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di Antonio Mazzeo

DRS Technologies, azienda con sede negli Stati Uniti d’America interamente controllata dalla holding italiana Finmeccanica, si è aggiudicata un contratto del valore di 23 milioni e mezzo di dollari per la fornitura dei servizi di supporto informatico della base aerea di Bagram, la principale infrastruttura delle forze armate USA nel nord Afghanistan.

Il nostro personale assisterà il personale della base nel conseguimento della piena operatività dei sistemi di Comando, Controllo, Comunicazioni e Computer Information (C4I) utilizzati dalle forze USA e della coalizione alleata, dentro e fuori il campo di battaglia”, spiegano in un comunicato i manager di DRS Technologies. “I C4I esistenti saranno forniti di un programma di supporto delle reti di comunicazione e informatiche per la pianificazione, gestione ed integrazione delle operazioni congiunte nell’area afgana. Con questo nuovo contratto, DRS continuerà a fornire la tecnologia d’intelligence indispensabile per le operazioni delle forze armate statunitensi nell’Asia sud-occidentale. Un lavoro svolto da anni per il Joint NETOPS Control Center in Iraq e che adesso si trasferisce senza soluzione di continuità al Joint NETOPS Control Center afgano”.

Per i non addetti ai lavori, il Joint NETOPS Control Center è il network di comando e controllo dove viene definito ed elaborato il “quadro delle operazioni” e dove il comandante dell’US Strategic Command, congiuntamente al Dipartimento della difesa e alle altre strutture militari USA è impegnato a gestire e difendere la Rete Globale d’Intelligence che assicura la superiorità informativa degli Stati Uniti”. Un elemento strategico di primo livello, dunque, per la proliferazione delle guerre globali e permanenti del XXI secolo.

Bagram, ad una decina di chilometri dalla città di Charikar (provincia di Parwan), è oggi un’inesauribile macchina da guerra e, secondo alcuni congressisti USA, è la candidata più autorevole per essere trasformata nella maggiore delle basi operative che le forze armate degli Stati Uniti insedieranno in Afghanistan prima del loro parziale “ritiro” dal paese.

Lo scalo aereo è sede della 101^ divisione aviotrasportata dell’US Army e del 455th Air Expeditionary Wing dell’US Air Force che opera in missioni di combattimento, trasporto e rifornimento aereo, intelligence, sorveglianza e riconoscimento. Nella base operano pure gli uomini della 3rd Combat Aviation Brigade (Task Force Falcon), del neo-costituito 955th AES Air Expeditionary Squadron e di altri reparti dell’esercito, della marina, dell’aeronautica, dei Marine Corps e della Guardacoste USA e dei paesi partner della forza militare “ISAF” (International Security Assistance Force) NATO. Top secret il numero del personale dislocato a Bagram anche se i periodici statunitensi riferiscono di circa 20.000 unità tra militari, civili e contractor.

Sono invece più di 60 i velivoli assegnati in modo permanente: si tratta degli aerei cargo Boeing 747, C-130 “Hercules”, C-5 “Galaxi” e C-17 “Globemaster III”, degli elicotteri multiruolo “Blackhawk”, dei cacciabombardieri F-15 “Eagle” ed F-16 “Falcon”, degli aerei da attacco al suolo AV-8B “Harrier” e dei famigerati A-10 “Thunderbolt” che hanno utilizzato in diverse occasioni un misto di proiettili incendiari ad alto esplosivo e di proiettili penetranti a uranio impoverito.

A seguito dell’occupazione alleata dell’Afghanistan, a Bagram sono state realizzate multimilionarie infrastrutture: decine di caserme per il personale militare, numerosi edifici per uffici e centri di comando, tre enormi hangar per il ricovero dei mezzi, depositi munizioni, due piste aeree lunghe oltre 3.000 metri, rampe e aree di parcheggio per oltre 130.000 mq, un ospedale con 50 posti letto, centri ricreativi, campi sportivi e gli immancabili ristoranti e fast food. Il budget 2010 delle forze armate USA ha destinato più di 200 milioni di dollari per realizzare nella base strade, fognature, un megaimpianto di potabilizzazione e nuovi alloggi per i militari. Altri 43 milioni di dollari sono stati stanziati dal Congresso con il bilancio 2011: entro due anni saranno realizzati una facility per supportare le operazioni di lancio dei paracadutisti, un hangar per la manutenzione dei caccia F-15 ed A-10, una rampa per l’evacuazione dei velivoli dei reparti sanitari e una nuova stazione anti-incendio.

Bagram viene indicata come una delle infrastrutture militari “più sicure” in Afghanistan, ma la lista degli attentati di cui è stata oggetto è lunga e sanguinosa. Nel 2007, proprio mentre era in corso la visita alla base dell’allora vicepresidente Dick Cheney, un attacco suicida ad uno dei cancelli d’ingresso causò la morte di 23 persone (un militare e un contractor USA, un soldato sud-coreano e 20 operai afgani). Il 4 marzo 2009 fu invece fatta esplodere un’autobomba fuori del perimetro dell’aeroporto che causò la morte di altri tre lavoratori afgani. Quattordici mesi dopo una dozzina di insorgenti filo-Talibani sferrò un attacco armato contro la base, causando la morte di un contractor e il ferimento di 9 militari statunitensi. Non è tuttavia agli attentati che Bagram deve la sua fama sinistra a livello internazionale. La base è infatti nota come la “Guantanamo afgana” perchè sede del maggiore centro di detenzione USA di “combattenti” o semplici cittadini afgani sospettati di “terrorismo”. Secondo i dati forniti dal Pentagono a Bagram si troverebbero “all’incirca 565” detenuti. Quasi nulla si conosce della loro identità, delle circostanze del loro arresto e delle condizioni di detenzione. Nessuno dei prigionieri ha però avuto accesso all’assistenza legale o a un giudice. Oltre al personale d’intelligence statunitense, solo i rappresentanti della Croce Rosa Internazionale hanno diritto di accesso al centro di detenzione ogni 15 giorni. Nel maggio dello scorso anno, la Croce Rossa ha tuttavia rivelato di essere venuta a conoscenza dell’esistenza di una “seconda prigione dove i detenuti sono tenuti in isolamento e non hanno mai potuto incontrare il nostro personale che invece attende periodicamente gli altri detenuti”.

