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È notizia di questi giorni le continue proteste degli atenei italiani, con in prima fila i ricercatori, a seguito della cosiddetta riforma dell’università da parte del ministro Gelmini, naturale prosecuzione di quella sulla scuola media inferiore e superiore dell’anno precedente. In questo articolo cercheremo di mettere un po’ d’ordine nella questione, cercando di analizzare innanzitutto le caratteristiche del DDL Gelmini e la “filosofia” alla base di questo provvedimento che, come vedremo, stravolge la funzione e il ruolo pubblico dell’università italiana.

Il decreto si divide in tre titoli: “Organizzazione del sistema universitario”, “Norme e delega legislativa in materia di qualità ed efficienza del sistema universitario” e  “Norme in materia di personale accademico e riordino della disciplina concernente il reclutamento”, invitando, chi voglia, a leggere integralmente il decreto legge.

Concentreremo la nostra attenzione su due articoli del decreto, citandoli integralmente, che fino ad ora non sono stati affrontati dai dibattiti di questi giorni, ma che ci sembrano particolarmente significativi:

–          Art. 2 comma f: «attribuzione al consiglio di amministrazione delle funzioni di indirizzo strategico, di approvazione della programmazione finanziaria annuale e triennale e del personale nonché di vigilanza sulla sostenibilità finanziaria delle attività; della competenza a deliberare l’attivazione o la soppressione di corsi e sedi; della competenza ad adottare il regolamento di amministrazione e contabilità, il bilancio di previsione e il conto consuntivo, da trasmettere al Ministero e al Ministero dell’economia e delle finanze […]»

–          Art 4 comma 1: «E’ istituito presso il Ministero dell’economia e delle finanze un Fondo speciale per il merito finalizzato a sviluppare l’eccellenza e il merito dei migliori studenti, individuati tramite prove nazionali standard».

Come si può notare dalla lettura di essi, la questione è ben più complessa dei soli tagli all’università e dello svilimento del ruolo del ricercatore all’interno delle università italiane. Il progetto alla base, che come vedremo non nasce nel 2010 né è un’idea del ministro Gelmini o del  ministro Tremonti, è quello di una radicale trasformazione dell’università in un’azienda, con logiche aziendali di profitto e di meritocrazia, magica parola che sta in realtà a significare non il merito, ma una divisione sostanzialmente di classe tra gli studenti italiani. Al di là di una retorica dichiarazione di principio, quella di promuovere le “eccellenze”, di fatto la riforma Gelmini punta alla trasformazione dell’università italiana in una università di classe, con tagli per 1.500 milioni di euro, organici ridotti secondo lo schema un’assunzione per ogni cinque pensionamenti perdendo di fatto quattro docenti per l’attività formativa degli studenti, la trasformazione delle università in fondazioni private, con una ricerca gestita per favorire gli interessi dei privati e con l’istituzione di un fondo gestito direttamente dal ministro dell’Economia e delle Finanze, togliendo di fatto i fondi al diritto allo studio per garantire gli interessi di pochi.

L’obiettivo non dichiarato è dunque quello di trasformare l’università non in un luogo di formazione e di cultura che fino ad ora, con tutte le sue storture e difetti è comunque stato, ma un luogo in cui formare una ristretta cerchia di studenti (perdendo perciò la sua funzione pubblica) a vantaggio degli interessi di Confindustria. Non è un caso che si erga a difesa della riforma, in un articolo sul Sole 24 Ore del 2 ottobre, il vicepresidente di Confindustria Gianfelice Rocca il quale afferma che «tutto il settore pubblico è stato vissuto per troppo tempo anche come ammortizzatore sociale, per cui di reazioni conservatrici ne vedremo un’infinità dal momento che si basano su prassi decennali che le giustificano». L’università, in questa prospettiva, è perciò soltanto un tassello di un continuo e costante attacco al settore pubblico di questo Paese. È ovvio che i settori pubblici non debbano essere considerati come la panacea di tutti i mali, e che una pratica di tipo capitalistico e di sfruttamento dell’uomo sull’uomo possa essere praticata anche in aziende di tipo statale, ma bisogna altresì comprendere come questo attacco al pubblico sia oggi in funzione dell’eliminazione di tutto ciò che vada o sia pensato oltre il mero profitto. Elementi, questi, che se prima avevano anche una funzione di ammortizzatore sociale (lo esprime chiaramente il presidente di Confindustria nel passo citato), non hanno oggi ormai più nessuna funzione positiva per il turbocapitalismo.

Per ritornare più specificatamente all’università, per meglio comprendere questo processo c’è da dire (lo avevamo accennato precedentemente) come questo attacco sia soltanto l’ultimo di una lunga lista, che inizia con la riforma Ruberti del 1990 e poi prosegue con quella Berlinguer, Zecchino, De Mauro, Moratti, Mussi e, soltanto alla fine Gelmini. È perciò risibile sentire, nelle assemblee e nelle manifestazioni, come l’obiettivo delle proteste debba essere quello di far ritirare il decreto o di far cadere il governo Berlusconi. Non solo e non soltanto perché il Partito Democratico afferma che «i principi ispiratori che volevano essere alla base del progetto di riforma del ministro Gelmini» siano «principi condivisi dal Partito Democratico, così come dalle parti sociali, dalla Confindustria che ha fortemente sostenuto questa riforma, e dagli attori del mondo accademico» (Sen.  Mauro Cerruti, L’Unità, 24 luglio 2010). Il Pd, infatti, non soltanto condivide ma, negli anni, ha elaborato la base da cui prende spunto la riforma Gelmini: finta autonomia finanziaria e statutaria, svuotamento del Cun, finti concorsi locali, disastroso “3 + 2″. Non si salva neanche la sinistra cosiddetta radicale ed è comico quando la vecchia cariatide (di spirito più che anagraficamente) Fabio Mussi, sul Corriere della Sera del 23 luglio addirittura afferma di avere il merito di aver voluto, prima dell’attuale governo, l’Anvur (l’Agenzia Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca).

Ancora una volta l’antiberlusconismo genera mostri e impedisce di comprendere a pieno i reali scontri in atto e come il vero obiettivo, in merito all’università, debba essere non quello (o perlomeno non soltanto) di far cadere il governo Berlusconi, ma di lotta perché la cultura, da strumento di emancipazione e di liberazione quale è se collettiva, non divenga uno strumento classista di repressione.

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