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di Domenico Cara

Monia Gaita, Falsomagro, pp. 138, Guida editore, Napoli 2008

La soluzione utopica di  privilegiare gli accenti su ogni parola scritta è una modalità particolare di questo intenso e colto libro di poesia di Monia Gaita. Non è la sola molteplicità, né intende precisare con la  decisa insistenza la concretezza della stessa ossessione, piuttosto provocatoria verso coloro che dimenticano la realtà simultanea alla logica e all’ambiguità di alcune formalizzazioni testuali e fonetiche, comunque espresse e decomposte.

La vicenda poetica ( e fisica) attraversa l’entità cospicua dei suoi valori mimetici ed emotivi, con un lessico ispirato a graffi da uno zelo mentale inconsueto, disuniforme scrigno strutturalmente a morfologia fusa, ed esercizio buio – luce su aspetti catastrofici e vitali d’irrealtà linguistica, che rimettono in estasi e per azzardi singolari, una voce avvenente ed eversiva, libera e sensuale, che “punge come un’ortica”, eludendo l’abituale ricorso ad ogni appassionata liricità a fomite semplice.

Ecco, dal caleidoscopico volume , due poesie che, con le altre, fondano una trasgressione a intrecci sperimentali, e tutt’altro che sbiaditi:

M’abbévero / alla fontana dei sògni accelerati. / Affògo / nell’abbondanza di rumòri / estési di Carpazi /della séra. // Sentire la speranza / farsi più accòsto al cuòre, / bagnare d’àcqua benédetta / secòndi / dai sentiménti affini.// Alluvionata di dolòre, / con un mantèllo – lòntra vaiolòsi, / cérco corrière – salvazione, / didùncoli / di luce.” (Didùncoli di luce, p. 51);” Nàvigo in pièno ocèano / di tristézza, / òra che l’òcra ròssa del tuo bène / scénde / in mòlli piegoline / grandi di Trasiméno /di diviso. // Vive d’una modèsta rèndita / l’attésa, / di rimontare / cavalli di splendòre. // E occulta le sue còlpe, / pesante d’alalònga, / sempre, / infruttuòso. // Con gli òcchi stràbici / l’amòre / alto di Vallombròsa, / non véde mai fine. // Archi ogivali / nuòvo, / al migliòr offerènte / tra noi, / sopra la dentatura omodònte, / l’obliquità di lune / della résa. (Mòlli piegoline, p. 83). (Nei versi, la parola didùncoli spiega che si tratta di uccelli delle isole Samoa in via di estinzione, e alalònga è un grosso pesce della famiglia dei tonnidi, che può raggiungere il peso di mezzo quintale; omodònte è in zoologia detto degli animali che hanno tutti i denti uguali o simili tra loro).

Si tratta di momenti e movimenti di cristalli mai logori nei versi che qui s’incontrano, e riguardano quei sintagmi e vulnerabili lemmi di barocco – surreale a opposizione procreativa, che incrociano le introverse escavazioni poetiche, come :

un’erogata acqua / di follia, / geomètrica, / a sussurrare: nulla e basta”, “La vita a vòlte / brucia le dàlie al buonumòre, / a vòlte inciampa / leggèra d’almadùr, / dentro una buca di sbagliato

Indubbiamente si tratta di un rifiuto delle innumerevoli normalità, che copiosamente assediano gli stili e le ovvietà datate e uniformi di ogni sia pur cadaverica organizzazione e oltranza in versi, oggi.

La discussione, sulle diffuse radici di queste evidenze inferme e morbose, potrebbe dettare reazioni propulsive nelle generazioni nuove che accolgono spontaneamente ogni genere d’interrogazione, nella cui continuità fanno crescere e sviluppare quel senso di richiamo polemico che i dubbi di qualità intendono scaturire. Colti i capovolgimenti espressivi tra gli effetti di desolazione e il lutto della contemporaneità, per via anche delle essenziali o innumerevoli odissee temporali, l’autrice inscrive tese tracce, ma questa è la sua forma, non dovuta alla mano sinistra, né a falsi o azzurri deformi, facendosi canto (soprattutto nei gustosi incipit).


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