La Bagram Theater Internment Facility è stata al centro d’innumerevoli denunce per gravi violazioni dei diritti umani, trattamenti disumani e abusi sui prigionieri. Alcuni ex prigionieri in periodi di tempo diversi tra il 2002 e il 2008, intervistati dall’emittente britannica Bbc, hanno riferito di essere stati sottoposti da parte del personale USA a torture, pestaggi, denudamenti, privazione del sonno, minacce di morte. Il New York Times, in un’inchiesta pubblicata il 20 maggio 2005, ha documentato che “prigionieri ritenuti importanti o pericolosi sono stati ammanettati e incatenati ai soffitti e alle porte delle celle, spesso per lunghi periodi”. Torture e violenze fisiche e psicologiche sarebbero state praticate con frequenza durante gli “interrogatori” dagli specialisti del 519th Military Intelligence Battalion e dei riservisti della 377th Military Police Company di stanza a Cincinnati.

Agli abusi all’interno del centro di detenzione di Bagram è stato dedicato il film “Taxi to the Dark Side”, vincitore del Premio Oscar 2008 come migliore documentario. Il film di Alex Gibney descrive la vicenda umana di un ventiduenne taxista afgano, Dilawar, arrestato ingiustamente con l’accusa di essere filo-Al Qaeda e morto nel dicembre 2002 a seguito delle torture ricevute durante gli interrogatori. È invece riuscito a sopravvivere all’ingiusta detenzione Jawed Ahmad, un giornalista della televisione nazionale canadese, che ha poi raccontato di essere stato sottoposto ad oltre 100 interrogatori in meno di un ano (dall’ottobre 2007 al settembre 2008). “Hanno iniziato a torturarmi subito dopo il mio arrivo a Bagram”, ha raccontato Ahmad. “Mi bastonavano duramente e m’impedivano di dormire per giorni. Mi hanno costretto a stare a lungo al gelo. Mi facevano stare a piedi nudi sulla neve per sei ore e poi in isolamento per 18 giorni consecutivi”.

“Queste testimonianze sono in linea con quanto abbiamo avuto modo di documentare a Bagram con le nostre ricerche”, ha dichiarato Rob Freer di Amnesty International. “Gli Stati Uniti continuano però a venir meno all’obbligo internazionale di indagare su tutte le denunce e sottoporre a processo le persone ritenute responsabili di aver autorizzato e commesso violazioni dei diritti umani. Con un comunicato emesso il 24 giugno 2009, Amnesty International ha pure stigmatizzato l’atteggiamento della nuova amministrazione Obama che ha “espresso opposizione a ogni tentativo di esercitare il diritto a una revisione giudiziaria, nei tribunali americani, da parte dei cittadini stranieri detenuti nella base aerea di Bagram”. L’organizzazione non governativa ha infine espresso forti preoccupazioni circa la “presenza di detenuti minorenni nel centro di detenzione, senza accesso a un avvocato o a un tribunale”. Secondo un rapporto del Comitato delle Nazioni Unite per i Diritti del Bambino, gli Stati Uniti d’America avrebbero ammesso di tenere prigionieri oltre 90 minori in Afghanistan, 10 dei quali proprio a Bagram.

È dunque in questo inferno afgano che fornirà propri servizi e proprio personale la società leader di Finmeccanica nel settore dei “prodotti elettronici integrati per la difesa e il supporto alle forze militari”. DRS Technologies, con sede a Parsippany (New Jersey), 10.000 dipendenti e un fatturato nel 2007 di 2.821 milioni di dollari, è una delle principali fornitrici del Pentagono. Quasi l’85% delle sue commesse provengono dalle forze armate USA; si tratta in particolare di forniture di apparecchiature e programmi di comando, controllo, comunicazioni, computer, intelligence e sorveglianza, di sistemi integrati di scoperta e elaborazione dati “AEGIS” per le unità navali, di quelli per la nuova generazione di carri armati “Abrams” e per i caccia F-15 ed F-16. A fine 2008 Finmeccanica ha comunicato che il Dipartimento della difesa ha stanziato a favore di DRS Technologies 531 milioni di dollari per la fornitura di sistemi elettronici e di visione “JV-5” da installare su oltre 40 tipi di veicoli ruotati e cingolati dell’US Army e dei Marines. Nel giugno 2009, l’azienda si è poi aggiudicata un contratto di 43,9 milioni di dollari per la consegna di “addestratori P5” che saranno “impiegati sui velivoli dell’aeronautica e della marina militare statunitense, fra i quali F-15, F-16, FA-18 ed AV-8B, nelle basi europee, in particolare quelle in Italia, Germania e Regno Unito”.

L’acquisizione dell’azienda da parte della holding italiana risale al maggio 2008. Si è trattato di una spericolata operazione per il valore di circa 5,2 miliardi di dollari, che come ricorda Finmeccanica, “ha compreso l’assunzione di 1,2 miliardi di dollari di indebitamento netto con il sistema bancario, che verrà successivamente rimborsato con una combinazione di aumento di capitale, emissione di obbligazioni a lungo termine e cessione di attività (Ansaldo Energia)”. A finanziare l’acquisizione dell’intero pacchetto azionario di DRS Technologies, sono scesi in campo tre grandi istituti di credito italiani, Mediobanca, Intesa Sanpaolo e UniCredit, più l’americana Goldman Sachs International. Ogni singola azione è stata rastrellata a 81 dollari, quando alla vigilia dell’assalto di Finmeccanica ne valeva sul mercato appena 63. “La straordinaria crescita di DRS nel corso degli ultimi cinque anni e il premio ottenuto dall’operazione costituiscono un ottimo risultato per i nostri azionisti”, si legge nel comunicato emesso il 13 maggio 2008 dagli amministratori di Finmeccanica e DRS Technologies. Sì, proprio un grande affare, per speculatori, banche e signori delle armi e delle guerre.

