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di Raf  Derose

 

Vorrei essere più veloce. A scrivere, intendo. Ma il tempo è tiranno, e visto che non è la scrittura a darmi da vivere, ho delle priorità da rispettare. Così spesso sono costretto a rinunciare a molte occasioni per dire la mia su fatti di attualità, perché l’articolo o lo tiri fuori subito, o perde di interesse, di significato. Probabilmente la cosa non dispiacerà a nessuno, e non sarà per questo che il mondo andrà a rotoli, ma il mio ego ne soffre… ed io voglio un sacco di bene al mio ego. In questo caso farò un’eccezione. Anche se il riferimento è vecchio di qualche giorno, mi pare che la cosa perduri, per cui credo abbia ancora senso parlarne… oltre al fatto che mio ego, stavolta, non vuole proprio saperne di starsene zitto e buono ad attendere un’altra occasione.

Mi riferisco ad un paio di reportage andati in onda qualche sera fa (18/10/2010) in un Tg. Non ha importanza quale. Ma se a qualcuno interessa, qui c’è il link al video che mi ha fatto incavolare: http://www.video.mediaset.it/video/tg5/servizio/186846/se-coinvolte-si-pentano-ora.html#tc-s1-c1-o1-p17

Parto dal secondo dei due servizi, che riguardava una buona notizia. Sono rare, ma qualche volta succede:  “Arrestato lo stalker di Michelle.”Michelle sarebbe la Hunziker, perseguitata da mesi da un tizio che le aveva messo gli occhi addosso. Oddio, non sarà stato certo il primo ad aver messo gli occhi sulla bella Michelle, e non sarà certo l’ultimo, ma una cosa è mandare una scatola di cioccolatini o un mazzo di fiori, un’altra torturare l’oggetto del proprio desiderio con appostamenti, pedinamenti e quant’altro.

Ho capito, ti piaceva; provaci, mi pare giusto; se ti dice no la prima volta, magari insisti un po’, cambia tattica, mostra il tuo lato migliore, chissà che cambi idea… fin qui, mi pare che siamo nella normalità. Ma una volta che il no diventa definitivo, una volta accertato che la persona che ti sta a cuore non ricambia i tuoi interessi, che la tua presenza, ormai, provoca un senso di disagio, di sofferenza, anche di paura… e basta! Allupato o no, cambia strada, o finisci, giustamente, in galera. Immagino che fin qui siamo tutti d’accordo.

Un discorso che cozza però in maniera impressionante con quanto assistito nel primo dei due servizi di cui sto parlando.

Stavolta non ci sono belle figliole perseguitate, in giro… o meglio, ve n’era una, ed è morta. E c’è un mostro assassino, pare. Pare, forse, addirittura due. E non c’è alcun lieto fine. Ma il documento presentato non riguarda né la vittima, né il suo, o i suoi, assassino/i. C’è solo la ripresa di alcuni momenti di ordinaria follia, di osceno delirio, di morbosa persecuzione, da parte di un branco di curiosi e di giornalisti che da giorni assediano una casa per riprendere scene prive di qualsiasi contenuto informativo, ma volte a soddisfare (o ad istigare?) il voyeurismo di un pubblico incapace di rendersi conto che sono ben altri i problemi di cui farebbe bene ad occuparsi. Una folla di avvoltoi appostati davanti ad un cancello che impediscono il transito agli abitanti della casa, e che anzi gli planano addosso per strappare dichiarazioni superflue, per registrare comportamenti e stati d’animo che chiunque avrebbe il diritto di tenere per sé, e non dare in pasto a migliaia di sconosciuti smaniosi come lo stalker di Michelle, ma per motivi molto meno comprensibili e giustificabili. L’arrivo di una donna, una parente di vittima e carnefice, non so chi fosse né mi interessa, che prima implora e poi urla disperata (e inutilmente) di essere lasciata in pace… Non me ne voglia la signora, ma paragonarla alla Hunziker mi sembra un azzardo. Ma cos’altro era, quella scena, se non un episodio di vero e proprio stalking? E quei cronisti… sembravano più allupati del sig. Pingitore!

