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Riportiamo integralmente un’interessante intervista del nostro collaboratore Antonio Spagnuolo sulla poesia. Considerazioni che trascendono l’ambito ed il pubblico a cui si rivolgono ma che rivestono carattere generale sulla cultura e sull’editoria di questo Paese. Buona lettura!

La Redazione

 

tratto da http://www.poesia2punto0.com/2010/10/11/parola-ai-poeti-antonio-spagnuolo/

 

Antonio Spagnuolo è nato a Napoli il 21 luglio 1931. Presente in numerose mostre di poesia visiva nazionali e internazionali, inserito in diverse antologie, collabora a periodici e riviste di varia cultura. Attualmente dirige la collana “le parole della Sibilla” per le edizioni Kairòs, e la rassegna “Poetrydream” in internet. Nel volume “Ritmi del lontano presente” Massimo Pamio prende in esame le sue opere edite tra il 1974 e il 1990 . Nel volume “Come l’ombra di una nuvola sull’acqua” Plinio Perilli elabora un  saggio sulle ultime pubblicazioni edite tra il 2000 e il 2007. Tradotto in francese, inglese, greco moderno, iugoslavo, spagnolo. Ha pubblicato numerosi volumi di poesia quasi tutti premiati. Di lui hanno scritto numerosi autori fra i quali A. Asor Rosa che lo ospita nel suo “Dizionario della letteratura italiana del novecento“, e nei volumi della “Letteratura Italiana” edizione Einaudi 2007 , Carmine Di Biase nel volume “La letteratura come valore“, Matteo d’Ambrosio nel volume “La poesia a Napoli dal 1940 al 1987“, Gio Ferri nei volumi “La ragione poetica” e “Forme barocche della poesia contemporanea“,  Stefano Lanuzza nel volume “Lo sparviero sul pugno“,  Felice Piemontese nel volume “Autodizionario degli scrittori italiani” , Corrado Ruggiero nel volume “Verso dove“, Alberto Cappi nel volume “In atto di poesia“, Ettore Bonessio di Terzet nel volume “Genova-Napoli due capitali della poesia“, Dante Maffia nel volume “La poesia italiana verso il nuovo millennio”, Sandro Montalto in “Forme concrete della poesia contemporanea” e “Compendio di eresia”,  Ciro Vitiello nel volume “Antologia della poesia italiana contemporanea”, oltre a L. Fontanella , M.Lunetta, G. Manacorda , Gian Battista Nazzaro , G. Panella, G. Raboni ,  e molti altri .

Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

Domanda piuttosto contorta ! E’ oltremodo difficile poter esaminare lo “stato di salute” della attuale poesia italiana. Si affacciano all’agone troppe firme che spesso sono insignificanti, o diverse firme che , sostenute da una editoria così detta “grande”, vengono accettate come punti di riferimento , nel mentre non sono altro che poca cosa , sia per i contenuti, che per le forme di scrittura. Attualmente possiamo incontrare qualche ottimo elemento nella piccola editoria , che viene regolarmente sconosciuto dalla critica ufficiale. Cosa concludere allora? La poesia attuale naviga in un mare in tempesta , nella ricerca esasperata ed illusoria di essere qualificata , mentre i poeti si arrangiano, chi bene chi difficilmente, nella vana speranza di passare alla storia.

Quando hai pubblicato il tuo primo libro e come hai capito che era il momento giusto? Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

Il mio primo volume di poesie porta la data del 1953, e fu pubblicato a Milano. Non ero ancora maturo , da ventiduenne, per le battaglie culturali, ma grande fu la sorpresa nel ricevere il “plauso” incondizionato di Umberto Saba, il quale diede il primo avallo alla mia poesia. La scelta dell’editore fu assolutamente casuale…in quanto il volume fu stampato a mie spese!

Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

Se fossi un editore ed avessi la indipendenza economica capace di sostenere con la dovuta pubblicità i volumi pubblicati, finalmente dedicherei la mia attenzione a quegli autori che possano dire veramente qualcosa di valido, sia nella personale ricerca, sia nello stile, sia nei contenuti. Negherei a moltissimi pseudo poeti la presenza in “campo” solo perché sono elementi di spicco nella televisione, o sono calciatori affermati, comici, giornalisti di grido, modelle , et similia .
Purtroppo i poeti – ma quali poeti ? – si aspettano dall’editore una ottima distribuzione ed un indiscusso riscontro di critica.

