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di Antonio Mazzeo

DRS Technologies, azienda con sede negli Stati Uniti d’America interamente controllata dalla holding italiana Finmeccanica, si è aggiudicata un contratto del valore di 23 milioni e mezzo di dollari per la fornitura dei servizi di supporto informatico della base aerea di Bagram, la principale infrastruttura delle forze armate USA nel nord Afghanistan.

Il nostro personale assisterà il personale della base nel conseguimento della piena operatività dei sistemi di Comando, Controllo, Comunicazioni e Computer Information (C4I) utilizzati dalle forze USA e della coalizione alleata, dentro e fuori il campo di battaglia”, spiegano in un comunicato i manager di DRS Technologies. “I C4I esistenti saranno forniti di un programma di supporto delle reti di comunicazione e informatiche per la pianificazione, gestione ed integrazione delle operazioni congiunte nell’area afgana. Con questo nuovo contratto, DRS continuerà a fornire la tecnologia d’intelligence indispensabile per le operazioni delle forze armate statunitensi nell’Asia sud-occidentale. Un lavoro svolto da anni per il Joint NETOPS Control Center in Iraq e che adesso si trasferisce senza soluzione di continuità al Joint NETOPS Control Center afgano”.

Per i non addetti ai lavori, il Joint NETOPS Control Center è il network di comando e controllo dove viene definito ed elaborato il “quadro delle operazioni” e dove il comandante dell’US Strategic Command, congiuntamente al Dipartimento della difesa e alle altre strutture militari USA è impegnato a gestire e difendere la Rete Globale d’Intelligence che assicura la superiorità informativa degli Stati Uniti”. Un elemento strategico di primo livello, dunque, per la proliferazione delle guerre globali e permanenti del XXI secolo.

Bagram, ad una decina di chilometri dalla città di Charikar (provincia di Parwan), è oggi un’inesauribile macchina da guerra e, secondo alcuni congressisti USA, è la candidata più autorevole per essere trasformata nella maggiore delle basi operative che le forze armate degli Stati Uniti insedieranno in Afghanistan prima del loro parziale “ritiro” dal paese.

Lo scalo aereo è sede della 101^ divisione aviotrasportata dell’US Army e del 455th Air Expeditionary Wing dell’US Air Force che opera in missioni di combattimento, trasporto e rifornimento aereo, intelligence, sorveglianza e riconoscimento. Nella base operano pure gli uomini della 3rd Combat Aviation Brigade (Task Force Falcon), del neo-costituito 955th AES Air Expeditionary Squadron e di altri reparti dell’esercito, della marina, dell’aeronautica, dei Marine Corps e della Guardacoste USA e dei paesi partner della forza militare “ISAF” (International Security Assistance Force) NATO. Top secret il numero del personale dislocato a Bagram anche se i periodici statunitensi riferiscono di circa 20.000 unità tra militari, civili e contractor.

Sono invece più di 60 i velivoli assegnati in modo permanente: si tratta degli aerei cargo Boeing 747, C-130 “Hercules”, C-5 “Galaxi” e C-17 “Globemaster III”, degli elicotteri multiruolo “Blackhawk”, dei cacciabombardieri F-15 “Eagle” ed F-16 “Falcon”, degli aerei da attacco al suolo AV-8B “Harrier” e dei famigerati A-10 “Thunderbolt” che hanno utilizzato in diverse occasioni un misto di proiettili incendiari ad alto esplosivo e di proiettili penetranti a uranio impoverito.

A seguito dell’occupazione alleata dell’Afghanistan, a Bagram sono state realizzate multimilionarie infrastrutture: decine di caserme per il personale militare, numerosi edifici per uffici e centri di comando, tre enormi hangar per il ricovero dei mezzi, depositi munizioni, due piste aeree lunghe oltre 3.000 metri, rampe e aree di parcheggio per oltre 130.000 mq, un ospedale con 50 posti letto, centri ricreativi, campi sportivi e gli immancabili ristoranti e fast food. Il budget 2010 delle forze armate USA ha destinato più di 200 milioni di dollari per realizzare nella base strade, fognature, un megaimpianto di potabilizzazione e nuovi alloggi per i militari. Altri 43 milioni di dollari sono stati stanziati dal Congresso con il bilancio 2011: entro due anni saranno realizzati una facility per supportare le operazioni di lancio dei paracadutisti, un hangar per la manutenzione dei caccia F-15 ed A-10, una rampa per l’evacuazione dei velivoli dei reparti sanitari e una nuova stazione anti-incendio.