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di Antonio Mazzeo

Lacrime e sangue per tutti, tranne che per i signori delle armi e delle guerre. Il Congresso degli Stati Uniti d’America ha approvato il budget 2011 del Dipartimento della Difesa. Saranno 725 i miliardi di dollari destinati alle missioni di guerra e ai nuovi programmi militari. Buona parte del bilancio, 158,7 miliardi di dollari, sarà speso dal Pentagono per prolungare le operazioni in Iraq e Afghanistan, a cui si aggiungeranno 13,1 miliardi per lo “sviluppo delle forze di sicurezza afgane e irachene”. Sempre nell’ambito della “guerra permanente” al terrorismo internazionale, il Congresso ha destinato 75 milioni di dollari per l’addestramento e l’equipaggiamento delle “forze di controterrorismo” dello Yemen, paese mediorientale sempre più attenzionato e corteggiato dal Pentagono.

Negli ultimi quattro anni l’aiuto militare USA allo Yemen è cresciuto di 31 volte (da 5 milioni di dollari nel 2006 ai 155 milioni del bilancio 2010). Il Comando Centrale delle forze armate statunitensi ha però chiesto alla Casa Bianca l’approvazione di un programma per 1,2 miliardi di dollari in sei anni che dovrebbe includere la fornitura di armi automatiche, imbarcazioni per il pattugliamento delle coste, aerei da trasporto, elicotteri e munizioni. Il piano prevede pure un forte aumento della presenza di “consiglieri militari” statunitensi per “accompagnare le truppe dello Yemen in interventi e operazioni non belliche”. Attualmente sarebbero 75 gli addestratori delle forze speciali USA, impegnati principalmente in attività di sostegno logistico e in missioni di supporto aereo. Un articolo pubblicato recentemente da The Wall Street Journal ha inoltre documentato il “crescente sostegno” a favore di militari e civili yemeniti da parte dei “Special Operations teams” che “lavorano segretamente in Yemen sotto il comando della CIA”. Da circa un mese il Pentagono ha pure autorizzato l’utilizzo massiccio dei velivoli senza pilota “Predator” per dare la caccia ai presunti militanti di al-Qaeda che opererebbero nel paese. Secondo fonti ufficiali di Washington, i “Predator” operano sotto il controllo dell’U.S. Joint Special Operations Command (JSOC), la struttura a cui è stata delegata la lotta in tutto il mondo al terrorismo. I velivoli senza pilota destinati a missioni d’intelligence e di attacco in Yemen partirebbero dalle basi militari USA presenti a Gibuti e in Qatar.

Il bilancio 2011 delle forze armate USA prevede poi lo stanziamento di 205 milioni di dollari a favore di Israele per lo sviluppo del nuovo sistema antimissile “Iron Dome”. Duramente osteggiato da alcune forze politiche di Tel Aviv per i suoi costi proibitivi, l’“Iron Dome” è stato sviluppato dall’industria israeliana Rafel per la “difesa di piccole città dal lancio di razzi a media velocità e proiettili di artiglieria del calibro da 155 e 180 mm con traiettoria balistica”. Sempre secondo la Rafel , il sistema antimissile “può operare di giorno e di notte, sotto condizioni meteo avverse, ed è in grado di rispondere a molteplici minacce simultaneamente”. Dopo essere stato testato nel luglio 2009, l’“Iron Dome” è operativo da circa un mese da una base militare israeliana nei pressi di Sderot, vicino alla Striscia di Gaza.

Assai articolato il piano di potenziamento delle infrastrutture militari USA all’estero, con un particolare occhio di riguardo per il continente africano e il Medio oriente. Le vecchie e nuove priorità strategiche sono delineate dal report sui “Piani di lavoro del Naval Facilities Engineering Command”, pubblicato nel giugno 2010 da Jeff Borowey, responsabile del Comando d’ingegneria dell’US Navy per l’Europa, l’Africa e l’Asia sud occidentale. Tra i programmi più ambiziosi, il “completamento del Master Plan di Camp Lemonnier, Gibuti, a supporto delle operazioni di Africom”, il nuovo Comando USA per il continente africano, per cui vengono stanziati 110,8 milioni di dollari; “l’installazione di un crescente numero d’infrastrutture in Africa per sostenere le richieste dei partner africani, di AFRICOM, CENTCOM e delle forze statunitensi della JTF-HOA di Gibuti”; “l’espansione delle basi in Bahrain e negli Emirati Arabi Uniti”, con progetti per 213,2 milioni di dollari. Altrettanto imponente la spesa per alcune delle maggiori installazioni USA in Europa: nelle voci di bilancio sono stati inseriti 28,5 milioni di dollari per la base aerea di Aviano (Pordenone) per realizzare dormitori e un “centro per il supporto delle operazioni aeree”; 23,2 milioni per la base aeronavale di Rota in Spagna (una “torre per il controllo del traffico aereo”); 33 milioni di dollari per la costruenda base dell’US Army al “Dal Molin” di Vicenza.

Oltre 300 milioni di dollari andranno invece al programma di trasformazione dell’isola di Guam, nell’oceano Pacifico, nel principale centro strategico-operativo d’oltremare delle forze armate USA. A Guam, dove da ottobre operano i velivoli-spia “Global Hawk” dell’US Air Force, verranno realizzate piste e aree di parcheggio nella base aerea di Andersen, infrastrutture portuali ad Apra Harbor per l’approdo delle portaerei e probabilmente pure un centro operativo per la “difesa missilistica”. A medio termine è previsto il trasferimento nell’isola degli 8.600 Marines oggi ospitati nella base di Okinawa; il governo giapponese contribuirà con 498 milioni di dollari che saranno utilizzati dal Pentagono per realizzare alcune facilities nell’area di Finegayan (caserme, edifici amministrativi e logistici, un poligono di tiro, una stazione anti-incendio, un ospedale). Neppure un dollaro invece per i sopravvissuti dell’occupazione giapponese di Guam durante la Seconda guerra mondiale; originariamente il “National Defense Authorization Act of 2011” destinava 100 milioni di dollari come risarcimento per gli eccidi subiti dalla popolazione locale, ma i legislatori USA hanno preferito alla fine cancellare il fondo per “esigenze di risparmio nazionale”. Un ulteriore taglio ai finanziamenti pro diritti umani è giunto con la decisione di non sostenere le richieste del Dipartimento della Difesa per la chiusura del lager di Guantanamo. Il Congresso ha formalmente proibito il possibile trasferimento negli States dei detenuti ospitati nella base navale illegalmente realizzata nell’isola di Cuba.