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di internet? E il peggior rischio?

nternet è senza alcun dubbio un veicolo universale che giorno dopo giorno offre ad un pubblico sterminato prodotti che possono essere contemporaneamente validi o di scarto. Il difficile è proprio saper ritrovare la “PERLA” nella massa informe. Purtroppo non esiste un “giudice” unico che sappia discernere e selezionare, per cui possiamo incontrare la poesia più indegna offerta come esempio di poesia da eternare.

Pensi che attorno alla poesia – e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

Assistiamo atterriti ad un crescendo negativo intorno alla “critica”. Ormai le recensioni,  i saggi, le presentazioni sono quasi esclusivamente dettate da uno scambio di favori personali. Do ut des , maledettamente presente sia nelle riviste che si presentano come punti di riferimento, sia in alcuni volumi che vengono stampati con il beneplacito del favoritismo. Sono decenni che non leggo una bella e franca “stroncatura” , valida sia per il lettore che per gli autori.

Il canone è un limite di cui bisognerebbe fare a meno o uno strumento indispensabile? Pensi che nell’attraversamento della tradizione debba prevalere il rispetto delle regole o il loro provocatorio scardinamento?

«La poesia è (anche) libertà: non può esistere la poesia non libera».  In astratto  ci dobbiamo intendere su che tipo di libertà essa offre, a chi, a quanti. Che sia in fondo soltanto (!) libertà di scrivere, una cioè delle tante libertà di cui milioni  di persone non godono e che convive con sfruttamenti,  oppressioni, guerre, ecc. Il canone è un limite non indispensabile. La tradizione va rispettata, studiata, assorbita, rielaborata, rinnovata, riscoperta.

In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona poesia?

Quis custodet custodem? Molto difficile immaginare un ministro della cultura capace di offrire e promuovere una buona Letteratura. Dovrebbe essere il primo ad avere un bagaglio culturale di notevole spessore, tale da concepire programmi seri e severi. Ma l’esperienza, specialmente attuale, ci fa incontrare elementi che non sanno nemmeno dove abita la “cultura”.

Quali sono i fattori che più influiscono – positivamente e negativamente – sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura poetica? Chi dovrebbe farlo e come?

Sempre ed unicamente in seno alla scuola . La scuola soltanto sa , o dovrebbe sapere, preparare i giovani alla ricerca della buona letteratura. Naturalmente non è secondo il ruolo della famiglia. Ma anche qui siamo allo sfascio, quando si incontrano elementi che navigano nella nullità più deteriore.

Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilità ha verso il suo pubblico? Quali comportamenti potrebbero essere importanti?

Il poeta è un cittadino come tutti gli altri, ma un cittadino che possiede le capacità di creare l’immaginabile e proporlo come lievito per il futuro. Le sue responsabilità (ma come facciamo a parlare di responsabilità se abbiamo constatato che il pubblico della poesia non esiste?), le sue responsabilità sono semplici: parlare al prossimo così come parlò Cristo ai suoi discepoli, proponendo valori morali, sociali, disciplinari, fantasiosi, immersi nel fascino della parola anche non detta

Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

Non credo nella “ispirazione” . Credo nell’eco che un verso riesce a produrre nelle mie circonvoluzioni cerebrali, aprendo quei segreti nascosti nel subconscio per creare passo dopo passo una lirica che sia attendibile e corposa. La scintilla si accende ad ogni passo, basta riconoscerla e appropriarsene.

Scrivi per comunicare un’emozione o un’idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

Per lo più scrivo per comunicare un’emozione. Tutta la vita è una continua emozione che bisogna comprendere, assecondare, ripetere. Il messaggio nasce poi come metabolizzazione esistenziale, molto spesso intensamente informale.

Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

Domanda piuttosto contorta ! E’ oltremodo difficile poter esaminare lo “stato di salute” della attuale poesia italiana. Si affacciano all’agone troppe firme che spesso sono insignificanti, o diverse firme che , sostenute da una editoria così detta “grande”, vengono accettate come punti di riferimento , nel mentre non sono altro che poca cosa , sia per i contenuti, che per le forme di scrittura. Attualmente possiamo incontrare qualche ottimo elemento nella piccola editoria , che viene regolarmente sconosciuto dalla critica ufficiale. Cosa concludere allora ? La poesia attuale naviga in un mare in tempesta , nella ricerca esasperata ed illusoria di essere qualificata , mentre i poeti si arrangiano, chi bene chi difficilmente, nella vana speranza di passare alla storia.

Quando hai pubblicato il tuo primo libro e come hai capito che era il momento giusto? Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

Il mio primo volume di poesie porta la data del 1953, e fu pubblicato a Milano. Non ero ancora maturo , da ventiduenne, per le battaglie culturali, ma grande fu la sorpresa nel ricevere il “plauso” incondizionato di Umberto Saba, il quale diede il primo avallo alla mia poesia. La scelta dell’editore fu assolutamente casuale…in quanto il volume fu stampato a mie spese!

Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

Se fossi un editore ed avessi la indipendenza economica capace di sostenere con la dovuta pubblicità i volumi pubblicati finalmente dedicherei la mia attenzione a quegli autori che possano dire veramente qualcosa di valido, sia nella personale ricerca, sia nello stile, sia nei contenuti. Negherei a moltissimi pseudo poeti la presenza in “campo”, solo perché sono elementi di spicco nella televisione, o sono calciatori affermati, comici, giornalisti di grido, modelle , et similia .
Purtroppo i poeti – ma quali poeti ? – si aspettano dall’editore una ottima distribuzione ed un indiscusso riscontro di critica.

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di internet? E il peggior rischio?

Internet è senza alcun dubbio un veicolo universale che giorno dopo giorno offre ad un pubblico sterminato prodotti che possono essere contemporaneamente validi o di scarto. Il difficile è proprio saper ritrovare la “PERLA” nella massa informe. Purtroppo non esiste un “giudice” unico che sappia discernere e selezionare, per cui possiamo incontrare la poesia più indegna offerta come esempio di poesia da eternare.

Pensi che attorno alla poesia – e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

Assistiamo atterriti ad un crescendo negativo intorno alla “critica” . Ormai le recensioni,  i saggi, le presentazioni sono quasi esclusivamente dettate da uno scambio di favori personali. Do ut des , maledettamente presente sia nelle riviste che si presentano come punti di riferimento, sia in alcuni volumi che vengono stampati con il beneplacito del favoritismo. Sono decenni che non leggo una bella e franca “stroncatura” , valida sia per il lettore che per gli autori.

Il canone è un limite di cui bisognerebbe fare a meno o uno strumento indispensabile? Pensi che nell’attraversamento della tradizione debba prevalere il rispetto delle regole o il loro provocatorio scardinamento?

«La poesia è (anche) libertà: non può esistere la poesia non libera».  In astratto  ci dobbiamo intendere su che tipo di libertà essa offre, a chi, a quanti. Che sia in fondo soltanto (!) libertà di scrivere, una cioè delle tante libertà di cui milioni  di persone non godono e che convive con sfruttamenti,  oppressioni, guerre, ecc. Il canone è un limite non indispensabile. La tradizione va rispettata, studiata, assorbita, rielaborata, rinnovata, riscoperta.

In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona poesia?

Quis custodet custodem ? Molto difficile immaginare un ministro della cultura capace di offrire e promuovere una buona Letteratura. Dovrebbe essere il primo ad avere un bagaglio culturale di notevole spessore, tale da concepire programmi seri e severi. Ma l’esperienza, specialmente attuale, ci fa incontrare elementi che non sanno nemmeno dove abita la “cultura”.

Quali sono i fattori che più influiscono – positivamente e negativamente – sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura poetica? Chi dovrebbe farlo e come?

