di Antonio Mazzeo

Pattugliatori, cannoniere e motovedette non saranno più sole nella guerra contro i migranti che bussano alle porte dell’Unione europea.

Christos Papoutsis, ministro greco alla “protezione dei cittadiniha annunciato in un’intervista alla Athens News Agency (ANA) che la Grecia pianifica la costruzione di una rete divisoria ai confini con la Turchia per impedire l’ingresso di immigrati illegali”.

La struttura presa a modello è quella del cosiddetto “muro della vergognaealizzato in California, Arizona, Nuovo Messico e Texas lungo la frontiera con il Messico: la barriera greco-turca sarà lunga 206 chilometri e dotata di sofisticati sensori elettronici e strumenti
per la visione notturna.
Uomini armati di tutto punto presidieranno 24 ore al giorno il muro di lamiere e filo spinato con l’ausilio di veicoli terrestri ed elicotteri. Per chi riuscirà a superare la nuova trincea militare tra la “civile” Europa e l’ignoto universo del Sud ci sarà la deportazione in uno dei tanti campi-lager che popolano i centri di frontiera dell’Unione.

In Grecia viene intercettato attualmente il 90% degli attraversamenti illegali dei confini dell’Unione europea, affermano i rappresentanti di Frontex , l’Agenzia per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli stati membri dell’Unione europea: Nella prima metà del 2010 sono stati registrati dalle autorità greche 45.000 attraversamenti illegali dei confini nazionali”, aggiunge Frontex, “è in atto uno spostamento rapido e brutale dei luoghi di passaggio delle frontiere marittime verso la frontiera terrestre greco-turca a nord del Paese. Si tratta in particolare di afgani o migranti arrivati dall’Algeria e da altri paesi del nord Africa, dal Pakistan, dalla Somalia e dall’Iraq”.

Donne e uomini in fuga dunque da guerre, repressioni e dai bombardamenti dell’Alleanza Atlantica, cui flusso – nonostante gli allarmi terroristici dei governi – non assume assolutamente le caratteristiche dell’esodo di massa. Sempre secondo Frontex, lo scorso anno il numero di attraversamenti illegali delle frontiere marittime tra la Grecia e la Turchia ha subito una riduzione del 16% rispetto all’anno precedente, mentre quelli attraverso le frontiere terrestri di Grecia e Bulgaria sono crollati del 40%. La “pressione” al confine con la Turchia è dunque frutto di un cambio delle rotte migratorie nel Mediterraneo e nell’area sud-orientale del continente, complice la politica di contrasto iper-militarizzata dell’Ue e dei partner nord-africani.

Christos Papoutsis non ha chiarito se l’Unione è stata informata del programma di allestimento del “muro” anti-immigrati con la Turchia , ma appare poco credibile che la decisione sia stata assunta unilateralmente dal governo greco. Lo scorso mese di novembre, a seguito di una richiesta dello stesso ministro per la “protezione dei cittadini”, Frontex ha deciso d’inviare ad Orestiada, nella regione della Tracia, 175 specialisti dei Rapid Border Intervention Teams (RABIT), e squadre di intervento rapido create per essere utilizzate “in situazione d’emergenza nei momenti di forte flusso migratorio”.

L’intervento dei RABIT serve ad accrescere i livelli di controllo e sorveglianza al confine esterno della Grecia con la Turchia e le aree vicine”, spiegano gli alti funzionari di Frontex, “si tratta del primo invio in uno stato membro dell’Ue dalla creazione dei RABIT nel 2007. Tutti gli uomini operano sotto il comando e il controllo delle autorità di polizia greche. Sono armati, ma potranno usare le loro armi solo per autodifesa. Si tratta di specialisti ed esperti in attività d’intelligence, screening di documenti falsi, ingressi clandestini, controlli di frontiera, auto rubate, perquisizioni con l’ausilio di cani”.I RABIT coordinano il loro intervento con la Joint Operation Poseidon, l’operazione terrestre e marittima anti-immigrati lanciata da Frontex nel 2006 ai confini tra Grecia, Bulgaria  e Turchia. Congiuntamente ai 175 specialisti, Frontex ha trasferito in Grecia attrezzature tecniche e di supporto logistico: tra esse un elicottero, 9 autobus, 19 fuoristrada da pattugliamento, una serie di visori termici e notturni. Le apparecchiature sono state messe a disposizione da Austria, Bulgaria, Danimarca, Germania, Romania e Ungheria, ma i costi totali degli interventi verranno assunti collegialmente da tutti i membri dell’Unione. Programmata inizialmente per durare solo due mesi, a fine anno la missione RABIT è stata prorogata sino al 3 marzo 2011.