di Antonio Mazzeo

 

Lavori altamente pericolosi e scarsamente retribuiti in un ambiente dove imperano comportamenti repressivi ed antisindacali. È il pane quotidiano degli operai italiani della grande militare base USA di Sigonella. Un mondo a parte fatto di precarietà e sfruttamento intensivo del tutto ignorato dai politici e dai media perlomeno sino a quando non sopraggiunge la tragedia. La notte di domenica 24 ottobre un grosso pallet contenente un carico di zinco da 1.600 kg è caduto da un aereo schiacciando un lavoratore di 47 anni, Salvatore Maita, he si trovava sulla rampa sottostante. Trasportato d’urgenza in ospedale, l’operaio è stato sottoposto a un intervento chirurgico per la riduzione di un esteso trauma cranico, ma le sue condizioni restano disperate. La vittima era impegnata nelle operazioni di carico di un Md-11, aereo cargo trimotore prodotto dalla McDonnell Douglas, di proprietà di una compagnia privata operante per conto del Fleet and Industrial Supply Center (FISC), il centro logistico delle forze navali degli Stati Uniti d’America istituito a Sigonella il 3 marzo 2005. l FISC dirige e coordina la movimentazione e l’invio di merci, attrezzature, viveri, armi, munizioni e materiali pericolosi alle truppe schierate negli scacchieri di guerra in Africa, Caucaso, Golfo Persico, Iraq ed Afghanistan.

Sul gravissimo incidente che ha coinvolto Maita è stata avviata un’indagine da parte della Procura della Repubblica di Catania. “Quello di Sigonella è l’ennesimo di una lunghissima serie che si sta verificando negli aeroporti italiani”, denuncia in un comunicato la Cub Trasporti. L’aumento indiscriminato dei carichi di lavoro, il sott’organico, la precarietà, l’assenza di adeguati investimenti, la privatizzazione e la diminuzione dei livelli di sicurezza sul lavoro sono le cause di uno stillicidio di incidenti che non possono e non debbono continuare. Auspichiamo che siano individuate le responsabilità del grave incidente di Sigonella e che la procura predisponga l’obbligo dei dovuti risarcimenti all’operaio che ne è rimasto vittima”.

I rappresentanti locali della Cub Trasporti puntano il dito sui pesantissimi tagli agli organici operati negli ultimi anni. “Nel 1997 noi lavoratori eravamo 274”, denuncia uno dei colleghi di Salvatore Maita. “Ora siamo sotto organico, in 162. Gli altri sono in mobilità e cassa integrazione. Il consorzio di aziende con cui lavoriamo, dopo aver ottenuto l’appalto, ha dichiarato lo stato di crisi. Hanno fatto fuori tutele, diritti e sindacati. Il risultato finale è che c’è un collega che sta morendo”. Il consorzio in questione è Algese2, costituito dalle società Alisud, Gesac e Servisair, aggiudicatosi qualche mese fa un contratto di oltre 100 milioni di dollari per gestire per quattro anni le operazioni aeroportuali nelle basi di Napoli-Capodichino e Sigonella. Grazie a un ricorso, Algese2 ha soffiato la commessa del Dipartimento dell’US Navy al colosso industriale Lockheed Martin, uno dei principali attori del complesso militare industriale statunitense. Inizialmente la Lockheed era stata dichiarata vincitrice dei lavori e avrebbe dovuto operare nelle due basi della marina militare USA dal febbraio 2010. “Algese ha però ottenuto prima una proroga fino al 30 giugno 2010, grazie a un contratto dal valore di 3.200.000 euro, poi l’aggiudicazione definitiva dell’appalto”, spiegano i rappresentanti della Cub Trasporti. “Immediatamente il consorzio ha reso pubblica la decisione di non pagare ai suoi dipendenti né gli arretrati per complessivi 1.700 euro, né gli aumenti stabiliti dal nuovo contratto nazionale sottoscritto il 26 gennaio 2010, pari a 131 euro mensili”.

Con l’accordo quadriennale per la gestione aeroportuale di Napoli-Capodichino e Sigonella, Algese2 si afferma come uno dei maggiori contractor delle forze armate statunitensi in Italia. Nel triennio 2004-2006 il consorzio aveva già ottenuto dal Fleet and Industrial Supply Center commesse per 18.412.208 dollari. Ad esse vanno poi aggiunti i 15 contratti per complessivi 118.942.608 dollari sottoscritti dal principale socio-azionista di Algese2, l’Alisud Spa di Napoli, con diverse agenzie del Pentagono nel periodo compreso tra il 2000 e il 2009. La società napoletana che ha pure in gestione l’handling degli scali di Venezia, Bologna, Catania-Fontanarossa e Palermo, opera ininterrottamente dal 1972 nel terminal militare di NSA Napoli, e dal 1976 a Sigonella. La presenza in Sicilia si è interrotta per un breve periodo nel maggio 1997, quando i servizi della base militare furono affidati ad una joint-venture italo-statunitense composta da Pae, Aviation Management e Climega, he presentò un’offerta di gara con un ribasso del 42%. ubito dopo il loro arrivo, queste tre società presentarono un pesantissimo “piano di ristrutturazione” che prevedeva tagli occupazionali e salariali per il personale, con un ulteriore peggioramento delle condizioni di lavoro e dell’agibilità sindacale. lavoratori di Sigonella diedero però vita ad una mobilitazione senza precedenti nella storia delle basi USA in Europa, effettuando sino ad oltre 4.000 ore di scioperi, blocchi stradali e un digiuno durato 46 giorni, subendo pure le cariche delle forze dell’ordine. La straordinaria stagione di lotta dei lavoratori, nota con il nome di “Popolo dei cancelli”, fu documentata dal cineasta britannico Ken Loach.