Sempre ed unicamente in seno alla scuola . La scuola soltanto sa , o dovrebbe sapere, preparare i giovani alla ricerca della buona letteratura. Naturalmente non è secondo il ruolo della famiglia. Ma anche qui siamo allo sfascio, quando si incontrano elementi che navigano nella nullità più deteriore.

Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilità ha verso il suo pubblico? Quali comportamenti potrebbero essere importanti?

Il poeta è un cittadino come tutti gli altri, ma un cittadino che possiede le capacità di creare l’immaginabile e proporlo come lievito per il futuro. Le sue responsabilità (ma come facciamo a parlare di responsabilità se abbiamo constatato che il pubblico della poesia non esiste?), le sue responsabilità sono semplici: parlare al prossimo così come parlò Cristo ai suoi discepoli, proponendo valori morali, sociali, disciplinari, fantasiosi, immersi nel fascino della parola anche non detta

Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

Non credo nella “ispirazione” . Credo nell’eco che un verso riesce a produrre nelle mie circonvoluzioni cerebrali, aprendo quei segreti nascosti nel subconscio per creare passo dopo passo una lirica che sia attendibile e corposa. La scintilla si accende ad ogni passo, basta riconoscerla e appropriarsene.

Scrivi per comunicare un’emozione o un’idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

Per lo più scrivo per comunicare un’emozione. Tutta la vita è una continua emozione che bisogna comprendere, assecondare, ripetere. Il messaggio nasce poi come metabolizzazione esistenziale, molto spesso intensamente informale.

Cosa pensano della poesia le persone che ami?

Ahimè ! E’ tanto difficile trovare chi ami e comprenda la poesia.

Sei costretto a dividere il tempo che più volentieri dedicheresti alla poesia con un lavoro che con la poesia ha davvero poco a che fare? Trovi una contraddizione in chi ha la fortuna di scrivere per mestiere? Come vivi la tua condizione?

Fortunatamente oggi sono in pensione e, dopo tanti e tanti anni di lavoro, posso dedicarmi interamente alla poesia. Le mie giornate sono ricche ed il tempo scorre veloce tra contatti , interventi, prefazioni, presentazioni, corrispondenza, scrittura , lettura, incontri. In particolar modo curo i più giovani nella speranza di realizzare con loro migliori esperienze. Il mio Blog ( http://poetrydream.splinder.com ) viene visitato quotidianamente da centinaia di utenti, e in esso cerco di presentare autori che hanno qualcosa da dire. Non sempre chi scrive per mestiere produce ottima letteratura !

Cosa speri per il tuo futuro? E per quello della poesia? Cosa manca e cosa serve alla poesia ed ai poeti oggi?

Cosa sperare per il futuro ? Ormai non sono più in età da programmare futuro a lunghe scadenze. Quello che ho sperato per tutta la vita rimane ancora una graziosa illusione: vedere le librerie stracolme di volumi di poesia, di vera poesia, e sapere che il pubblico finalmente conosce ed apprezza la poesia. Ma come ci si illude ? E’ purtroppo vero che i giovani poeti non conoscono a fondo i poeti che ci hanno preceduto, né conoscono tutte le militanze che hanno fatto valida una poesia precedente.


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Sempre e ancora poesia

Pubblicato: 14 ottobre 2010 in Letteratura
Tag:,

di Antonio Spagnuolo

Parlare sempre di poesie è veramente cosa ardua per diverse ragioni. Innanzi tutto perché non si sa se il pubblico che legge, con tanta pazienza ed attenzione, è veramente interessato alla poesia, argomento questo che, nel mondo contemporaneo, tutto teso all’approssimazione, alla fretta, al menefreghismo, all’incultura, alla scostumatezza (e chi più ne ha più ne metta!), non sembra essere seguito con quella diligenza necessaria, sia per la comprensione dei testi, sia per il godimento intrinseco delle metafore. Ciò specialmente in Italia, a differenza degli altri paesi come la Russia o la Francia o anche la Germania, dove i poeti hanno un seguito di notevole spessore, con distribuzioni di centinaia e centinaia di volumi. Parlare ancora di poesia sembra allora, per noi, voler entrare in una dimensione alienante o iperuranea, nella quale ogni pensiero, ogni dettato, ogni frase cade nel nulla o nel fatiscente, perché il linguaggio si fa aperto e non evidenzia nulla di costruttivo o di tangibile, quasi che il poeta si allontani volontariamente dalla realtà quotidiana, per assentarsi in un limbo tutto personale, desideroso di aprire uno spiraglio profumato nel rimosso psicologico.