La decisione di inviare i RABIT al confine greco-turco è giunta subito dopo che un funzionario delle Nazioni Unite ha denunciato come i migranti illegali siano “frequentemente tenuti in Grecia in condizioni disumane all’interno di centri  di detenzione sporchi e sovraffollati, controllati da poliziotti scarsamente formati”. Nel paese sono pure inadeguate le condizioni di accoglienza dei profughi del tutto inesistente l’applicazione delle procedure previste internazionalmente per i richiedenti asilo. Nell’aprile 2008, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati ha perfino chiesto agli stati membri dell’Ue di non trasferire in Grecia gli immigrati sospendendo l’applicazione del cosiddetto “Regolamento di Dublino che prevede che i richiedenti asilo siano rinviati verso il primo paese in cui hanno fatto ingresso dopo essere entrati nell’Unione.Ciononostante, 995 ichiedenti asilo provenienti da Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Norvegia, Olanda e Svizzera sono stati trasferiti in Grecia nei primi dieci mesi del 2009. Amnesty International, in un rapporto pubblicato nel luglio 2010, ha documentato il grave trattamento subito dagli immigrati detenuti nei campi e nei posti di polizia di frontiera.

Scarse se non inesistenti sono le possibilità di accedere all’assistenza sanitaria, sociale e legale. La detenzione prima dell’espulsione può durare fino a sei mesi per i richiedenti asilo e i migranti irregolari. Essi non vengono informati circa la durata della loro detenzione o sul loro futuro. Possono essere trattenuti per lunghi periodi di tempo in strutture sovraffollate dove i minori non accompagnati sono detenuti insieme agli adulti

Amnesty ha inoltre raccolto diverse denunce di maltrattamenti a danno dei migranti da parte della guardia costiera e della polizia greca. Uno dei campi visitati nel giugno 2009 dalla ONG è quello che sorge nei pressi di Soufli, a pochi chilometri dalla città di Oristiade, attualmente “monitorato” dai RABIT di Frontex. Più di 40 tra uomini e donne sono tenuti separatamente in due celle che sono piccolissime e sudice”, scrive Amnesty, “non ci sono abbastanza materassi per tutti e i detenuti devono dormire in posizione seduta o nei bagni. La luce naturale e la ventilazione sono insufficienti. È stata denunciata la presenza di scorpioni, insetti e serpenti all’interno delle celle. Segni di morsi di insetti sono visibili nelle braccia e nelle gambe di alcuni degli immigrati.

Frontex è stata fondata con decreto del Consiglio d’Europa nel 2004 e la sede centrale è stata insediata a Varsavia nell’ottobre dell’anno successivo. Scopo ufficiale, quello di “assistere gli Stati membri in materia di formazione delle guardie di frontiera, seguire gli sviluppi nel settore della ricerca relativi al controllo e alla sorveglianza delle frontiere esterne, offrire il sostegno necessario per organizzare operazioni congiunte di rimpatrio.

Frontex è l’agenzia che più di tutte ha visto crescere rapidamente la propria disponibilità finanziaria: da un bilancio di 6 milioni di euro al momento della sua attivazione, Frontex ha avuto a disposizione risorse per 88,3 milioni nel 2009 . Nell’ultimo bilancio operativo, il 55% dei fondi disponibili è andato alla gestione delle operazioni marittime per l’individuazione delle imbarcazioni illegali di migranti, anche se “solo il 38%del numero totale di intercettazioni di clandestini nell’area operativa è avvenuto in mare, mentre circa il 62%ha avuto luogo sulla terraferma“.

L’11% del bilancio 2009 è stato assegnato invece alle “attività di formazione del personale” mentre il restante 18% è stato diviso per “la cooperazione in materia di rimpatri” e “le operazioni alle frontiere terrestri.Sono state proprio le attività di rimpatrio ad assorbire l’aumento più significativo del bilancio 2009: “Il numero di voli di rimpatrio cofinanziati ed effettuati è raddoppiato, passando da 801 a 1.622 rimpatriati e da 15 a 32 operazioni congiunte di rimpatrio”, si legge nell’ultimo rapporto di Frontex. Che proprio la Grecia costituisca il baricentro di buona parte delle attività anti-immigrati dell’agenzia europea viene confermato dal processo di decentramento avviato da poco dall’agenzia. Nel 2009 Frontex ha attivato un “centro di coordinamento internazionale” al Pireo e quattro “centri di coordinamento locali” a Lesvos, Samos, Chios e Leros. Nell’ottobre 2010 è stato invece aperto ad Atene l’“Ufficio operativo regionale Frontex per il Mediterraneo” in cui è presente personale proveniente da Italia, Grecia, Cipro e Malta. La struttura opererà per un periodo di prova di nove mesi “per verificare la necessità e l’opportunità di rafforzare ulteriormente la presenza regionale dell’agenzia”.