Bagram viene indicata come una delle infrastrutture militari “più sicure” in Afghanistan, ma la lista degli attentati di cui è stata oggetto è lunga e sanguinosa. Nel 2007, proprio mentre era in corso la visita alla base dell’allora vicepresidente Dick Cheney, un attacco suicida ad uno dei cancelli d’ingresso causò la morte di 23 persone (un militare e un contractor USA, un soldato sud-coreano e 20 operai afgani). Il 4 marzo 2009 fu invece fatta esplodere un’autobomba fuori del perimetro dell’aeroporto che causò la morte di altri tre lavoratori afgani. Quattordici mesi dopo una dozzina di insorgenti filo-Talibani sferrò un attacco armato contro la base, causando la morte di un contractor e il ferimento di 9 militari statunitensi. Non è tuttavia agli attentati che Bagram deve la sua fama sinistra a livello internazionale. La base è infatti nota come la “Guantanamo afgana” perchè sede del maggiore centro di detenzione USA di “combattenti” o semplici cittadini afgani sospettati di “terrorismo”. Secondo i dati forniti dal Pentagono a Bagram si troverebbero “all’incirca 565” detenuti. Quasi nulla si conosce della loro identità, delle circostanze del loro arresto e delle condizioni di detenzione. Nessuno dei prigionieri ha però avuto accesso all’assistenza legale o a un giudice. Oltre al personale d’intelligence statunitense, solo i rappresentanti della Croce Rosa Internazionale hanno diritto di accesso al centro di detenzione ogni 15 giorni. Nel maggio dello scorso anno, la Croce Rossa ha tuttavia rivelato di essere venuta a conoscenza dell’esistenza di una “seconda prigione dove i detenuti sono tenuti in isolamento e non hanno mai potuto incontrare il nostro personale che invece attende periodicamente gli altri detenuti”.

La Bagram Theater Internment Facility è stata al centro d’innumerevoli denunce per gravi violazioni dei diritti umani, trattamenti disumani e abusi sui prigionieri. Alcuni ex prigionieri in periodi di tempo diversi tra il 2002 e il 2008, intervistati dall’emittente britannica Bbc, hanno riferito di essere stati sottoposti da parte del personale USA a torture, pestaggi, denudamenti, privazione del sonno, minacce di morte. Il New York Times, in un’inchiesta pubblicata il 20 maggio 2005, ha documentato che “prigionieri ritenuti importanti o pericolosi sono stati ammanettati e incatenati ai soffitti e alle porte delle celle, spesso per lunghi periodi”. Torture e violenze fisiche e psicologiche sarebbero state praticate con frequenza durante gli “interrogatori” dagli specialisti del 519th Military Intelligence Battalion e dei riservisti della 377th Military Police Company di stanza a Cincinnati.

Agli abusi all’interno del centro di detenzione di Bagram è stato dedicato il film “Taxi to the Dark Side”, vincitore del Premio Oscar 2008 come migliore documentario. Il film di Alex Gibney descrive la vicenda umana di un ventiduenne taxista afgano, Dilawar, arrestato ingiustamente con l’accusa di essere filo-Al Qaeda e morto nel dicembre 2002 a seguito delle torture ricevute durante gli interrogatori. È invece riuscito a sopravvivere all’ingiusta detenzione Jawed Ahmad, un giornalista della televisione nazionale canadese, che ha poi raccontato di essere stato sottoposto ad oltre 100 interrogatori in meno di un ano (dall’ottobre 2007 al settembre 2008). “Hanno iniziato a torturarmi subito dopo il mio arrivo a Bagram”, ha raccontato Ahmad. “Mi bastonavano duramente e m’impedivano di dormire per giorni. Mi hanno costretto a stare a lungo al gelo. Mi facevano stare a piedi nudi sulla neve per sei ore e poi in isolamento per 18 giorni consecutivi”.