Con il ri-affidamento nel novembre 2002 del contratto ad Algese2, non si registrò tuttavia alcun cambiamento di rotta nelle politiche aziendali. Il 10 maggio 2004, nel corso di un seminario di studio sul ruolo strategico della base siciliana e sulla penetrazione mafiosa nella gestione di subappalti di costruzione e servizi al suo interno, alcuni lavoratori denunciarono che il “biglietto da visita” del consorzio vedeva l’imposizione di una piattaforma aziendale “finalizzata al contenimento ed alla compressione salariale”, con conseguente “precarizzazione del rapporto di lavoro e l’intensificarsi dello sfruttamento.  Da allora in poi le cose sono ulteriormente peggiorate e per i lavoratori “non c’è stato più scampo”, dichiarano oggi i rappresentanti locali della Cub Trasporti. “Non solo rispetto al loro precedente “status” i lavoratori di Sigonella non recupereranno mai nulla, ma dal 2002 al 2010 perderanno ancora altri livelli e perciò altri soldi, perderanno gratifiche, diritti e speranze. Perderanno posti di lavoro e perfino il rispetto di sé”.

Non è certamente migliore l’aria che si respira tra i dipendenti civili italiani e statunitensi direttamente impiegati dalla marina militare USA. Il 15 ottobre è stato completato il processo di ridimensionamento numerico del personale delle basi di Napoli e Sigonella. “Di conseguenza sono state eliminate 44 posizioni americane, 39 dipendenti locali sono stati oggetto di cessazione non volontaria del rapporto di lavoro e 52 dipendenti locali sono stati ricollocati in posizioni create a seguito di dimissioni volontarie e congelamento delle assunzioni”, scrive il Contrammiraglio Tony Gaiani, Commander, Navy Region Europe, Africa, Southwest Asia. L’US Navy ha pure sospeso temporaneamente le assunzioni durante il processo di adeguamento del personale al fine di minimizzare le possibili perdite di posti di lavoro. Inoltre, la Navy ha garantito incentivi all’esodo per 24 impiegati che occupavano posizioni o in eccesso o successivamente utilizzate per ricollocamenti”. Le funzioni strategiche delle basi USA in Italia sono destinate a crescere ulteriormente, nuovi scenari di guerra si aprono in Africa ed Asia e vengono schierati nuovi reparti d’élite a Vicenza e ulteriori sofisticati sistemi d’arma in Sicilia (i Global Hawk a Sigonella e il MUOS a Niscemi), ma l’occupazione italiana è destinata progressivamente a scemare.

 

di Antonio Mazzeo

Continua l’inchiesta sul ritiro da Mineo da parte dell’esercito americano.  Ringraziamo ancora una volta Antonio Mazzeo per il suo fondamentale contributo.

Ancora qualche mese e la marina militare statunitense abbandonerà definitivamente il “Residence degli aranci” di Mineo (Catania), il complesso di 25 ettari e 404 villette occupato dal personale in forza alla base di Sigonella da circa dieci anni. «È una struttura sovradimensionata per le nostre reali necessità abitative ed è pure prevista per il futuro la riduzione del numero dei militari e dei loro familiari a Sigonella», spiegano al Comando di quella che è la principale base aeronavale USA in tutto il Mediterraneo. Una giustificazione che non convince per nulla gli esponenti della Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella, che ipotizzano invece ben altri e più preoccupanti scenari. li unici tagli ufficiali sono quelli relativi al personale civile statunitense e italiano che opera all’interno dell’infrastruttura militare. E si tratta comunque di numeri irrilevanti, appena 44 unità per gli americani», dichiara il portavoce della Campagna, Alfonso Di Stefano. «Siamo invece di fronte ad un’inarrestabile espansione delle funzioni strategiche ed operative di Sigonella e delle altre basi USA in Sicilia che inevitabilmente darà nuovo impulso alla crescita del numero dei militari. Dalla lettura delle schede allegate al piano finanziario 2007 dei Military Construction and Family Housing Programs, emerge che entro la fine del 2012 il personale dell’US Navy raggiungerà a Sigonella le 4.327 unità, contro le 4.097 esistenti il 30 settembre 2005. C’è poi da aggiungere il centinaio di operatori, tra militari dell’US Air Force e tecnici della società contractor, giunti in Sicilia per il funzionamento dei Global Hawk, gli aerei senza pilota destinati alle operazioni di guerra in Africa e Medio oriente. Il ministro della difesa La Russa ha invece annunciato che per l’attivazione della nuova supercentrale di spionaggio AGS della NATO, giungeranno entro due anni a Sigonella “800 uomini con le rispettive famiglie”».

I conti non tornano, dunque. Sigonella crescerà ancora di più e così, prevedibilmente, crescerà il bisogno di alloggi. In realtà il ritiro annunciato da Mineo appare più una fuga verso lidi migliori, verso aree più gradevoli dal punto di vista paesaggistico e naturale e meno distanti dallo scalo aeroportuale.  Riparte così nelle province di Catania e Siracusa la corsa all’oro americano, con amministratori locali, imprenditori e consorterie lobbistiche a farsi la guerra per convincere l’US Navy ad insediare villaggi e residence a “casa loro”. Secondo quanto emerso tre anni fa, più di una decina di progetti sarebbero stati approvati dai consigli comunali di Belpasso, Mascalcia, Motta Sant’Anastasia, Lentini, Ramacca, ecc. per insediare complessi “chiusi ad uso collettivo” per i militari di Sigonella. «i tratta spesso di mere operazioni speculative che sottraggono pregevoli aree agricole alle loro funzioni produttive e occupazionali», spiegano gli attivisti della Campagna per la smilitarizzazione. «er gli amministratori l’importante è non farsi trovare impreparati quando uscirà il “bando” per gli alloggi da dare in leasing ai militari della grande base a stelle e strisce. L’iter è sempre lo stesso: una società privata fa la proposta al Comune per cambiare la destinazione d’uso dei terreni; il Consiglio vota la variante in tempi record; l’Assessorato regionale approva in via definitiva. Dietro il paravento dei residence per i militari si creano vere e proprie corsie preferenziali che bypassano piani regolatori e legittimano improponibili cubature. Male che va nuovi e vecchi cavalieri si ritroveranno in mano fondi ed immobili che hanno quintuplicato il loro valore senza sforzo alcuno».

