarie del mondo, Svizzera ed Hong-Kong in testa. Nodi strategici della rotta degli stupefacenti erano il Canada, gli Stati Uniti (famiglie Bono-Bonanno) ed il Venezuela dove erano stati distaccati per conto dell’organizzazione Pasquale, Giuseppe, Alfonso e Paolo Cuntrera, nonché Antonio e Giuseppe Caruana.

Lasciatosi alle spalle l’uragano della Notte di San Valentino, a metà anni ’80 l’anziano boss Nick Rizzuto decise di passare il comando della “cellula” canadese nelle mani del figlio Vito; fece ritorno in Venezuela, dove sarà arrestato nel febbraio 1988 e condannato a cinque anni di carcere per possesso di cocaina. Il 22 novembre 2006, Nicola “Nick” Rizzuto venne raggiunto da un nuovo mandato di cattura in Canada, nell’ambito dell’inchiesta denominata Project Colisee su un grosso traffico di cocaina che vede indagati una novantina di persone, tra i quali alcuni funzionari dell’aeroporto internazionale di Montreal che avrebbero utilizzato lo scalo per i trasferimenti di droga. L’organizzazione criminale avrebbe pure importato negli Stati Uniti enormi quantità di marijuana attraverso il parco naturale di Akwesarne. Nicola Rizzuto fu pure accusato di estorsione e gestione di scommesse sportive clandestine. Tre anni più tardi l’epilogo. Prima il dramma dell’assassinio dell’omonimo nipote. Poi la sua brutale eliminazione a 86 anni di età.

di Antonio Mazzeo

Nuovo incidente ad un dipendente civile della base militare USA di Sigonella. La sera del 2 novembre, un autobus della società di gestione aeroportuale Algese2 si è ribaltato all’interno dell’area aeroportuale. Il mezzo riservato al trasporto degli equipaggi è rimasto totalmente danneggiato, l’autista ha riportato numerose contusioni ma si è rifiutato di andare in ospedale. Nel luogo del sinistro sono giunti i carabinieri e i dirigenti di scalo e sarebbe stata aperta un’inchiesta per accertare le cause e le modalità del ribaltamento.

Si tratta del secondo grave incidente in meno di una decina di giorni. La notte di domenica 24 ottobre, un grosso pallet contenente un carico di zinco da 1.600 kg era caduto da un aereo Md-11 schiacciando un lavoratore di 47 anni, Salvatore Maita, che si trovava sulla rampa sottostante. Trasportato d’urgenza al reparto di neurochirurgia dell’ospedale “Garibaldi” di Catania, l’operaio è stato sottoposto a un intervento chirurgico per la riduzione di un esteso trauma cranico e, solo tre giorni fa, è miracolosamente uscito dallo stato di coma. Anche Maita è dipendente della società Algese che ha in gestione per conto dell’US Navy i servizi a terra dell’aeroporto di Sigonella.

Secondo i sindacalisti della CUB Trasporti le cause “di questo preoccupante stillicidio di incidenti sul lavoro” all’interno della grande infrastruttura militare siciliana sono da imputare all’“aumento indiscriminato dei carichi di lavoro, al sottodimensionamento dell’organico, alla diminuzione dei livelli di sicurezza sul lavoro e all’assenza di investimenti”. Più sfumate le valutazioni delle altre organizzazioni sindacali presenti a Sigonella. “Riteniamo opportuno non entrare nel merito di quanto accaduto per rispetto dell’indipendenza della magistratura che indaga per accertare eventuali responsabilità e violazioni delle normative di sicurezza e protezione dei lavoratori”, scrivono in un comunicato congiunto Filt Cgil, Fit-Cisl, Uiltrasporti e Ugl Trasporto Aereo. “Chiediamo che si fermi questa oscena catena di incidenti sul lavoro che offendono la dignità e rischiano di distruggere anni di conquiste del movimento dei lavoratori. Quello che ha colpito il lavoratore di Algese è tuttavia il primo grave infortunio registrabile all’interno dell’aeroporto di Sigonella all’infuori di quelli “in itinere” sulla Catania-Gela, definita la strada della morte”. Che si sia trattato di un “primo infortunio” è tesi discutibilissima; di certo non è stato l’ultimo, considerato quanto poi accaduto il 2 novembre all’automezzo e all’autista di Algese2.

Alla spirale degli incidenti si sommano le preoccupazioni del personale civile per i piani di ridimensionamento degli organici predisposti dal Dipartimento della difesa degli Stati Uniti nelle basi in Italia, Napoli e Sigonella in testa. Da metà ottobre sono divenuti esecutivi i licenziamenti di 44 cittadini statunitensi e 39 dipendenti locali; altri 52 lavoratori italiani sono stati ricollocati in “posizioni create a seguito di dimissioni volontarie e congelamento delle assunzioni”, mentre 24 lavoratori “che occupavano posizioni in eccesso o successivamente utilizzate per ricollocamenti” hanno firmato lettere di dimissioni “volontarie” in cambio di incentivi economici. Tagli pesantissimi che l’US Navy ha eseguito discriminando apertamente i lavoratori di nazionalità italiana, i quali sarebbero immediatamente sostituiti con personale di origine statunitense di nuova assunzione. Con una interpellanza urgente al presidente del Consiglio e ai ministri della Pubblica amministrazione, del Lavoro e dell’Economia, l’onorevole Giuseppe Berretta (Pd) denuncia che le forze armate americane avrebbero avviato il licenziamento a Sigonella in violazione della legge 23 luglio 1991, n. 223 e “in spregio agli accordi internazionali quali il SOFA agreement, che prevede che la manodopera utilizzata nelle basi Nato sia locale”.