E’ chiaro invece che nel grande serbatoio del rimosso si scoprono tutte le implicazioni dell’esperienza sociale e storica, tanto che il raccordo tra privato e pubblico si mantiene praticabile ed efficace ai livelli più profondi e forse decisivi per una comprensione e distinzione da altro orizzonte, ove l’immaginazione si isola e si contestualizza in alchimie deformanti.

L’immaginazione accoglie sulla pagina tutto quello che viene pensato o, meglio, intuito, e apre dinanzi al poeta l’immensa distesa di una pianura dove uno possa scorazzare con estrema libertà , felice come un bambino che possa giocare con la parola o il suono che gli piace, senza dover rendere conto di quanto accade intorno.

Che cos’è la poesia? Facile a dirsi! A me piace immaginarla come un virus, ancora sconosciuto alla scienza, che si insinua nella psiche e corrode giorno dopo giorno le circonvoluzioni cerebrali, per penetrare nel subconscio e dettare quelle visioni ritmiche che il comune mortale non riesce ad elaborare se non nel verso. Una malattia capace di rendere immortale ogni pensiero e capace di manifestarsi nel caleidoscopico fulgore del fantastico. La poesia quindi è legata all’inconscio e l’inconscio è il luogo della poesia. Ma una così esplicita professione di fede psicoanalitica non si limita affatto al regime della poetica. Essa comporta da parte dello scrittore una vera e propria assunzione di contenuti e mitemi anch’essi di origine psicoanalitica: che a dirlo più chiaramente, entrano massicciamente nei  versi, fino a diventarne radice e sostanza, nel ben noto binomio di eros e thanatos, l’endiadi-opposizione di libido e morte, assunti per via di una estrema semplificazione, con un’intensità quasi aggressiva e sofferti per converso fino allo spasimo e allo sgomento: lo spasimo che  si aggrappa all’eros in nome della vita, lo sgomento di chi da esso regredisce, per stanchezza magari e sazietà, verso immagini vertiginose. Il poeta cerca di nobilitare l’ esperienza attraverso la poesia, andando alla ricerca di un senso. Ci riesce? Sì, ci riesce, perché il rapporto tra la sua esistenza e le “parole” viene offerto al lettore con sincerità, con dolore, con forza. Temi e lingua sono quasi “basici”, in altre parole il poeta non ha la pretesa di scrivere cose di grande impatto. Una quotidianità , che continua ad apparire  irrimediabilmente destinata a corredare una vita senza alte vette concettuali o di sentimento.