 

In pole position nella gara per accaparrarsi dollari e affitti c’è sicuramente Motta Sant’Anastasia, comune di 11mila abitanti ai piedi dell’Etna. «Da anni siamo in ottimi rapporti con i vertici di US Navy», commentava qualche tempo fa l’allora sindaco Nino Santagati. «A Motta vivon

o già 750 americani, perfettamente integrati con i nostri concittadini. Tanto è vero che da tempo abbiamo identificato non una, ma cinque aree dove potrà sorgere il nuovo villaggio per Sigonella». Nel 1999, in meno di un  mese, il consiglio comunale ha approvato tre progetti di variante, destinando le aree agricole a “residenze temporanee” per i militari. Complessivamente è stata offerta all’US Navy una superficie di 329.063 metri quadri, con «una densità territoriale di 85 abitante per ettaro e una dotazione di 100 metri cubi pro-capite» che, conti alla mano, fa 2.805 possibili residenti e 280.500 metri cubi di cemento. Alla Regione nessuno ha avuto nulla da ridire, anzi, tutte e tre le varianti sono state particolarmente apprezzate perché – come si legge nei decreti di approvazione (anno 2001) – «la vicinanza del territorio comunale di Motta Sant’Anastasia a Sigonella attribuisce allo stesso una spiccata attitudine ad accogliere strutture organizzate e servizi da destinare al personale della base».

Il primo dei progetti è stato avanzato dalla Società Holding Investment e riguarda un’area di 16,4 ettari di contrada Policara, in prossimità del torrente San Nicola. Il secondo, su richiesta della ditta Scuderi Giovanni, interessa 4,7 ettari di contrada Mustazzo. Il terzo progetto, 11,8 ettari in contrada Ramusa, vede la firma dell’impresa di costruzioni La.Ra. di Motta Sant’Anastasia, società posta sotto amministrazione controllata nel dicembre 1997 dal Tribunale di Catania e definitivamente confiscata nell’ottobre 2000 perché appartenuta a personaggi legati al clan diBenedetto “Nitto” Santapaola, ras mafioso della Sicilia orientale. Negli anni ’90 la La.Ra. ha operato in regime semi-monopolista nella prestazione e gestione di numerosi servizi all’interno della base di Sigonella. I contratti del Dipartimento della difesa sono arrivati anche dopo la tempesta giudiziaria e nel periodo compreso tra il 2002 e il 2008 la La.Ra. ha ricevuto da Washington 6 milioni e 355mila dollari per l’esecuzione di opere, studi geotecnici, servizi di manutenzione e riparazione, ecc.. Lo scorso anno il gran botto: con la Gemmo Spa di Vicenza e la Del-Jec Inc., uno dei colossi del complesso militare industriale e nucleare statunitense, la La.Ra. ha dato vita al consorzio “Team Bos Sigonella” che si è aggiudicato una commessa di 16 milioni di dollari e l’opzione sino a 96 milioni in caso di proroga del contratto) per il «trasporto di armamenti, materiali ed attrezzature necessarie» e la «gestione dei servizi ambientali, il controllo delle sostanze nocive, la raccolta e il riciclaggio dei rifiuti» nelle basi di Sigonella, Augusta, Niscemi e Marza-Pachino. Dalla visura catastale, risultano alla guida della società di Motta, l’avvocato Teodoro Perna e il commercialista Giuseppe Giuffrida, amministratori giudiziari e/o liquidatori di altre società appartenute a imprenditori in odor di mafia operanti a Sigonella (Beton Conter, Bosco Etneo, Impredil, La Mastra Carmelo). I due professionisti sono stati pure amministratori giudiziari dei beni e delle aziende confiscate alla famiglia Riela di Misterbianco, per anni leader incontrastata nella gestione dei trasporti e della logistica in Sicilia.

Il programma più ambizioso d’insediamento di un villaggio per l’US Navy è tuttavia quello approvato a Lentini nell’aprile 2006 dall’allora giunta di centrosinistra. Esso prevede «mille casette a schiera unifamiliari con annesso verde privato e parcheggi, un residence per la sistemazione temporanea per i militari in attesa dell’alloggio definitivo, attrezzature per l’istruzione, lo svago e il terziario, impianti sportivi»al posto dei floridi agrumeti delle contrade Xirumi, Cappellina e Tirirò, nelle vicinanze del Biviere di Lentini, Sito di Interesse Comunitario (SIC) Zona di Protezione Speciale (ZPS) della Provincia Regionale di Siracusa. tando al progetto, in un’area complessiva di 91,49 ettari dovrebbero sorgere costruzioni per un volume di 670.000 metri cubi, capaci di ospitare sino a 6.800 cittadini statunitensi. A presentare il piano ci ha pensato stavolta la Scirumi Srl, società con sede a Catania in via XX Settembre 42 presso lo studio del professore Gaetano Siciliano, presidente onorario della Fondazione Dottori Commercialisti Sicilia, già presidente dell’ordine dei commercialisti e del collegio dei revisori dei conti del Comune di Catania. Anche Siciliano ha ricoperto la carica di amministratore del Riela Group di Misterbianco, solo che nel 2003 dovette rinunciare al mandato perché raggiunto da condanna in primo grado per peculato. Si era auto-liquidato un compenso di 381mila euro come amministratore dell’azienda.

