Un romanzo che va oltre le logiche commerciali. Un romanzo da leggere, da capire  e da sentire e sullo sfondo la crisi geopolitica tra Occidente ed Oriente.

 

 http://www.youtube-nocookie.com/v/GdXB1Zvd6Ak?fs=1&hl=it_IT

Frontex sbarca a Lampedusa

Pubblicato: 24 febbraio 2011 in Uncategorized
Tag:,

di Antonio Mazzeo

Frontex, l’Agenzia Europea per la Gestione della Cooperazione Operativa alle Frontiere, lancia la sua guerra ai migranti nordafricani nel Canaledi Sicilia. Quattro aerei, due navi e due elicotteri militari messi a disposizione da sei paesi membri opereranno sin dai prossimi giorni per presidiare le coste di Lampedusa. “A seguito di una richiesta formale da parte del ministro degli Interni italiano, ricevuta lo scorso 15 febbraio, Frontex e l’Italia hanno avviato l’operazione congiunta Hermes 2011 che interesserà l’area centrale del Mediterraneo”, recita il comunicato emesso dal quartier generale Frontex di Varsavia. “Originariamente Hermes 2011 era stata programmata per il mese di giugno, ma è stato deciso di anticiparla a febbraio. La missione dovrebbe concludersi il 31 marzo ma potrebbe essere estesa oltre il termine previsto”. Il costo preventivato per le operazioni è di due milioni di euro e sarà interamente coperto dalla Commissione europea.

Un team di pronto intervento dell’agenzia europea è già stato inviato a Lampedusa per operare a fianco delle autorità militari italiane nel “monitoraggio sul campo di quanto accade” e nel “rafforzamento della sorveglianza dei confini esterni dell’Unione europea”. Sempre secondo Frontex, “l’agenzia è attenta alla situaz

Frontex a Lampedusa

ione migratoria di Lampedusa e il monitoraggio viene effettuato in stretto collegamento con il Frontex Operational Office del Pireo, Grecia”.

Sarà comunque l’Italia a guidare Hermes 2011 e a fornire tutte le unità navali e gli equipaggi che pattuglieranno il Canale di Sicilia per “individuare e prevenire l’attraversamento illegale delle frontiere per le isole Pelagie, la Sicilia e la penisola italiana”. Gli aerei e gli elicotteri per “accrescere la sorveglianza delle frontiere e le capacità di ricerca e salvataggio” saranno messi a disposizione da Francia, Germania, Italia, Malta, Spagna e Olanda. È inoltre prevista una “seconda linea” di controllo grazie al trasferimento a Lampedusa di una trentina di super esperti di Frontex nell’“identificazione delle nazionalità di provenienza dei migranti” e delle eventuali “reti dei trafficanti di persone”. Il passo successivo dello staff Ue sarà quello di dare assistenza all’Italia “nell’organizzazione delle attività di rimpatrio verso i Paesi di origine”. Gli esperti Frontex di Lampedusa forniranno – su richiesta dalle autorità italiane – le “analisi dei rischi specifici” relativi ai possibili scenari “sull’accresciuta pressione migratoria nella regione alla luce dei recenti sviluppi politici in nord Africa e sulla possibilità che si apra un ulteriore fronte migratorio nell’area centrale mediterranee” (vedi Libia n.d.a.). Il team d’intelligence sarà composto da 007 provenienti da Austria, Belgio, Francia, Germania, Italia, Malta, Olanda, Portogallo, Romania, Spagna, Svezia e Svizzera, paese quest’ultimo “extracomunitario”.

A Lampedusa sarà pure installato un ufficio mobile di Europol che fornirà il proprio supporto tecnico alla Hermes 2011 Joint Operation. Dall’ottobre 2009, l’agenzia anti-crimine dell’Unione europea è divenuta una dei principali partner di Frontex nel campo della sicurezza e dello screening-migrazioni. Al rafforzamento del dispositivo militare concorrono inoltre un centinaio di militari dell’esercito (trasferiti nell’isola grazie al “decreto d’emergenza immigrati” del presidente del Consiglio dei ministri), due corvette della classe “Minerva” (Chimera e Fenice) con 226 membri d’equipaggio e la nuova nave di “supporto logistico ed elettronico interforze” Elettra. Le unità sono dotate di sofisticati sistemi d’arma: cannoni da 76/62 mm. compatti, lanciamissili “Albatros” a otto celle, lanciasiluri A/S MK 32, lanciarazzi multipli “Barricade” e mitragliere Alenia OtoBreda-Oerlikon KBA 25/80. In posizione più avanzata, di fronte alle coste libiche, opereranno il cacciatorpediniere lanciamissili Mimbelli che terrà i collegamenti elettronici con i Comandi della Marina militare e i cacciabombardieri Eurofighter ed F-16 in “massima allerta operativa” nelle basi di Trapani-Birgi e Gioia del Colle e le unità anfibie San Giorgio e San Marco, con a bordo i marines del Reggimento San Marco e gli incursori del gruppo “Comsubin”.