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http://it.globalvoicesonline.org/2010/12/chiapas-arresto-ingiustificato-per-unattivista-del-software-libero/


scritto da Renata Avila

tradotto da Beatrice Borgato



Lo Stato del Chiapas, con i suoi ormai storici movimenti sociali popolari, ha svolto un ruolo da pioniere nello sviluppo dell’attivismo digitale. L’uso dei media online è iniziato nel 1994 con il movimento zapatista e ha continuato a crescere fino a diventare uno strumento di arricchimento culturale che va ben oltre il gruppo dei ribelli. Fornisce media digitali alternativi, come giornali e radio, aiuta i chiapanechi a sviluppare il proprio software – comunità autonome quali Oventik e Tzajala hanno creato spazi per gli hacker – e le comunità digitali locali sono in crescita, come dimostrano Chiapatuit,Fedora,e la comunità per il software libero.

Dopo la pubblicazione di un articolo che denunciava l’elevato indebitamento e le rischiose decisioni finanziarie prese dal governatore locale da parte di “InfoChiapas“,una rivista d’inchiesta indipendente diretta da Antonio Flores Mérida, sono arrivate alcune telefonate sospette e l’internet provider ha ricevuto un “messaggio” intimidatorio.

Il 3 novembre scorso, circa 15 agenti di polizia assieme ad altre autorità governative hanno fatto irruzione nell’ufficio di Héctor Bautista,presso il Consiglio di Stato delle Arti e Cultura del Chiapas, dove lavora come amministratore del sistema informatico. Seppure non dotati di alcun mandato d’arresto, gli agenti hanno sequestrato la sua attrezzatura, i cd, la chiavette USB e l’automobile.

Héctor Bautista è stato accusato di diversi reati, tra cui la diffusione di pornografia infantile (attraverso il suo account di posta elettronica personale, una vera assurdità per qualsiasi esperto in tecnologie) e si trova agli arresti domiciliari. Non potrà lasciare il Chiapas fino a quando le accuse non verranno ritirate e rischia di dover affrontare un processo che potrebbe portarlo al carcere se ritenuto colpevole. Il giornalista che ha scritto l’articolo è molto impaurito e preoccupato per la sua sicurezza personale.

Dal momento della detenzione fino a 18 ore dopo non gli è stato concesso di contattare la famiglia e nemmeno l’avvocato. L’attrezzatura del tecnico è stata sequestrata senza un mandato giudiziario, di conseguenza qualsiasi agente ha potuto sostituire il materiale originario col fine di apportare prove false per incriminarlo. Héctor è un attivista per il software libero, membro del Chiapatuit – la comunità di Twitter in Chiapas- e insegnante volontario per la formazione su software e strumenti gratuiti e aperti.

Questo non è un caso isolato. Il mese scorso, il governo ha smantellato la radio comunitaria “Radio Proletaria“, fatti che andrebbero analizzati tenendo in considerazione il livello di corruzione sia del governi statali del Paese che della polizia messicana. Grazie alle reti comunitarie di cittadini esperti nell’uso di tecnologie digitali, Internet può diventare un mezzo potente e utile a contenere le autorità locali responsabili e a denunciare la corruzione. Dopo l’arresto di Héctor Bautista sono state molte le persone ad aggiornare i propri blog e account twitter per solidarietà, attraverso l’etichetta #censurachiapas. Ma sembra che qualcuno stia agendo ancora più velocemente degli attivisti: infatti, alcuni siti web a sostegno di Héctor sono stati monitorati e spiati, come ha riportato il blog Censura Chiapas.
Questa è probabilmente la ragione per cui le autorità stanno utilizzando sia procedure legali che minacce: il tentativo di disincentivare e fermare ciò che è inarrestabile, la voce dei cittadini che chiedono rispetto e risposte alle loro domande.

[Aggiornamento: Héctor Bautista è stato rilasciato dal carcere lo scorso 12 dicembre dopo essersi dichiarato innocente rispetto alle accuse formulate nei suoi confronti e confermate dal Tribunale penale].

di Antonio Mazzeo

Lacrime e sangue per tutti, tranne che per i signori delle armi e delle guerre. Il Congresso degli Stati Uniti d’America ha approvato il budget 2011 del Dipartimento della Difesa. Saranno 725 i miliardi di dollari destinati alle missioni di guerra e ai nuovi programmi militari. Buona parte del bilancio, 158,7 miliardi di dollari, sarà speso dal Pentagono per prolungare le operazioni in Iraq e Afghanistan, a cui si aggiungeranno 13,1 miliardi per lo “sviluppo delle forze di sicurezza afgane e irachene”. Sempre nell’ambito della “guerra permanente” al terrorismo internazionale, il Congresso ha destinato 75 milioni di dollari per l’addestramento e l’equipaggiamento delle “forze di controterrorismo” dello Yemen, paese mediorientale sempre più attenzionato e corteggiato dal Pentagono.