Principale azionista della Scirumi Srl è l’Impresa Costruzioni Maltauro di Vicenza, ltra grande contractor delle forze armate USA in Italia. La Maltauro, in particolare, ha realizzato un centro d’intrattenimento per il personale militare e diversi uffici amministrativi nella Caserma Ederle di Vicenza. Nella base aerea di Aviano (Pordenone), la società ha realizzato un complesso ricreativo ed alcuni edifici per l’US Air Force; inoltre ha ristrutturato tre aree destinate a parcheggio, ricovero ed officine dei cacciabombardieri F-16 a capacità nucleare.

Tra i soci della società Scirumi per il residence di Lentini compare inoltre la Cappellina Srl, società nella titolarità della famiglia di Mario Ciancio Sanfilippo, l’onnipotente editore-imprenditore di Catania, già alla guida della Fieg, ( la Federazione degli editori di testate giornalistiche), proprietario del quotidiano La Sicilia ed azionista degli altri quotidiani e di buona parte delle emittenti radiotelevisive che operano nell’isola. A lui erano intestati una parte dei terreni venduti alla Scirumi per complessivi 10 miliardi e 800 milioni di vecchie lire. Una parte, perché gli altri fondi appartenevano alla Sater Società Agricola Turistica Etna Riviera, anch’essa nella disponibilità di Mario Ciancio, della moglie Valeria Guarnaccia e dei figli Domenico e Rosa Emanuela.

La Sater condivide la stessa sede della Cappellina (via Pietro dell’Ova 51, Catania) e finanche l’amministratore, l’anziano avvocato Francesco Garozzo, presente in altre operazioni finanziarie del gruppo Ciancio. Uno dei figli del legale, Carmelo Garozzo, è membro del Cda della Scirumi; altro Garozzo, l’ingegnere Rosario (già direttore generale del Comune di Adrano) è invece uno dei progettisti del complesso destinato ai militari di Sigonella. Gli altri due progettisti sono invece Antonio Leonardi, dirigente A.U.S.L. 3 di Catania e presidente dell’Associazione Nazionale Ingegneri della Sicurezza e l’architetto Matteo Zapparrata, già capodipartimento della Provincia regionale di Catania (settore programmazione opere pubbliche ed urbanistiche) con i presidenti Musumeci, Lombardo e Castiglione e Commissario straordinario del Consorzio per le Autostrade Siciliane dal 2008 all’agosto 2010.

A rendere alle forze armate USA particolarmente gradita l’ipotesi Lentini, la facile accessibilità dell’area alle strade statali 417 Catania-Gela e 385 Catania-Caltagirone, la vicinanza alla base di Sigonella (12 km) e soprattutto lo straordinario scenario naturale del luogo. Il Comune di Lentini in sede di approvazione della variante al Prg ha inoltre prescritto che in sede di convenzione tra il Governo USA e la società proponente vengano realizzate «opere che rendano facilmente fruibile» l lago di Lentini. Ovvia previsione un’altra colata di cemento, con complessi alberghieri, campi da golf e porticcioli ad uso semi-esclusivo delle forze armate USA.

«Tutta l’operazione “Scirumi” è stata viziata dall’inizio da una serie di errori, di violazioni e di omissioni che duramente configgono con la moralità, la trasparenza e le leggi», hanno denunciato il Centro Studi Territoriali Ddisa, I Verdi di Lentini e la Redazione di Girodivite.it che a livello locale hanno tentato di opporsi al progetto. «L’insediamento deturperebbe irrimediabilmente il contesto paesaggistico e colpirebbe una delle attività produttive locali più redditizie, la produzione di agrumi. La zona di Xirumi, Cappellina e Tirirò è pure interessata da almeno due aree archeologiche, una delle quali ricade proprio all’interno della cinta del complesso in questione. L’altra area, di cui nessuno ha fatto menzione nell’iter progettuale, è di particolare importanza storica e culturale. Si tratta del vasto insediamento rupestre sul colle di San Basilio che domina il vasto paesaggio che si vorrebbe convertito a residence e villette». Con l’esodo USA da Mineo si riaprono i giochi per gli speculatori e gli instancabili divoratori del territorio.

 

di Antonio Mazzeo

Spuntano come i funghi nel vicentino i centri e le infrastrutture logistiche dell’esercito USA. Mentre nell’ex aeroporto Dal Molin procedono i lavori ad altissimo impatto ambientale per realizzare la grande base operativa della 173^ Brigata aviotrasportata, il reparto d’élite impiegato negli scacchieri di guerra mediorientali, ingegneri e tecnici del genio militare statunitense lavorano a decine di cantieri della provincia. Qualche giorno fa sono state consegnate due nuove facilities costate più di 60 milioni di dollari, un complesso ospedaliero avanzato all’interno della base di Camp Ederle e un centro di assistenza all’infanzia nel cosiddetto “Villaggio della Pace”, il residence-bunker che ospita una parte dei militari USA di Vicenza.

L’Enhanced Health Service Center è stato realizzato in una superficie di 14.170 metri quadri accanto al campo di calcio di Ederle ed accoglie presidi medici, studi dentistici, un centro maternità, numerosi uffici e ambulatori. Nel complesso lavorerà un’equipe medica di oltre 200 persone. “Si tratta del più grande progetto di costruzione in Europa di un centro sanitario USA negli ultimi 30 anni”, ha dichiarato il responsabile dell’USAG Vicenza Health Center, il colonnello Lorraine T. Breen. “Il presidio, costato 47,5 milioni di dollari, amplierà i campi d’assistenza per i militari e i familiari”, aggiunge Breen, avvertendo però che gli statunitensi “continueranno ad utilizzare l’ospedale San Bortolo dell’Azienda Sanitaria Ulss 6 di Vicenza per altri più importanti interventi sanitari”. Il nuovo centro di salute dell’US Army è stato progettato dagli studi R.L.F. della Florida e Nesco International di Roma, e realizzato da una joint venture composta dall’azienda tedesca Bilfinger Berger e da Pizzarotti Parma, una delle società di costruzioni che compongono il ristrettissimo circolo dei contractor di fiducia delle forze armate USA in Italia.