“Queste testimonianze sono in linea con quanto abbiamo avuto modo di documentare a Bagram con le nostre ricerche”, ha dichiarato Rob Freer di Amnesty International. “Gli Stati Uniti continuano però a venir meno all’obbligo internazionale di indagare su tutte le denunce e sottoporre a processo le persone ritenute responsabili di aver autorizzato e commesso violazioni dei diritti umani. Con un comunicato emesso il 24 giugno 2009, Amnesty International ha pure stigmatizzato l’atteggiamento della nuova amministrazione Obama che ha “espresso opposizione a ogni tentativo di esercitare il diritto a una revisione giudiziaria, nei tribunali americani, da parte dei cittadini stranieri detenuti nella base aerea di Bagram”. L’organizzazione non governativa ha infine espresso forti preoccupazioni circa la “presenza di detenuti minorenni nel centro di detenzione, senza accesso a un avvocato o a un tribunale”. Secondo un rapporto del Comitato delle Nazioni Unite per i Diritti del Bambino, gli Stati Uniti d’America avrebbero ammesso di tenere prigionieri oltre 90 minori in Afghanistan, 10 dei quali proprio a Bagram.

È dunque in questo inferno afgano che fornirà propri servizi e proprio personale la società leader di Finmeccanica nel settore dei “prodotti elettronici integrati per la difesa e il supporto alle forze militari”. DRS Technologies, con sede a Parsippany (New Jersey), 10.000 dipendenti e un fatturato nel 2007 di 2.821 milioni di dollari, è una delle principali fornitrici del Pentagono. Quasi l’85% delle sue commesse provengono dalle forze armate USA; si tratta in particolare di forniture di apparecchiature e programmi di comando, controllo, comunicazioni, computer, intelligence e sorveglianza, di sistemi integrati di scoperta e elaborazione dati “AEGIS” per le unità navali, di quelli per la nuova generazione di carri armati “Abrams” e per i caccia F-15 ed F-16. A fine 2008 Finmeccanica ha comunicato che il Dipartimento della difesa ha stanziato a favore di DRS Technologies 531 milioni di dollari per la fornitura di sistemi elettronici e di visione “JV-5” da installare su oltre 40 tipi di veicoli ruotati e cingolati dell’US Army e dei Marines. Nel giugno 2009, l’azienda si è poi aggiudicata un contratto di 43,9 milioni di dollari per la consegna di “addestratori P5” che saranno “impiegati sui velivoli dell’aeronautica e della marina militare statunitense, fra i quali F-15, F-16, FA-18 ed AV-8B, nelle basi europee, in particolare quelle in Italia, Germania e Regno Unito”.

L’acquisizione dell’azienda da parte della holding italiana risale al maggio 2008. Si è trattato di una spericolata operazione per il valore di circa 5,2 miliardi di dollari, che come ricorda Finmeccanica, “ha compreso l’assunzione di 1,2 miliardi di dollari di indebitamento netto con il sistema bancario, che verrà successivamente rimborsato con una combinazione di aumento di capitale, emissione di obbligazioni a lungo termine e cessione di attività (Ansaldo Energia)”. A finanziare l’acquisizione dell’intero pacchetto azionario di DRS Technologies, sono scesi in campo tre grandi istituti di credito italiani, Mediobanca, Intesa Sanpaolo e UniCredit, più l’americana Goldman Sachs International. Ogni singola azione è stata rastrellata a 81 dollari, quando alla vigilia dell’assalto di Finmeccanica ne valeva sul mercato appena 63. “La straordinaria crescita di DRS nel corso degli ultimi cinque anni e il premio ottenuto dall’operazione costituiscono un ottimo risultato per i nostri azionisti”, si legge nel comunicato emesso il 13 maggio 2008 dagli amministratori di Finmeccanica e DRS Technologies. Sì, proprio un grande affare, per speculatori, banche e signori delle armi e delle guerre.

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di Antonio Mazzeo

Cento milioni di euro per incamerare il 2% del pacchetto azionario di Finmeccanica, la holding che controlla le principali industrie del comparto militare, aeronautico e spaziale italiano. Li ha sborsati la Lybian Investment Authority (LIA), l’autorità governativa libica che gestisce i fondi d’investimento in numerosi settori, da quello immobiliare, petrolifero ed industriale alle grandi infrastrutture, al turismo e all’agricoltura, in Libia come all’estero. Ma la vera partita si giocherà nei prossimi mesi quando la LIA tenterà di acquisire perlomeno il 3% del capitale di Finmeccanica per imporre nel consiglio di amministrazione alcuni degli uomini più fidati del colonnello Gheddafi. Attualmente la soglia del 3% è superata solo dal nostro Ministero dell’Economia (la partecipazione è del 32,5%), ma dopo che il 21 gennaio 2011 la Capital Research and Management Company di Los Angeles ha ridotto la propria presenza dal 4,88 all’1,85%, l’authority libica è divenuta la seconda azionista di Finmeccanica, prima di Mediobanca che con l’1% circa del capitale controlla un terzo dei componenti del Cda.