Negli ultimi quattro anni l’aiuto militare USA allo Yemen è cresciuto di 31 volte (da 5 milioni di dollari nel 2006 ai 155 milioni del bilancio 2010). Il Comando Centrale delle forze armate statunitensi ha però chiesto alla Casa Bianca l’approvazione di un programma per 1,2 miliardi di dollari in sei anni che dovrebbe includere la fornitura di armi automatiche, imbarcazioni per il pattugliamento delle coste, aerei da trasporto, elicotteri e munizioni. Il piano prevede pure un forte aumento della presenza di “consiglieri militari” statunitensi per “accompagnare le truppe dello Yemen in interventi e operazioni non belliche”. Attualmente sarebbero 75 gli addestratori delle forze speciali USA, impegnati principalmente in attività di sostegno logistico e in missioni di supporto aereo. Un articolo pubblicato recentemente da The Wall Street Journal ha inoltre documentato il “crescente sostegno” a favore di militari e civili yemeniti da parte dei “Special Operations teams” che “lavorano segretamente in Yemen sotto il comando della CIA”. Da circa un mese il Pentagono ha pure autorizzato l’utilizzo massiccio dei velivoli senza pilota “Predator” per dare la caccia ai presunti militanti di al-Qaeda che opererebbero nel paese. Secondo fonti ufficiali di Washington, i “Predator” operano sotto il controllo dell’U.S. Joint Special Operations Command (JSOC), la struttura a cui è stata delegata la lotta in tutto il mondo al terrorismo. I velivoli senza pilota destinati a missioni d’intelligence e di attacco in Yemen partirebbero dalle basi militari USA presenti a Gibuti e in Qatar.

Il bilancio 2011 delle forze armate USA prevede poi lo stanziamento di 205 milioni di dollari a favore di Israele per lo sviluppo del nuovo sistema antimissile “Iron Dome”. Duramente osteggiato da alcune forze politiche di Tel Aviv per i suoi costi proibitivi, l’“Iron Dome” è stato sviluppato dall’industria israeliana Rafel per la “difesa di piccole città dal lancio di razzi a media velocità e proiettili di artiglieria del calibro da 155 e 180 mm con traiettoria balistica”. Sempre secondo la Rafel , il sistema antimissile “può operare di giorno e di notte, sotto condizioni meteo avverse, ed è in grado di rispondere a molteplici minacce simultaneamente”. Dopo essere stato testato nel luglio 2009, l’“Iron Dome” è operativo da circa un mese da una base militare israeliana nei pressi di Sderot, vicino alla Striscia di Gaza.

Assai articolato il piano di potenziamento delle infrastrutture militari USA all’estero, con un particolare occhio di riguardo per il continente africano e il Medio oriente. Le vecchie e nuove priorità strategiche sono delineate dal report sui “Piani di lavoro del Naval Facilities Engineering Command”, pubblicato nel giugno 2010 da Jeff Borowey, responsabile del Comando d’ingegneria dell’US Navy per l’Europa, l’Africa e l’Asia sud occidentale. Tra i programmi più ambiziosi, il “completamento del Master Plan di Camp Lemonnier, Gibuti, a supporto delle operazioni di Africom”, il nuovo Comando USA per il continente africano, per cui vengono stanziati 110,8 milioni di dollari; “l’installazione di un crescente numero d’infrastrutture in Africa per sostenere le richieste dei partner africani, di AFRICOM, CENTCOM e delle forze statunitensi della JTF-HOA di Gibuti”; “l’espansione delle basi in Bahrain e negli Emirati Arabi Uniti”, con progetti per 213,2 milioni di dollari. Altrettanto imponente la spesa per alcune delle maggiori installazioni USA in Europa: nelle voci di bilancio sono stati inseriti 28,5 milioni di dollari per la base aerea di Aviano (Pordenone) per realizzare dormitori e un “centro per il supporto delle operazioni aeree”; 23,2 milioni per la base aeronavale di Rota in Spagna (una “torre per il controllo del traffico aereo”); 33 milioni di dollari per la costruenda base dell’US Army al “Dal Molin” di Vicenza.

Oltre 300 milioni di dollari andranno invece al programma di trasformazione dell’isola di Guam, nell’oceano Pacifico, nel principale centro strategico-operativo d’oltremare delle forze armate USA. A Guam, dove da ottobre operano i velivoli-spia “Global Hawk” dell’US Air Force, verranno realizzate piste e aree di parcheggio nella base aerea di Andersen, infrastrutture portuali ad Apra Harbor per l’approdo delle portaerei e probabilmente pure un centro operativo per la “difesa missilistica”. A medio termine è previsto il trasferimento nell’isola degli 8.600 Marines oggi ospitati nella base di Okinawa; il governo giapponese contribuirà con 498 milioni di dollari che saranno utilizzati dal Pentagono per realizzare alcune facilities nell’area di Finegayan (caserme, edifici amministrativi e logistici, un poligono di tiro, una stazione anti-incendio, un ospedale). Neppure un dollaro invece per i sopravvissuti dell’occupazione giapponese di Guam durante la Seconda guerra mondiale; originariamente il “National Defense Authorization Act of 2011” destinava 100 milioni di dollari come risarcimento per gli eccidi subiti dalla popolazione locale, ma i legislatori USA hanno preferito alla fine cancellare il fondo per “esigenze di risparmio nazionale”. Un ulteriore taglio ai finanziamenti pro diritti umani è giunto con la decisione di non sostenere le richieste del Dipartimento della Difesa per la chiusura del lager di Guantanamo. Il Congresso ha formalmente proibito il possibile trasferimento negli States dei detenuti ospitati nella base navale illegalmente realizzata nell’isola di Cuba.