Un esempio di depravazione sconcertante, non paragonabile neppure a quello vissuto dalla bella attrice. Se non altro, lì c’era in ballo un sentimento non ricambiato, e di certo una mente malata che bisognava sì mettere nelle condizioni di non nuocere, ma che in fondo, per questo, avrebbe diritto ad un minimo di comprensione. Ma ad Avetrana a perseguitare non sono innamorati respinti affetti da turbe mentali, ma sciacalli a caccia di uno scoop sulla pelle di gente provata duramente. È terribile avere un congiunto assassinato. Credo che sia altrettanto terribile avere un congiunto assassino. Sinceramente, non so quale delle due condizioni mi addolorerebbe di più. In questo caso, sono persone che stanno vivendo entrambi i drammi. E per questo sono oggetto di assedio, caccia spietata, persecuzione volta a costruire sul loro tormento uno spettacolo immondo da dare in pasto al mondo intero.

Non voglio stare qui a disquisire sulla differenza che c’è fra diritto di cronaca e speculazione, fra informazione e spettacolo, fra giusta indagine e melmosi rimescolii, esperti molto più qualificati di me lo fanno (inutilmente) ormai da tempo. Quello che voglio denunciare è la disparità di trattamento che ho rilevato, in due reportage distinti della stessa edizione di un giornale televisivo, fra quello riservato ad un’attrice bella e famosa, protetta, com’è giusto, contro gli attacchi di uno squilibrato, e quello destinato a delle persone colpite in maniera atroce nei loro affetti più cari e vittime di stalking, altrettanto odioso, non di nascosto, con email riservate, telefonate o pedinamenti lungo strade buie, ma alla luce del sole, e sotto gli occhi di milioni di telespettatori, senza alcuna protezione. Perché questa differenza?

Forse perché la Hunziker ha sporto denuncia e quella poveraccia nel video no? Ma perché, se viene ripreso un reato c’è bisogno di una querela per mettere in  moto la macchina della giustizia? Se una telecamera, sia quella di un reporter o quella di un sistema di sorveglianza, filma una rapina, uno scippo, un’aggressione, un omicidio, c’è bisogno di un’istanza su carta bollata per attendersi un intervento da parte dell’autorità giudiziaria? Qui, come minimo, si ravvisa una violazione alla privacy, ma in Italia si sa, gli unici ad aver diritto a vedersela protetta sono i delinquenti. Ma se, riporto testualmente, “… una volta che il no diventa definitivo, una volta accertato che la persona che ti sta a cuore non ricambia i tuoi interessi, che la tua presenza, ormai, provoca un senso di disagio, di sofferenza, anche di paura… e basta! Allupato o no, cambia strada, o finisci, giustamente, in galera…”. L’avevo detto prima, a proposito della Hunziker, e suppongo si fosse, su questo, tutti d’accordo. O si ha paura delle speculazioni che si potrebbero fare se le manette scattassero ai polsi di quegli sciacalli, tirando fuori la solita storiella sulla libertà di stampa e sul diritto di cronaca? Sì, possibile, perché qualche testa di… legno capace di sostenere che quello sia giornalismo da qualche parte salta fuori di sicuro. Ma può essere questo un buon motivo per lasciare delle vittime di eventi dolorosi libere di essere perseguitate impunemente? O se qualcuno ha un assassino in famiglia, anziché essere lasciato solo nel suo dolore, è giusto che paghi anche per colpe che non ha commesso?

O, alla fine, chissenefrega, di loro e del tuo ego, e sta’ un po’ zitto e lasciami godere lo spettacolo?

Troviamo sul  blog http://www.altrenotizie.org un interessantissimo articolo che riportiamo integralmente, augurandoci che possa sviluppare un dibattito.

