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di Stefano Reggiani

 

Ho sempre pensato che le pepite d’oro si potessero trovare solo sul fondale dei fiumi nel vecchio West. O per lo meno, questo è ciò che ho appreso dalla filmografia americana. Di solito la cultura pop difficilmente sbaglia. E invece questa volta ha toppato, di grosso. Le pepite negli anni ’10 nascono nella mente dei pubblicitari.

Vi parlerò da profano della tecnologia, da quello che conosce il computer abbastanza bene per necessità, ma se può, non lo invita di certo a cena. Per la Regione Emilia Romagna, io abito a Reggio Emilia, era stata prevista la copertura per il digitale terrestre per la settimana del 20 di ottobre, giorno più, giorno meno. E questo è uno di quegli avvenimenti che non mi scuote più di tanto. Ho sentito comunque qua e là qualche parere che oserei definire “tecnico”. Naturalmente la versione che poi si rivelerà più saggia sarà quella dell’addetto tv del negozietto dietro casa, quello che col dito puntato ti dirà, alla fine di un discorso demitiano, “ricordati di queste parole, fra un mese tornerai qui e mi dovrai dare ragione”. Sono uscito dal negozio con l’attestato di un corso accelerato di tv via cavo.

Al centro commerciale ci sono le tv in offerta. E’ un’offerta che dura solo per due giorni, sabato 15 e domenica 16 ottobre. “Correte perché la prossima settimana entriamo nell’era del digitale terrestre”. E’ questo il motto che ti trivella la testa durante la notte. Noi ne dobbiamo acquistare due, di sabato mattina.

Apro gli occhi e la prima emozione che provo è l’angoscia. Sono andato a letto alle 3 e la mia sveglia mentale è suonata alle 7.55. Siamo sotto la media di sonno rilevata dall’UCLA. Ma non posso farci caso, stamattina devo comprare due televisori, non per me fra l’altro, per la mia ragazza. Io sono stato chiamato in causa in quanto “esperto” nel settore. Ho gli occhi gonfi come un canotto e le tempie che pulsano del sonno mancato. Entro 20 minuti passa la mia ragazza a prendermi e non posso tardare, ogni ritardo può essere letale. Entro in macchina, lei è carica come una molla, io come una batteria della fotocamera dopo un video di 3 ore. Dopo la colazione di rito al bar siamo davanti al centro commerciale. Sono le 8.50. Le porte aprono alle 9.00. Il parcheggio è già pieno per metà e mentre il marito parcheggia la moglie apre la portiera in corsa per non perdere tempo. E’ la corsa all’oro stile Klondike. La fase successiva è l’accaparramento del carrello perché il televisore 40 pollici in offerta non lo puoi portare a mano.  C’è comunque chi pensa di poterlo trasportare a mano per recuperare tempo sul fatto che il carrello sia d’impiccio. Questa sì che è gente intellettualmente sopra la media. Siamo nel codone all’entrata. I più pericolosi da cui guardarsi sono gli anziani, cercano sempre di sopravanzarti nella fila. Sono le 8.57. La gente inizia a battere i piedi e forse i pugni in petto in qualche caso. Un ragazzo della mia età esclama: “Siamo tutti figli del consumismo”. Io gli ho detto: “No guarda mio padre si chiama Leo”. Per la tensione non ha riso nessuno alla battuta. Si aprono le porte e inizia il caos. L’unica cosa a cui penso e quella di portare a casa la pelle. Uno schiacciamento da carrello mi provocherebbe l’implosione delle viscere. Si potrebbe girare uno splatter. L’unico metodo di locomozione è la corsa col carrello. Chi è senza è quindi avvantaggiato. All’entrata del reparto elettrodomestici e tecnologia c’è la pila delle tv in offerta. Dopo qualche secondo la folla si divora la montagna. Noi siamo rimasti a bocca asciutta. “Dovevamo arrivare prima!!!” mi rimprovera la mia ragazza. “Io avrei messo le tende qui ieri sera” rispondo io. Dopo qualche secondo passa un addetto alle vendite. Lo fermo. Gli chiedo se si possono avere quei due televisori in offerta. Lui mi risponde affermativamente e me li porta. La mia ragazza mi dice che sono un genio. Mentre gli altri si azzuffano noi chiediamo all’addetto. Non mi sembra un ragionamento geniale. Adesso viene il bello. C’è da prendere il numero per il pagamento. Ci rimettiamo in fila, questa volta apparentemente ordinata. Dal fondo scatta avanti un tipo alto con la barba rossa che sorpassa il codone e si mette davanti al banco per il pagamento. La persona davanti a me esclama: “Uè barbetta rossa la fila inizia dai libri lì in fondo, e capì?”. Il capitan Barbarossa, con la coda fra le gambe mestamente se ne torna nelle retrovie. Arriva il nostro turno. La mia ragazza chiede all’addetta se si possono effettuare pagamenti con assegno. Lei risponde che prima devono essere vidimati. E io le dico: “Ma da chi? Dar magno notaro?”. Io di notai conosco solo Pocaterra, quello che se ne sta perennemente in tv. Quindi vai col bancomat. Abbiamo le nostre tv. Sono le 9.40. Finisce qui lo smantellamento neurale da corsa al digitale.

Ritorno a casa, in bocca ho il sapore della vittoria da consumismo. Accendo il computer, vado su internet. “Il digitale terrestre in Emilia Romagna viene prorogato a fine novembre”. I pubblicitari mi hanno fatto credere che quell’offerta fosse l’ultima spiaggia mentre il tecnico del negozietto ci aveva azzeccato in pieno. Ho deciso di fumarmi un bel tubo catodico.