di Antonio Mazzeo

Annullamento del provvedimento del Consiglio comunale di Barcellona Pozzo di Gotto che ha approvato il Piano particolareggiato per realizzare un mega Parco commerciale di 18,4 ettari per violazione delle norme vigenti in materia urbanistica; invio immediato di una commissione prefettizia che indaghi sull’esistenza di possibili pressioni mafiose nell’adozione del piano e conseguente avvio della procedura di scioglimento del Comune per infiltrazioni criminali. È quanto chiedono le associazioni che compongono il Presidio “Rita Atria” Libera Milazzo-Barcellona a conclusione del convegno organizzato nella città del Longano per analizzare le numerose anomalie che hanno condizionato l’iter di un progetto dai devastanti effetti sul territorio e l’economia locale. Un piano d’insediamento di complessi commerciali e alberghieri su cui è stata aperta un’inchiesta della Procura della Repubblica, attenzionato pure dal sen. Peppe Lumia (membro Pd della Commissione parlamentare antimafia) che, meno di un anno fa, ha presentato una documentata interrogazione al Presidente del consiglio e al ministro degli Interni rilevandone le inquietanti zone d’ombra.

Interessata e committente della redazione del piano è la Dibeca Sas, società proprietaria di 5,97 ettari di terreni di contrada Siena dove dovrebbe sorgere il Parco commerciale. Essa è stata fondata nel novembre 1982 da un noto pregiudicato locale, l’avvocato Rosario Pio Cattafi, che secondo quanto riportato nella relazione di minoranza della Commissione antimafia della XIV legislatura, primo firmatario il parlamentare Lumia, «solo nel luglio 2005 ha finito di scontare la misura di prevenzione antimafia della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, irrogatagli nel massimo (cinque anni), per la sua pericolosità, comprovata, secondo quanto si legge nel decreto emesso dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Messina il 2 agosto del 2000, dai suoi costanti contatti, protrattisi per decenni e particolarmente intensi proprio nella stagione delle stragi, con personaggi del calibro di Benedetto Santapaola, Pietro Rampulla, Angelo Epaminonda e Giuseppe Gullotti». Dopo alcuni passaggi societari, la Dibeca è oggi nella disponibilità della madre, della sorella e del figlio di Rosario Pio Cattafi.

«La Dibeca, con il totale assenso degli organi comunali, si è appropriata di un settore di attività che vuole essere espressione del potere di supremazia», affermano i rappresentanti del Presidio “Rita Atria”. «La società, nel predisporre e redigere il piano del Parco commerciale per di più in variante al Piano Regolatore Generale, non ha inteso soltanto condizionare l’attività del Comune, ma si erge a forza egemonica, a “dominus” estraneo all’ente locale che fa sentire il suo peso su tutti gli organi istituzionali e burocratici del Comune. Ciò rappresenta la negazione dell’esistenza stessa dello Stato di diritto». A ipotizzare il condizionamento della Pubblica Amministrazione, «sull’onda di pressioni esterne estranee all’interesse generale», una serie di «atti, comportamenti ed elementi sintomatici» che, secondo i promotori dell’iniziativa No Parco, s’inseriscono «all’interno di un pesante quadro politico rappresentato dall’approvazione del nuovo PRG di Barcellona, caratterizzata da gravi sospetti d’illegittimità». Sul PRG, approvato solo l’8 febbraio 2007 dopo un’istruttoria decennale, sono piovuti ben 1.296 tra osservazioni e ricorsi, tutti relativi ad autorizzazioni edilizie e lottizzazioni anche su aree destinate ad attrezzature pubbliche, «a riprova di un territorio, quello barcellonese, nel più totale caos urbanistico ed ambientale, dove chiunque ha costruito dove, quando e come ha voluto».