L’ingresso di Tripoli nella holding segue di un anno l’accordo tra i general manager Finmennica e Libya Africa Investment Portfolio (LAP), l’entità finanziaria controllata dalla Lybian Investment Authority, che ha dato vita ad una joint venture paritetica “per una cooperazione strategica nel settore militare ed aerospaziale, delle telecomunicazioni, dei trasporti, dell’elettronica e dell’energia” in grado di operare in Libia, nel resto del continente africano e in Medioriente. Ancora prima, nel 2006, era stata creata la Libyan Italian Advanced Technology Company – LIATEC, società per azioni con sede a Tripoli controllata al 50% dalla Libyan Company for Aviation Industry e per il restante 50% da Finmeccanica e dalla controllata AgustaWestland. “LIATEC opera quale fornitore delle agenzie libiche preposte agli approvvigionamenti per la fornitura di elicotteri, aerei medi e leggeri, sistemi elettronici di sicurezza e infrastrutture terrestri”, spiega Finmeccanica in un comunicato. “La società beneficia di diritti commerciali per la vendita in un certo numero di Paesi del continente africano di mezzi assemblati localmente. I due azionisti italiani forniscono know-how, addestramento, tecnologie e attrezzature, mentre il socio libico investe principalmente in infrastrutture, impianti e attività di marketing locale”.

Oltre ad un centro di addestramento volo per il personale libico, il programma di sviluppo di LIATEC si è concretizzato nella realizzazione di un moderno centro di manutenzione e assemblaggio elicotteri nell’aeroporto di Abou Aisha, vicino Tripoli. L’impianto, realizzato dalla Maltauro Costruzioni di Vicenza per un importo di 11.289.800 euro, è stato inaugurato il 29 aprile 2010. Dovrà produrre gli elicotteri leggeri monomotore e multiruolo AW119Ke “Koala” e AW109 “Power” e i pattugliatori bimotore AW139. Si tratta di velivoli prodotti su licenza AgustaWestland, una delle prime aziende italiane tornate ad operare in Libia dopo il riavvicinamento politico-diplomatico tra Roma e Tripoli. Nel gennaio 2006 l’azienda elicotteristica ha venduto alle forze armate libiche 10 AW109, valore 80 milioni di euro”, utilizzati per il controllo delle frontiere terrestri e marittime. Successivamente AgustaWestland ha consegnato 10 esemplari dell’elicottero AW119Ke e ha ricoperto il ruolo di sponsor privilegiato di LAVEX 2007, la seconda edizione del salone arabo-africano dell’aviazione. Alla fiera dei mercanti d’armi, le aziende di Finmeccanica hanno offerto il meglio della propria produzione industriale: oltre agli elicotteri AgustaWestland, l’aereo da trasporto tattico C-27J “Spartan” e il caccia addestratore “Aermacchi M-311” di Alenia Aeronautica, e le più sofisticate attrezzature di controllo radar e sensori di Selex Sistemi Integrati e Selex Sensors & Airborne Systems.

Nel giugno 2008 gli stabilimenti Agusta sono stati tappa della storica visita in Italia del Capo di Stato Maggiore dell’aeronautica libica, generale Al Sherif Alì Al Rifi. L’alto ufficiale sfruttava l’occasione per recarsi pure dal 72° Stormo Ami di Frosinone per “approfondire tematiche inerenti la formazione ed i programmi istruzionali in uso presso la Scuola Volo, nonché le potenzialità dell’elicottero NH-500E, in dotazione al Reparto di addestramento”, come recita un comunicato del Comando dell’Aeronautica militare italiana. Il generale Al Rifi visitava infine il 36° Stormo di Gioia del Colle (Bari) per una “significativa illustrazione delle attività operative connesse al velivolo Eurofighter Typhoon (F2000) in dotazione al XII Gruppo di volo”. L’NH-500E delle forze armate italiane è stato prodotto su licenza USA dalla Breda Nardi, azienda poi acquisita da Agusta; il caccia multiruolo Eurofighter è invece realizzato da un consorzio europeo controllato al 19,5% da Alenia Aeronautica.