Troviamo sul  blog http://www.altrenotizie.org un interessantissimo articolo che riportiamo integralmente, augurandoci che possa sviluppare un dibattito.

La tv del dolore

di Rosa Ana De Santis La morte di Sarah Scazzi viene annunciata su RaiTre, durante la diretta di “Chi l’ha visto”. La giornalista conduttrice, Federica Sciarelli, chiede alla madre di Sarah se interrompere la trasmissione o andare avanti. Ma le telecamere rimangono accese, la madre di Sarah non muove un muscolo del viso e, all’apparenza imperturbabile, si dice pronta a sapere tutta la verità. Federica Sciarelli ha fatto il suo lavoro e l’ha fatto con una sensibilità che altri non avrebbero avuto. Sarebbero gradite invece le spiegazioni dei carabinieri, che scusano l’inconveniente di non averla avvisata prima e in via privata, per colpa – dicono – del cellulare staccato. La cronaca di un orrore privato diventa spettacolo pubblico e l’indignazione si fa corale per questa invasione della tv e dello share che azzera ogni traccia d’intimità e che trasforma persino il corpo di una ragazzina, strangolata e violentata dallo zio, in un’attrazione televisiva. Non è il primo caso. E’ stato così con Novi Ligure, con Cogne, con Erba. Il resoconto dei particolari si trasforma in tv nel culto della ricostruzione, nella morbosità dei ritratti dei protagonisti e nell’analisi del male che banalizzata e raccontata mille volte, o proposta sotto forma di sondaggi, acquista quasi una valenza ludica da intrattenimento.  Ma questo non sembra proprio il caso della trasmissione della Sciarelli. Un conto sono i plastici di Bruno Vespa, le puntate che alternano le ricette e la cosmesi agli omicidi efferati e il tavolone degli ospiti sui casi più brutali della cronaca nera. Lo spettacolo che non chiede permessi, che fa ipotesi e che permette arene di opinioni di cantanti e vallette (come accade nello spazio di Giletti a “Domenica in”, per fare un altro esempio) sui fatti di sangue più brutali della cronaca italiana. Un conto è una trasmissione che da anni aiuta gli inquirenti a cercare gli scomparsi, che ha dato scoop a numerose indagini ( pensiamo al caso di Emauela Orlandi) e ha impedito spesso che i faldoni delle indagini muffissero senza verità. Il dovere di cronaca è per necessità brutale, ma non per questo immorale. L’immoralità è vincolata a due criteri: l’assenso dei protagonisti e la finalità dell’informazione. Può essere immorale la ricostruzione di un fatto se non serve a svelare nulla, né a dare contributi di analisi, ma solo a solleticare le fantasie macabre del pubblico a casa. Le condizioni dei cadaveri non servono a niente. Quanto sangue, quanti schizzi o, peggio, le domande idiote ai familiari tipo: “Come si sente?” La storia di Sarah ha piuttosto amplificato un altro fenomeno che ormai imperversa sulla nostra televisione e che non ha a che vedere con la cattiva cronaca. Il piacere dei protagonisti, comuni e anonimi, di portare il loro privato in tv. La drammatizzazione del dolore privato ha come unica finalità quella di apparire sul piccolo schermo. Il racconto del privato non con il fine di dare una testimonianza, far circolare idee e informazioni, ma di diventare personaggi, di rivedersi in televisione. Magari conserveranno la registrazione nel cassetto vicino a quello dove tengono il filmino e le foto del matrimonio. Un costume indotto da tanti anni di tv berlusconiana e sdoganato ufficialmente con il fenomeno del reality. Vengono in mente le lacrime di C’è posta per te, le mamme urlanti degli spalti di “Amici” o le matrone travestite da critici di fronte ai tronisti. Sconosciuti che conquistano le copertine e che riempiono la tv della loro normalità, assegnandole il compito di dare valore a quello che da solo sembra non averlo più. E’ accaduto, forse, qualcosa di simile nella famiglia di Sarah. Non solo rispetto al giorno dell’omicidio, su cui ci sono ancora tanti dubbi, ma in tutti i mesi precedenti. Nessuno parla in quella casa dello zio che mette gli occhi su Sarah, che la tocca, che la fa arrabbiare. La cugina sembra non parlare a nessuno di quelle confidenze di Sarah, ripetutamente molestata. Silenzio anche da parte del padre e del fratello. In silenzio anche la madre, che solo nei giorni della scomparsa sembra presagire o sapere che la mano che le ha portato via la figlia è dentro le mura di casa. E’ questa contraddizione, tra il prima e il dopo della morte di Sarah, il vero centro della riflessione. La vita di persone comuni, addirittura innamorate del silenzio e ossessionate dalla censura di alcuni argomenti, incapaci di denunciare apertamente l’ombra di un’attenzione violenta e patologica su Sarah, che decidono però di rimanere in tv quando scoprono che Sarah è morta per mano dello zio. L’intenzione non è quella di dare un giudizio sulle persone coinvolte, ma di ricavare – da questa storia –  un’ipotesi di lettura sullo strapotere della tv nella vita delle persone. Viviamo ormai con le telecamere accese sui pruriti, prima che sui fatti. Viviamo in un’alterazione permanente del concetto di realtà e, più pericolosamente, di quello di verità. Da qui, non solo dalle campagne della provincia italiana, vengono i mostri.