Il Presidio pone attenzione innanzitutto sulla strana «equivalenza» delle date nell’adozione di atti da parte del soggetto privato e di quello pubblico. Nella stessa giornata in cui il Comune di Barcellona trasmetteva all’Assessorato Regionale Territorio ed Ambiente gli elaborati relativi al nuovo PRG, il 15 marzo 2005, la GDM SPA di Campo Calabro (Rc), una dei colossi meridionali della grande distribuzione, proprietaria del vicino Centro commerciale di Milazzo, sottoscriveva con la Dibeca una scrittura privata che prevedeva la «cessione dei terreni di proprietà di quest’ultima in comodato d’uso in attesa dell’atto di compravendita». Al momento dell’atto, però, la Dibeca non era ancora formalmente proprietaria dei terreni. Il 14 giugno 2006, ben prima dell’approvazione del nuovo strumento urbanistico, la GDM dava incarico per la redazione del Piano particolareggiato all’architetto barcellonese Mario Nastasi «entro un termine di tre mesi per il progetto di massima». Dodici mesi dopo, il 26 giugno 2007, la GDM richiedeva l’approvazione del Piano del Parco commerciale, ma l’Ufficio Tecnico Comunale si opponeva all’esame dato che «i progettisti del PRG non hanno ancora consegnato per la pubblicazione all’Albo Pretorio le modifiche discendenti dai ricorsi presentati da terzi ed accolti». Il progettista Mario Nastasi replicava immediatamente all’UTC con una nota singolare: «Le considerazioni dimostrano che è inutile attendere le modifiche agli elaborati del PRG che non ci saranno mai, ma occorre invece approvare il P.P. per risolvere positivamente le richieste avanzate con le osservazioni». La previsione del professionista si rivelerà del tutto azzeccata. «Come indicato dalle autorità regionali, era necessaria una vera e propria rielaborazione del PRG e un riesame delle porzioni di territorio compromesse», spiega Santa Mondello del Presidio “Rita Atria”. «Oggi, a quasi quattro anni di distanza, va invece segnalato il mancato adempimento degli obblighi di modifica, correzione deposito e pubblicazione del PRG di Barcellona».

L’iter del progetto poteva così proseguire superando le sospensioni e i “congelamenti” burocratici. Ma bisognava attendere il 28 maggio 2008 per il colpo di scena: il presidente della GDM, Piergiorgio Sacco, comunicava al Nastasi il ritiro dal progetto, causa le «lungaggini» nella sua predisposizione. «Stante pertanto l’impossibilità di dare corso alla suddetta operazione immobiliare – si legge nella nota – ci vediamo costretti a ritirare il progetto, che peraltro, ad oggi non ha neppure ottenuto parere favorevole da parte della Commissione Edilizia (ed anzi, il medesimo progetto ha pure subito una valutazione preliminare del tutto negativa, secondo quanto indicato nella comunicazione del Comune di Barcellona in data 2 agosto 2007». L’inatteso ritiro della GDM non segnava però il tramonto del megaprogetto. Il 29 maggio, il giorno dopo cioè della lettera inviata dalla società calabrese, la Commissione Edilizia si riuniva per esaminare il Piano e con verbale del successivo 3 giugno esprimeva parere positivo per la sua approvazione. Il 5 gennaio 2009 usciva allo scoperto la Dibeca della famiglia Cattafi presentando richiesta di voltura della pratica per il Piano di contrada Siena. Poi, nella stessa giornata del 21 luglio 2009, l’architetto Mario Nastasi autorizzava il proprio fratello e socio di studio Santino Nastasi all’utilizzo degli elaborati a sua firma, mentre la Dibeca dichiarava formalmente di volere subentrare nel progetto originariamente presentato dalla GDM. Ciò nonostante quest’ultima società non avesse mai fatto pervenire all’ente locale la sua rinuncia con richiesta di ritiro degli elaborati. Una questione non certo secondaria che deve aver creato qualche dubbio di legittimità perfino ai membri della Commissione Edilizia che, nella seduta del 14 luglio 2009, richiedevano espressamente «la prova della rinuncia dell’istanza da parte della GDM SPA e del suo contestuale consenso al trasferimento di quella alla Dibeca». Il successivo 21 luglio l’organo comunale opponeva però un repentino dietrofront: preso atto della dichiarazione della ditta committente e dei progettisti, tutte rese in pari data, confermativa dell’istanza, autorizzava «l’utilizzo degli elaborati già agli atti con facoltà di modifica e di integrazione». «Una presa d’atto, quella del Comune», sottolinea Santa Mondello, «che è ben altro della prova della rinuncia della GDM e dell’autorizzazione all’ingresso della Dibeca e del conseguente utilizzo degli elaborati che non ricadono certamente nelle facoltà di disposizione del progettista, perché egli è e rimane solo un prestatore d’opera della committente GDM che ne è proprietaria». Le incongruenze però non venivano rilevate e due giorni dopo, il 23 luglio 2009, l’Unità Tecnica dava parere  favorevole all’approvazione del Piano particolareggiato. Approdato in Consiglio comunale, esso veniva approvato in via definitiva il successivo 16 novembre con il voto favorevole di 22 consiglieri di maggioranza e opposizione e un’astensione.