Secondo le denunce dei sindacati” – aggiunge Berretta – “le basi americane starebbero assumendo in maniera illegittima e senza le necessarie autorizzazioni personale di cittadinanza statunitense, attraverso agenzie interinali, e sarebbe persino stato bandito un concorso per l’assunzione di 45 unità di personale statunitense proprio nella base di Sigonella”. Nell’invocare il riconoscimento al personale italiano delle basi Nato l’applicazione della legge n. 98 del 1971 che prevede l’assunzione negli uffici periferici dello Stato di personale eventualmente licenziato da organismi militari esteri, il parlamentare del Partito democratico chiede al Governo di “rimpinguare con le risorse necessarie, il fondo statale previsto per l’inquadramento del suddetto personale”.

Il 13 marzo 2010, il ministro per la Pubblica amministrazione Renato Brunetta si era pubblicamente impegnato con l’amministrazione provinciale di Catania a dare accesso alle misure di sostegno al reddito previste dalla legislazione a tutti i lavoratori civili della base militare di Sigonella licenziati. Sono trascorsi otto mesi ma per gli (ex) dipendenti la riconversione occupazionale resta un miraggio.


di Antonio Mazzeo

 

Lavori altamente pericolosi e scarsamente retribuiti in un ambiente dove imperano comportamenti repressivi ed antisindacali. È il pane quotidiano degli operai italiani della grande militare base USA di Sigonella. Un mondo a parte fatto di precarietà e sfruttamento intensivo del tutto ignorato dai politici e dai media perlomeno sino a quando non sopraggiunge la tragedia. La notte di domenica 24 ottobre un grosso pallet contenente un carico di zinco da 1.600 kg è caduto da un aereo schiacciando un lavoratore di 47 anni, Salvatore Maita, he si trovava sulla rampa sottostante. Trasportato d’urgenza in ospedale, l’operaio è stato sottoposto a un intervento chirurgico per la riduzione di un esteso trauma cranico, ma le sue condizioni restano disperate. La vittima era impegnata nelle operazioni di carico di un Md-11, aereo cargo trimotore prodotto dalla McDonnell Douglas, di proprietà di una compagnia privata operante per conto del Fleet and Industrial Supply Center (FISC), il centro logistico delle forze navali degli Stati Uniti d’America istituito a Sigonella il 3 marzo 2005. l FISC dirige e coordina la movimentazione e l’invio di merci, attrezzature, viveri, armi, munizioni e materiali pericolosi alle truppe schierate negli scacchieri di guerra in Africa, Caucaso, Golfo Persico, Iraq ed Afghanistan.

Sul gravissimo incidente che ha coinvolto Maita è stata avviata un’indagine da parte della Procura della Repubblica di Catania. “Quello di Sigonella è l’ennesimo di una lunghissima serie che si sta verificando negli aeroporti italiani”, denuncia in un comunicato la Cub Trasporti. L’aumento indiscriminato dei carichi di lavoro, il sott’organico, la precarietà, l’assenza di adeguati investimenti, la privatizzazione e la diminuzione dei livelli di sicurezza sul lavoro sono le cause di uno stillicidio di incidenti che non possono e non debbono continuare. Auspichiamo che siano individuate le responsabilità del grave incidente di Sigonella e che la procura predisponga l’obbligo dei dovuti risarcimenti all’operaio che ne è rimasto vittima”.

I rappresentanti locali della Cub Trasporti puntano il dito sui pesantissimi tagli agli organici operati negli ultimi anni. “Nel 1997 noi lavoratori eravamo 274”, denuncia uno dei colleghi di Salvatore Maita. “Ora siamo sotto organico, in 162. Gli altri sono in mobilità e cassa integrazione. Il consorzio di aziende con cui lavoriamo, dopo aver ottenuto l’appalto, ha dichiarato lo stato di crisi. Hanno fatto fuori tutele, diritti e sindacati. Il risultato finale è che c’è un collega che sta morendo”. Il consorzio in questione è Algese2, costituito dalle società Alisud, Gesac e Servisair, aggiudicatosi qualche mese fa un contratto di oltre 100 milioni di dollari per gestire per quattro anni le operazioni aeroportuali nelle basi di Napoli-Capodichino e Sigonella. Grazie a un ricorso, Algese2 ha soffiato la commessa del Dipartimento dell’US Navy al colosso industriale Lockheed Martin, uno dei principali attori del complesso militare industriale statunitense. Inizialmente la Lockheed era stata dichiarata vincitrice dei lavori e avrebbe dovuto operare nelle due basi della marina militare USA dal febbraio 2010. “Algese ha però ottenuto prima una proroga fino al 30 giugno 2010, grazie a un contratto dal valore di 3.200.000 euro, poi l’aggiudicazione definitiva dell’appalto”, spiegano i rappresentanti della Cub Trasporti. “Immediatamente il consorzio ha reso pubblica la decisione di non pagare ai suoi dipendenti né gli arretrati per complessivi 1.700 euro, né gli aumenti stabiliti dal nuovo contratto nazionale sottoscritto il 26 gennaio 2010, pari a 131 euro mensili”.