Nell’idea che siamo tutti scrittori oggi si entra in una terrificante alterazione letteraria, mentre invece la letteratura è luminoso specchio della vita di tutti i giorni, una cosa seria, altrimenti non varrebbe la pena che ci fossero cattedre universitarie e facoltà in cui si formano i giovani, per studiarla e coltivarla. L’aspetto industriale delle edizioni dalle più piccole editrici alle più importanti, conferma che si stampa in eccesso , un numero esagerato di copie, che rimangono in giacenza invendute, proprio perché purtroppo ancora oggi metà degli italiani legge appena appena un libro all’anno. Ecco lo spunto per parlarne  e sottolineare che al giorno d’oggi non si fa più poesia vera, perché troppe sono le proposte che vengono offerte da un sottobosco incapace, e la preparazione ad una poesia alta è trascurata specie nella scuola, ove i giovani in particolar modo sono sempre meno stimolati e sensibilizzati in tal senso. E’ un’occasione, allora, per il tramite di queste riunioni e presentazioni, di creare la possibilità di una chiacchierata da parte di esperti e studiosi verso gli esordienti, verso i giovanissimi e verso i profani in materia ma che,in qualche modo, ci auguriamo possano, almeno per brevi ore, essere toccati dalla nostra illusione poetica.
Desiderio e o solo speranza di trovare un appiglio, prima o poi, con questa cruda e spietata realtà. Ma questo è un discorso che ci porta lontano… Candide sono, infatti, le prospettive della poesia: la sua trasparenza, la sua obiettività, la sua mancanza di finalità che siano diverse dall’azione culturale, la sua purezza, il suo candore, la sua ingenuità, perfino, non sono in discussione. I poeti non sanno (o non dovrebbero sapere) che cos’è la malizia e la mancanza di lealtà, dovrebbero essere i bianchi paladini di una visione della cultura e della scrittura che non appaia insidiata né dalla corruzione morale né dalla macchia di azioni interessate e fraudolente. Il poeta è colui che si limita a riprendere, tematizzare, interpretare, chiarire, inquadrare orizzonti diversi, quegli che altri non riesce a puntualizzare. La scoperta di un senso ulteriore intorno a temi che sfuggono al dispersivo. Le vecchie idee in relazione ad una nuova idea cambiano in una sorta di entropia tendente a nuovo equilibrio che, pur contenendo quello precedente lo  trasforma nella sua essenza. Le parole della poesia sono candide e la nerezza dell’inchiostro con cui sono stampate dovrebbe essere soltanto il loro segno tipografico, non spirituale. Le parole del poeta sono candide e la loro natura ancora virgo intacta dal loro contatto con alcunché di negativo. Esse sono bianche e tali vogliono restare.

Il sacrificio più intelligente che possa chiedersi a un poeta: quello della rinuncia all’autocontemplazione, della riduzione assoluta dell’esibizione della propria maestria, della consapevolezza che ogni intelletto ha un limite oltre il quale non bisogna agognare. I cristalli sono ormai schegge di vetro, puntute e laceranti, e non gli appartengono più: appartengono al deserto paesaggio della illusione, ne costituiscono  i residui fatiscenti. Egli deve proporsi come gioco testamentario, e come gioco furioso, giocoso, egli potrebbe essere  luminoso programma di comunicazione, per saper dire l’indicibile, al di  là di una poetica del frammento, rintronata e dentellata, urtante e folgorante, che va informando, con una prospettiva inconsueta, sulla relazione opera-industria-culturale-produzione, sull’enorme buco, nero e profano, da cui escono guizzi, scintille dell’adorazione, dell’allegoria o del rifiuto.

La parabola stilistico esistenziale che riusciamo a carpire tra verso e verso dovrebbe sempre esere di una attualità sorprendente, che riflette con luminosi cambiamenti un percorso attento e sottile, una disincantata stesura capace di suggestionare ad ogni pagina: nulla di complicato o sfuggente che metta al rischio di immaginari attraversamenti degli spazi. La scrittura poetica, con una intensità del tutto personale e sensibilmente fascinosa, rompe l’isolamento dell’io ed invita al recupero del tempo, un’alterità che può essere mantenuta dal rapporto, nei confini di ogni brano, ove suoni e voci allestiscono la scenografia del tempo che trascorre, scomponendo lo scivolare delle polveri tra senso e senso. La poesia in genere è sempre il frutto di un incontro o di uno scontro tra l’io sprovveduto e assetato ed il mondo, agguerrito o sonnolento, tra l’io e la storia, con le occasioni multiple che ci condizionano o ci disorientano.

Un dato di coscienza della sostanziale solitudine dello scrittore, per il quale nessuno riesce ad attraversare una tessitura tale che lo scenario possa realizzarsi senza polverizzarsi in segregazioni o scommesse inconsistenti. Continuità del flusso del linguaggio e densità della rete, che si dispone tutto intorno al foglio bianco, propongono il mistero sempre vivo della poesia, che vive del fecondo narrarsi, scandendo l’isolamento o il deserto che l’autore incontra, entrando ed uscendo con disinvoltura dal sipario di ogni testo, per portare alla luce gli accordi scelti con preziosa cura ed essere costantemente sul filo delle pieghe. Vivere nella poesia allora potrà consolidare ogni tipo di riconoscimento filosofico della personalità.