Per i rappresentanti del Presidio “Rita Atria”, la predisposizione del Piano da parte della Dibeca, società privata, in sostituzione dell’ente locale, è un provvedimento del tutto illegittimo. «In materia urbanistica il Comune è sempre in posizione di supremazia, con la conseguenza che eventuali atti di disposizione del potere in tale materia sarebbero nulli», spiega ancora Mondello. «La funzione di pianificazione urbanistica non solo è un’attività che conserva il carattere autoritativo, ma è anche sostanzialmente a carattere normativo. Nel nostro caso è invece la Dibeca a dettare le norme tecniche di attuazione e del regolamento edilizio. Non è pensabile che detta potestà sia trasferibile ad un privato, vieppiù non proprietario dell’intero comparto, interessato alla realizzazione di uno dei progetti norma in esso contenuti. Si è surrogato indebitamente all’ente locale esercitando una potestà amministrativa non delegabile né attribuibile ed assumendo nel contempo il ruolo di regolante e regolato per sé stesso e per gli altri consociati, direttamente o indirettamente interessati o addirittura contrari  alla realizzazione di un Parco commerciale».

Secondo il Presidio “Rita Atria” l’adozione del Piano è pure intervenuta in variante alle prescrizioni del PRG di Barcellona. «Il progetto è un’opera imponente se lo si guarda in termini di entità della superficie coinvolta e del volume edilizio realizzabile. Che si proponga una vera e propria variante al PRG che controverte le determinazioni assessoriali è confermato dai dati rinvenibili nella Relazione al Piano del giugno 2007». Il dimensionamento del progetto è prospettato infatti in una viabilità totale di mq. 40.767 contro i 5.052 esistenti e di un insieme di zone edificabili per mq. 184.079, per un totale dunque di mq. 224.846, 24.000 in più di quanto veniva dimensionato nel decreto approvativo dello strumento urbanistico (mq. 200.850). La sub-zona B, infine, destinata ad area residenziale, è ampliata da mq 3.407 a 15.100 e si indica in mc. 37.750 il volume massimo realizzabile, mentre i fabbricati esistenti hanno un volume di mc. 23.165. «Occorre chiarire che il privato non ha alcuna facoltà di chiedere l’approvazione di un  progetto in variante ma può formulare soltanto sollecitazioni e/o proposte, fermo restando che la valutazione circa la necessità concreta di apportare ed adottare modificazioni allo strumento urbanistico è di competenza dell’organo consiliare», aggiunge Santa Mondello. Come se ciò non bastasse una porzione delle aree che la Dibeca dice di sua proprietà, appare al di fuori dal perimetro che la mappa catastale segna per la realizzazione del Parco commerciale, intervenendo invece nell’area normata dal Piano Regolatore ASI, che né l’ente locale né il privato ha facoltà di modificare, essendo questo un atto sovra comunale che viene automaticamente calato nel PRG. Per il Presidio, la destinazione di suddetta porzione in zona ASI è da ritenersi «a sistema residenziale, con nuove edificazioni che nulla c’entrano con le osservazioni proposte in sede di adozione dello strumento urbanistico generale». «Quelli esaminati – commenta amaramente Mondello – sono senz’altro aspetti che non potevano sfuggire alla lettura degli organi comunali, i quali evidentemente hanno ritenuto non conveniente, non soltanto non adempiere a quelle formalità comunque correlate ad una pianificazione urbanistica, relative al deposito del piano ed alla pubblicità ma ancor più non partecipare la variante all’Assessorato Regionale, che ne avrebbe potuto rilevare immediatamente l’incoerenza con le determinazioni assunte in sede di approvazione del PRG».

L’ultimo aspetto rilevato dalle associazioni anti-mafia attiene alla valutazione dei terreni compresi nel Piano particolareggiato, stimati nel luglio 2007 (quando al progetto era interessata la GDM) in 28 euro al mq. e di contro stimati dalla Dibeca, 19 mesi dopo, in 85 euro al mq., sulla base di una sentenza della Corte Costituzionale del 2007 che dichiarava incostituzionale la norma per la quale le aree edificabili venivano stimate con il criterio del cosiddetto “valore dimezzato”. «È incontrovertibile – commenta il Presidio – che la prima perizia dava ai terreni di contrada Siena un valore di mercato, che è valore venale, e non di esproprio e comunque tre volte meno di quanto poi stimato dall’elaborato del febbraio 2009 e ciò ancorché le condizioni ed il pregio urbanistico dei beni si fondava su presupposti di valutazione assolutamente identici, vale a dire la destinazione commerciale di cui al PRG, non essendo ancora stato approvato il Piano particolareggiato». Le associazioni sottolineano inoltre che la valutazione riguarda tutti i terreni interessati, «compresi sia quelli che interesserebbero strutture private che quegli altri che presumibilmente interesserebbero la viabilità principale del Piano e che non potranno che essere di proprietà pubblica comunale». Conti alla mano, nel giugno 2007 gli espropri erano stimati in 335.897 euro (relazione a firma dell’architetto Mario Nastasi); nel febbraio 2009 giungevano al valore di 1.713.893 euro (relazione a firma dell’architetto Santino Nastasi).