Con l’accordo quadriennale per la gestione aeroportuale di Napoli-Capodichino e Sigonella, Algese2 si afferma come uno dei maggiori contractor delle forze armate statunitensi in Italia. Nel triennio 2004-2006 il consorzio aveva già ottenuto dal Fleet and Industrial Supply Center commesse per 18.412.208 dollari. Ad esse vanno poi aggiunti i 15 contratti per complessivi 118.942.608 dollari sottoscritti dal principale socio-azionista di Algese2, l’Alisud Spa di Napoli, con diverse agenzie del Pentagono nel periodo compreso tra il 2000 e il 2009. La società napoletana che ha pure in gestione l’handling degli scali di Venezia, Bologna, Catania-Fontanarossa e Palermo, opera ininterrottamente dal 1972 nel terminal militare di NSA Napoli, e dal 1976 a Sigonella. La presenza in Sicilia si è interrotta per un breve periodo nel maggio 1997, quando i servizi della base militare furono affidati ad una joint-venture italo-statunitense composta da Pae, Aviation Management e Climega, he presentò un’offerta di gara con un ribasso del 42%. ubito dopo il loro arrivo, queste tre società presentarono un pesantissimo “piano di ristrutturazione” che prevedeva tagli occupazionali e salariali per il personale, con un ulteriore peggioramento delle condizioni di lavoro e dell’agibilità sindacale. lavoratori di Sigonella diedero però vita ad una mobilitazione senza precedenti nella storia delle basi USA in Europa, effettuando sino ad oltre 4.000 ore di scioperi, blocchi stradali e un digiuno durato 46 giorni, subendo pure le cariche delle forze dell’ordine. La straordinaria stagione di lotta dei lavoratori, nota con il nome di “Popolo dei cancelli”, fu documentata dal cineasta britannico Ken Loach.

Con il ri-affidamento nel novembre 2002 del contratto ad Algese2, non si registrò tuttavia alcun cambiamento di rotta nelle politiche aziendali. Il 10 maggio 2004, nel corso di un seminario di studio sul ruolo strategico della base siciliana e sulla penetrazione mafiosa nella gestione di subappalti di costruzione e servizi al suo interno, alcuni lavoratori denunciarono che il “biglietto da visita” del consorzio vedeva l’imposizione di una piattaforma aziendale “finalizzata al contenimento ed alla compressione salariale”, con conseguente “precarizzazione del rapporto di lavoro e l’intensificarsi dello sfruttamento.  Da allora in poi le cose sono ulteriormente peggiorate e per i lavoratori “non c’è stato più scampo”, dichiarano oggi i rappresentanti locali della Cub Trasporti. “Non solo rispetto al loro precedente “status” i lavoratori di Sigonella non recupereranno mai nulla, ma dal 2002 al 2010 perderanno ancora altri livelli e perciò altri soldi, perderanno gratifiche, diritti e speranze. Perderanno posti di lavoro e perfino il rispetto di sé”.

Non è certamente migliore l’aria che si respira tra i dipendenti civili italiani e statunitensi direttamente impiegati dalla marina militare USA. Il 15 ottobre è stato completato il processo di ridimensionamento numerico del personale delle basi di Napoli e Sigonella. “Di conseguenza sono state eliminate 44 posizioni americane, 39 dipendenti locali sono stati oggetto di cessazione non volontaria del rapporto di lavoro e 52 dipendenti locali sono stati ricollocati in posizioni create a seguito di dimissioni volontarie e congelamento delle assunzioni”, scrive il Contrammiraglio Tony Gaiani, Commander, Navy Region Europe, Africa, Southwest Asia. L’US Navy ha pure sospeso temporaneamente le assunzioni durante il processo di adeguamento del personale al fine di minimizzare le possibili perdite di posti di lavoro. Inoltre, la Navy ha garantito incentivi all’esodo per 24 impiegati che occupavano posizioni o in eccesso o successivamente utilizzate per ricollocamenti”. Le funzioni strategiche delle basi USA in Italia sono destinate a crescere ulteriormente, nuovi scenari di guerra si aprono in Africa ed Asia e vengono schierati nuovi reparti d’élite a Vicenza e ulteriori sofisticati sistemi d’arma in Sicilia (i Global Hawk a Sigonella e il MUOS a Niscemi), ma l’occupazione italiana è destinata progressivamente a scemare.