Imponente anche lo schieramento della Guardia costiera. Secondo quanto annunciato dal comandante Alessandro Nicastro, sono state dirottate a Lampedusa due motovedette classe 800, specializzate nella ricerca e soccorso costiero, e due della classe 300 “realizzate per le emergenze connesse al fenomeno migratorio e dedicate al soccorso in alto mare”. Il dispositivo è integrato dagli aerei Piaggio P-166 ed ATR 42-MP operativi dalla base aeromobili di Catania Fontanarossa. A largo delle isole Pelagie sono inoltre presenti le motovedette classe 2000 e classe 200, impegnate nel pattugliamento costiero e d’altura, e i pattugliatori della classe 900, con un’autonomia di diversi giorni. Complessivamente il personale della Guardia costiera impegnato nell’emergenza-sbarchi è di un centinaio di uomini di equipaggio, una cinquantina a terra e una decina per il supporto aereo. Secondo il quotidiano la Repubblica, il ministero della difesa avrebbe autorizzato lo spostamento in Sicilia di elicotteri dell’Aeronautica e della Marina “da utilizzare in supporto al lavoro delle navi della Guardia costiera e della Guardia di finanza”.

Intanto il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha comunicato che si recherà a Catania lunedì 28 febbraio per incontrare il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, e alcuni sindaci siciliani per illustrare il piano di utilizzo del Residence degli Aranci di Mineo (proprietà della società di costruzioni Pizzarotti Parma) come “sede temporanea” dei richiedenti asilo politico. Secondo quanto anticipato dal sindaco del piccolo comune etneo, Giuseppe Castania, di ritorno da un incontro al Viminale, nella struttura saranno trasferiti “un massimo di 2.000 rifugiati, sopratutto famiglie con donne e bambini”. I richiedenti asilo “rimarranno all’interno del villaggio per sei mesi; trascorso questo tempo sarà lo stesso governo e le organizzazioni umanitarie ad adoperarsi per trovare un lavoro in Italia ed in Europa”. La conversione dell’ex villaggio dei militari USA di Sigonella a centro semi-detentivo per rifugiati sarà formalizzata con un contratto a tempo indeterminato tra il ministero degli Interni e la Pizzarotti S.p.A..

di Antonio Mazzeo

DRS Technologies, azienda con sede negli Stati Uniti d’America interamente controllata dalla holding italiana Finmeccanica, si è aggiudicata un contratto del valore di 23 milioni e mezzo di dollari per la fornitura dei servizi di supporto informatico della base aerea di Bagram, la principale infrastruttura delle forze armate USA nel nord Afghanistan.

Il nostro personale assisterà il personale della base nel conseguimento della piena operatività dei sistemi di Comando, Controllo, Comunicazioni e Computer Information (C4I) utilizzati dalle forze USA e della coalizione alleata, dentro e fuori il campo di battaglia”, spiegano in un comunicato i manager di DRS Technologies. “I C4I esistenti saranno forniti di un programma di supporto delle reti di comunicazione e informatiche per la pianificazione, gestione ed integrazione delle operazioni congiunte nell’area afgana. Con questo nuovo contratto, DRS continuerà a fornire la tecnologia d’intelligence indispensabile per le operazioni delle forze armate statunitensi nell’Asia sud-occidentale. Un lavoro svolto da anni per il Joint NETOPS Control Center in Iraq e che adesso si trasferisce senza soluzione di continuità al Joint NETOPS Control Center afgano”.