Passa proprio dalla crescita rapida ed esponenziale del valore dei terreni di contrada Siena il vero e proprio affaire del progetto Parco commerciale. «L’approvazione del Piano particolareggiato ha innescato un meccanismo di supervalutazione dei terreni di quasi il 300% del valore venale originariamente indicato, con tutto quanto ne consegue in termini di distorsione delle regole che presiedono ad una compravendita libera e legittima e ciò sia che si realizzi o meno il Parco commerciale», dichiarano i rappresentanti del Presidio. Ciò spiega l’ampio consenso generato dal Piano tra i numerosi proprietari degli aranceti e dei vigneti vincolati ad espropriazione, fatta eccezione per un solo soggetto oppostosi davanti al Tar di Catania.

Il mancato aggiornamento catastale impedisce di conoscere la reale identità dei fortunati beneficiari del più grande affare della storia di Barcellona Pozzo di Gotto. Le date di nascita di buona parte dei proprietari riportati nelle visure risalgono agli anni ’20, ’30  e ’40 del secolo scorso e presumibilmente i terreni sono andati in eredità a figli e nipoti e forse pure già alienati. Nell’elenco spicca però, in qualità di proprietario al 50% di un vigneto di 6.170 mq, la presenza del noto imprenditore Tindaro Calabrese, uno dei maggiori costruttori dell’intera provincia di Messina. La stima dell’esproprio è di 34.138 euro. Tre anni fa era di appena 6.892 euro. Nulla di comparabile con quanto capitalizzato dal “dominus” dell’intera vicenda del Parco degli orrori, la Dibeca Sas della famiglia di Rosario Pio Cattafi. La società acquistò i terreni di contrada Siena il 7 aprile 2005 dall’Opera San Giovanni Bosco dei Salesiani che, a sua volta, li aveva ricevuti in donazione testamentaria da uno stretto congiunto dei Cattafi. Costo totale 619.800 euro (394.800 per i terreni agricoli e 225.000 euro per i fabbricati ivi ospitati), con pagamenti avvenuti in data anteriore alla stipula del contratto di compravendita. Considerata l’estensione (5,97 ettari), i terreni sono costati 10,38 euro a mq. Con la stima di 85 euro a mq, essi valgono sul mercato odierno 5.074.500 euro, l’800% circa in più di quanto sono stati pagati. Parco o non parco per la dynasty barcellonese è tutto oro colato.

Per un’evoluzione culturale del diritto. La lezione del reale ed il sogno dell’avvenire

Giovedì 16 dicembre 2010, ore 16.00

Fondazione “Gerardino Romano

Piazzetta G. Romano

Telese Terme (BN)

 

La Fondazione “Gerardino Romano” ha organizzato un incontro sul tema del silenzio giuridico dal titolo: “Per un’evoluzione culturale del diritto. La lezione del reale ed il sogno dell’avvenire”, che si terrà il giorno 16 dicembre, alle ore 16.00, presso la Sala Principe del “Gran Hotel” di Telese Terme (Bn). L’incontro sarà coordinato dal prof. Felice Casucci, responsabile del progetto di ricerca e titolare dell’insegnamento di “Diritto e Letteratura” presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi del Sannio.

Il dibattito verterà sulla dimensione multi-semantica del linguaggio giuridico, sulle sue aporie e sulla funzione che esso svolge nel campo delle regolazioni pubbliche, delle governance private e dei meccanismi contrattuali e processuali di accesso alla  giustizia.

Intervengono all’incontro i seguenti studiosi: Angelo Andreotti, Antonella Argenio, Livio Borriello, Oreste Calliano, Donato Carusi, Aldo Colucciello, Carmine Di Donato, Flora Di Donato, Federico Ferrone, Alberto Garofalo, Erika Giorgini, Antonietta Gnerre, Claudia Iandolo, Roberta Linciano, Laura Mauriello, Maria Paola Mittica, Paolo Moretti, Valerio Nitrato Izzo, Vincenzo Nuzzo, Massimo Papa, Renato Rolli, Maria Teresa Sanza, Pier Francesco Savona, Francesca Scamardella, Maria Rosaria Scotti, Debora Spinelli, Alberto Vespaziani, Maria Zarro.

Gli studiosi indicati sono espressione di diverse discipline scientifiche e si confronteranno, nella forma del dialogo, sulle potenzialità euristiche, didattiche e pedagogiche del tema scelto. All’incontro parteciperanno rappresentanze studentesche della Scuola e dell’Università.

Gli incontri della Fondazione, aperti al pubblico, si svolgono ogni settimana e rappresentano un momento di confronto dialettico volto a favorire una crescita culturale, equilibrata e sostenibile, del territorio sannita.