Nel frattempo sono fioccati i contratti per il gruppo Finmeccanica: nel luglio 2007 il ministero della difesa libico assegnava ad Alenia-Aermacchi la revisione di 12 velivoli addestratori SF-260 (valore della commessa tre milioni di euro), mentre nel gennaio 2008 era affidata ad Alenia la fornitura di 9 velivoli ATR-42MP “Surveyor”. Il contratto (31 milioni di euro) includeva l’addestramento dei piloti e degli operatori di sistema e l’installazione a bordo di un radar di ricerca e di sensori elettro-ottici. “L’ATR-42MP sarà utilizzato dal corpo della General Security libica per il pattugliamento marittimo, il controllo delle acque territoriali e delle zone economiche esclusive, la lotta al traffico illegale di beni e persone, il lancio di equipaggiamenti per il soccorso in mare”, annunciavano i manager di Alenia. In aggiunta alle missioni di sorveglianza il velivolo può assicurare pure il trasporto truppe e paracadutisti.

A dar forza all’alleanza tra l’industria militare italiana e il governo di Tripoli ha contribuito in particolare il “Trattato di amicizia e cooperazione italo-libico” sottoscritto il 30 agosto 2008 da Silvio Berlusconi e dal colonnello Gheddafi. All’articolo 20 esso prevede infatti “un forte ed ampio partenariato industriale nel settore della Difesa e delle industrie militari”, nonché lo sviluppo della “collaborazione nel settore della Difesa tra le rispettive Forze Armate, mediante lo scambio di missioni di esperti e l’espletamento di manovre congiunte”. Ancora più esplicito l’articolo 19 del Trattato che auspica un’“intensa” collaborazione tra Italia e Libia “nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, al traffico di stupefacenti, all’immigrazione clandestina”, e impegna le due parti alla “realizzazione di un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche, da affidare a società italiane in possesso delle necessarie competenze tecnologiche”.

Sono ovviamente le aziende Finmeccanica ad essere impegnate nel rinnovamento del sistema libico di controllo dei confini e di contrasto anti-migranti. Tramite Selex Sistemi Integrati (azienda leader nella produzione di sensori navali e terrestri e nel controllo del traffico aereo) è stato firmato un accordo del valore di 300 milioni di euro per la realizzazione di un sistema di sorveglianza radar delle coste libiche e delle frontiere con Niger, Ciad e Sudan. L’azienda italiana provvederà alla progettazione, all’installazione e all’integrazione del sistema dotandolo di tutte le funzionalità C3 (Comando, Controllo, Comunicazione) e di quelle “di elaborazione dell’informazione, integrazione dei dati provenienti dai vari sensori e gestione delle emergenze”. Selex avrà inoltre la responsabilità dell’addestramento degli operatori e dei manutentori libici e assicurerà l’esecuzione delle opere civili necessarie. In accordo con quanto previsto dai Protocolli di cooperazione in tema di contrasto all’immigrazione firmati a Tripoli il 29 dicembre 2007, l’Italia ha pure consegnato sei motovedette della Guardia di finanza “dotate di moderni sistemi di scoperta e telecomunicazioni” e di due potenti propulsori diesel che permettono di raggiungere una velocità massima di 43 nodi. L’Italia dovrebbe consegnare presto alla polizia libica anche una ventina di piccole imbarcazioni per poter meglio adempiere al “lavoro sporco” di respingimento delle imbarcazioni dei migranti.

Grandi affari infine per un’altra importante controllata Finmeccanica, l’Ansaldo, che nel giugno 2009 si è aggiudicata una commessa da 541 milioni per la realizzazione dei sistemi di segnalamento e degli impianti di telecomunicazioni della linea ferroviaria costiera Ras Ajdir-Sirte e di quella verso l’interno Al-Hisha-Sabha. Stavolta non si tratta di velivoli da guerra ma a firmare il contratto per conto del governo libico è stato l’ex agente segreto Said Mohammed Rashid, condannato all’ergastolo dalla Corte d’Assise di Milano con sentenza passata in giudicato per omicidio e detenzione illegale di revolver e munizioni.