La tv del dolore

di Rosa Ana De Santis La morte di Sarah Scazzi viene annunciata su RaiTre, durante la diretta di “Chi l’ha visto”. La giornalista conduttrice, Federica Sciarelli, chiede alla madre di Sarah se interrompere la trasmissione o andare avanti. Ma le telecamere rimangono accese, la madre di Sarah non muove un muscolo del viso e, all’apparenza imperturbabile, si dice pronta a sapere tutta la verità. Federica Sciarelli ha fatto il suo lavoro e l’ha fatto con una sensibilità che altri non avrebbero avuto. Sarebbero gradite invece le spiegazioni dei carabinieri, che scusano l’inconveniente di non averla avvisata prima e in via privata, per colpa – dicono – del cellulare staccato. La cronaca di un orrore privato diventa spettacolo pubblico e l’indignazione si fa corale per questa invasione della tv e dello share che azzera ogni traccia d’intimità e che trasforma persino il corpo di una ragazzina, strangolata e violentata dallo zio, in un’attrazione televisiva. Non è il primo caso. E’ stato così con Novi Ligure, con Cogne, con Erba. Il resoconto dei particolari si trasforma in tv nel culto della ricostruzione, nella morbosità dei ritratti dei protagonisti e nell’analisi del male che banalizzata e raccontata mille volte, o proposta sotto forma di sondaggi, acquista quasi una valenza ludica da intrattenimento.  Ma questo non sembra proprio il caso della trasmissione della Sciarelli. Un conto sono i plastici di Bruno Vespa, le puntate che alternano le ricette e la cosmesi agli omicidi efferati e il tavolone degli ospiti sui casi più brutali della cronaca nera. Lo spettacolo che non chiede permessi, che fa ipotesi e che permette arene di opinioni di cantanti e vallette (come accade nello spazio di Giletti a “Domenica in”, per fare un altro esempio) sui fatti di sangue più brutali della cronaca italiana. Un conto è una trasmissione che da anni aiuta gli inquirenti a cercare gli scomparsi, che ha dato scoop a numerose indagini ( pensiamo al caso di Emauela Orlandi) e ha impedito spesso che i faldoni delle indagini muffissero senza verità. Il dovere di cronaca è per necessità brutale, ma non per questo immorale. L’immoralità è vincolata a due criteri: l’assenso dei protagonisti e la finalità dell’informazione. Può essere immorale la ricostruzione di un fatto se non serve a svelare nulla, né a dare contributi di analisi, ma solo a solleticare le fantasie macabre del pubblico a casa. Le condizioni dei cadaveri non servono a niente. Quanto sangue, quanti schizzi o, peggio, le domande idiote ai familiari tipo: “Come si sente?” La storia di Sarah ha piuttosto amplificato un altro fenomeno che ormai imperversa sulla nostra televisione e che non ha a che vedere con la cattiva cronaca. Il piacere dei protagonisti, comuni e anonimi, di portare il loro privato in tv. La drammatizzazione del dolore privato ha come unica finalità quella di apparire sul piccolo schermo. Il racconto del privato non con il fine di dare una testimonianza, far circolare idee e informazioni, ma di diventare personaggi, di rivedersi in televisione. Magari conserveranno la registrazione nel cassetto vicino a quello dove tengono il filmino e le foto del matrimonio. Un costume indotto da tanti anni di tv berlusconiana e sdoganato ufficialmente con il fenomeno del reality. Vengono in mente le lacrime di C’è posta per te, le mamme urlanti degli spalti di “Amici” o le matrone travestite da critici di fronte ai tronisti. Sconosciuti che conquistano le copertine e che riempiono la tv della loro normalità, assegnandole il compito di dare valore a quello che da solo sembra non averlo più. E’ accaduto, forse, qualcosa di simile nella famiglia di Sarah. Non solo rispetto al giorno dell’omicidio, su cui ci sono ancora tanti dubbi, ma in tutti i mesi precedenti. Nessuno parla in quella casa dello zio che mette gli occhi su Sarah, che la tocca, che la fa arrabbiare. La cugina sembra non parlare a nessuno di quelle confidenze di Sarah, ripetutamente molestata. Silenzio anche da parte del padre e del fratello. In silenzio anche la madre, che solo nei giorni della scomparsa sembra presagire o sapere che la mano che le ha portato via la figlia è dentro le mura di casa. E’ questa contraddizione, tra il prima e il dopo della morte di Sarah, il vero centro della riflessione. La vita di persone comuni, addirittura innamorate del silenzio e ossessionate dalla censura di alcuni argomenti, incapaci di denunciare apertamente l’ombra di un’attenzione violenta e patologica su Sarah, che decidono però di rimanere in tv quando scoprono che Sarah è morta per mano dello zio. L’intenzione non è quella di dare un giudizio sulle persone coinvolte, ma di ricavare – da questa storia –  un’ipotesi di lettura sullo strapotere della tv nella vita delle persone. Viviamo ormai con le telecamere accese sui pruriti, prima che sui fatti. Viviamo in un’alterazione permanente del concetto di realtà e, più pericolosamente, di quello di verità. Da qui, non solo dalle campagne della provincia italiana, vengono i mostri.