Il nuovo Child Development Center del “Villaggio della Pace” potrà accogliere sino a 348 bambini “per programmi a tempo pieno o part-time”. Costato 13,1 milioni di dollari, sorge accanto al polo scolastico di recente realizzazione (1.200 gli alunni che lo frequentano), ed è dotato di confortevoli aule, palestre, sale-gioco. Il centro di assistenza all’infanzia è stato realizzato dalla CMC – Cooperativa Muratori e Cementisti di Ravenna, la stessa che con il CCC – Consorzio Cooperativo Costruzioni di Bologna sta eseguendo i lavori al Dal Molin.

Le due infrastrutture realizzate e consegnate all’US Army fanno parte di un pacchetto di opere progettate dal Dipartimento della Difesa USA per fare di Vicenza, secondo quanto enfaticamente annunciato, la “capitale dell’esercito statunitense di stanza in Sud Europa” e “modello per tutti gli altri presidi militari del Comando USA nel vecchio continente con le facilities meglio mantenute, i servizi di più alta qualità, l’ambiente più sicuro e la più efficiente organizzazione”. L’obiettivo è quello di assicurare tutti i requisiti per ospitare nel modo migliore a Vicenza 4.200 soldati USA entro il 2015, più ovviamente i rispettivi familiari a carico. Un piano ambizioso per cui sono stati investiti 465 milioni di dollari, 289 milioni dei quali destinati all’ex aeroporto Dal Molin per la costruzione di caserme-alloggio per 2.000 militari, magazzini, spazi operativi, officine di manutenzione velivoli, uffici e centri comando, centri sportivi, ecc..

Tra i progetti più rilevanti già completati a Camp Ederle spiccano due caserme-alloggio per circa 300 militari del 173d Airborne Brigade Combat Team (lavori per 25 milioni di dollari appaltati alla Pizzarotti Parma), un Centro sanitario neonatale (costo 3,2 milioni di dollari e realizzato dall’Impresa Costruzioni Andriolo Srl di Vicenza), un Kinder Garten (ancora Andriolo Srl), un’arena per spettacoli e attività ludiche con centro bowling, fast food, ristorante e piccolo casinò (Maltauro Costruzioni di Vicenza), e l’Ederle Inn, l’hotel riservato agli ufficiali statunitensi con 58 suite familiari, lavanderia, ampi magazzini e parcheggio, sale conferenze, breakfast room e finanche “alcune stanze per i cani mascotte al piano terra”. Attualmente sono in via di completamento a Camp Ederle l’ammodernamento ed ampliamento del fitness center e la realizzazione di una nuova piscina hi-tech con copertura vetrata in parte retraibile (costo complessivo dei due progetti 4,3 milioni di dollari).

A fine 2007 è stato portato a termine invece il cosiddetto “Vicenza Installation Information Infrastructure Modernization Program (I3MP)”, il programma di ammodernamento delle infrastrutture di telecomunicazione del 509th Signal Battalion dell’US Army. Avviato nell’aprile 2002, esso è servito a potenziare la rete a fibre ottiche e ad alta velocità che collega tra loro i centri operativi di Camp Ederle, il “Villaggio della Pace”, i depositi e magazzini di stoccaggio dell’Us Amy di Lerino (frazione del comune di Torri di Quartesolo) e Longare (i lavori sono stati eseguiti dalla tedesca Siemens e da subappaltatori locali).

Secondo fonti del MILCON, il Corpo del Genio della Marina USA che sovrintende alla realizzazione delle opere, nel solo biennio 2008-2009 sono stati finanziati più di un centinaio di piccoli progetti di “costruzione”, “manutenzione” e “ammodernamento” nelle basi militari del vicentino, per un valore complessivo di 37 milioni di dollari. Tra i più importanti, un nuovo impianto sportivo multifunzionale, una “strada di 350 metri e marciapiedi di collegamento con Via Aldo Moro”, un’area di parcheggio per i velivoli militari USA in fase di manutenzione, un “centro di simulazione”, la trasformazione del ristorante della catena Subway (Club Veneto) in un centro ricreativo “con 24 postazioni internet e un’area di gioco per bambini” il potenziamento del centro anti-incendi del “Villaggio della Pace”, la ristrutturazione a Camp Ederle degli uffici amministrativi, di una caserma, della sala mensa e degli impianti di trattamento e distribuzione acque, la costruzione di un padiglione a Hoekstra Field, l’installazione di apparecchiature per il risparmio energetico, di pannelli fotovoltaici e di un megageneratore elettrico di 2 milioni di dollari. In previsione c’è pure il rifacimento dell’acquedotto e del sistema fognario dell’area residenziale del “Villaggio della Pace” (2,5 milioni di dollari).

Top secret le finalità dei lavori avviati nel 2007 nella base di Longare, l’ex “Pluto Site” utilizzato per l’immagazzinamento di mine e testate nucleari per i missili a corto raggio dell’US Army. Nelle profonde gallerie della base sarebbero stati ammodernati e riattivati i depositi di stoccaggio armi, munizioni e attrezzature della 173^ Brigata Aviotrasportata e dei reparti che saranno utilizzati in ambito AFRICOM, il Comando USA per le operazioni nel continente africano di recente costituzione. Secondo il MILCON, 350.000 dollari del budget 2008 sono stati spesi per “allargare, allungare e riparare le strade, i marciapiedi e i sentieri di Longare, e per installare nuove fognature, linee elettriche e impianti d’illuminazione”. Dal dicembre 2008 l’Unità statunitense della Riserva di stanza a Longare è stata posta agli ordini del 7°Civil Support Command dell’US Army con base in Germania, l’unico presente fuori dagli Stati Uniti d’America, responsabile della gestione degli “affari civili” delle forze terrestri USA in Europa. Alla vigilia dell’attivazione del Civil Support Team di Longare, i militari ad esso assegnati hanno condotto una controversa esercitazione di 76 giorni nel poligono di Fort Leonard Wood (Missouri) simulando “uno scenario realistico di guerra chimica con l’uso di gas nervini”. Successivamente il CVT di Longare ha avviato “corsi basici” per i residenti USA di Vicenza sulle armi nucleari, chimiche e batteriologice e “sull’equipaggiamento personale di protezione”.