Per i non addetti ai lavori, il Joint NETOPS Control Center è il network di comando e controllo dove viene definito ed elaborato il “quadro delle operazioni” e dove il comandante dell’US Strategic Command, congiuntamente al Dipartimento della difesa e alle altre strutture militari USA è impegnato a gestire e difendere la Rete Globale d’Intelligence che assicura la superiorità informativa degli Stati Uniti”. Un elemento strategico di primo livello, dunque, per la proliferazione delle guerre globali e permanenti del XXI secolo.

Bagram, ad una decina di chilometri dalla città di Charikar (provincia di Parwan), è oggi un’inesauribile macchina da guerra e, secondo alcuni congressisti USA, è la candidata più autorevole per essere trasformata nella maggiore delle basi operative che le forze armate degli Stati Uniti insedieranno in Afghanistan prima del loro parziale “ritiro” dal paese.

Lo scalo aereo è sede della 101^ divisione aviotrasportata dell’US Army e del 455th Air Expeditionary Wing dell’US Air Force che opera in missioni di combattimento, trasporto e rifornimento aereo, intelligence, sorveglianza e riconoscimento. Nella base operano pure gli uomini della 3rd Combat Aviation Brigade (Task Force Falcon), del neo-costituito 955th AES Air Expeditionary Squadron e di altri reparti dell’esercito, della marina, dell’aeronautica, dei Marine Corps e della Guardacoste USA e dei paesi partner della forza militare “ISAF” (International Security Assistance Force) NATO. Top secret il numero del personale dislocato a Bagram anche se i periodici statunitensi riferiscono di circa 20.000 unità tra militari, civili e contractor.

Sono invece più di 60 i velivoli assegnati in modo permanente: si tratta degli aerei cargo Boeing 747, C-130 “Hercules”, C-5 “Galaxi” e C-17 “Globemaster III”, degli elicotteri multiruolo “Blackhawk”, dei cacciabombardieri F-15 “Eagle” ed F-16 “Falcon”, degli aerei da attacco al suolo AV-8B “Harrier” e dei famigerati A-10 “Thunderbolt” che hanno utilizzato in diverse occasioni un misto di proiettili incendiari ad alto esplosivo e di proiettili penetranti a uranio impoverito.

A seguito dell’occupazione alleata dell’Afghanistan, a Bagram sono state realizzate multimilionarie infrastrutture: decine di caserme per il personale militare, numerosi edifici per uffici e centri di comando, tre enormi hangar per il ricovero dei mezzi, depositi munizioni, due piste aeree lunghe oltre 3.000 metri, rampe e aree di parcheggio per oltre 130.000 mq, un ospedale con 50 posti letto, centri ricreativi, campi sportivi e gli immancabili ristoranti e fast food. Il budget 2010 delle forze armate USA ha destinato più di 200 milioni di dollari per realizzare nella base strade, fognature, un megaimpianto di potabilizzazione e nuovi alloggi per i militari. Altri 43 milioni di dollari sono stati stanziati dal Congresso con il bilancio 2011: entro due anni saranno realizzati una facility per supportare le operazioni di lancio dei paracadutisti, un hangar per la manutenzione dei caccia F-15 ed A-10, una rampa per l’evacuazione dei velivoli dei reparti sanitari e una nuova stazione anti-incendio.

Bagram viene indicata come una delle infrastrutture militari “più sicure” in Afghanistan, ma la lista degli attentati di cui è stata oggetto è lunga e sanguinosa. Nel 2007, proprio mentre era in corso la visita alla base dell’allora vicepresidente Dick Cheney, un attacco suicida ad uno dei cancelli d’ingresso causò la morte di 23 persone (un militare e un contractor USA, un soldato sud-coreano e 20 operai afgani). Il 4 marzo 2009 fu invece fatta esplodere un’autobomba fuori del perimetro dell’aeroporto che causò la morte di altri tre lavoratori afgani. Quattordici mesi dopo una dozzina di insorgenti filo-Talibani sferrò un attacco armato contro la base, causando la morte di un contractor e il ferimento di 9 militari statunitensi. Non è tuttavia agli attentati che Bagram deve la sua fama sinistra a livello internazionale. La base è infatti nota come la “Guantanamo afgana” perchè sede del maggiore centro di detenzione USA di “combattenti” o semplici cittadini afgani sospettati di “terrorismo”. Secondo i dati forniti dal Pentagono a Bagram si troverebbero “all’incirca 565” detenuti. Quasi nulla si conosce della loro identità, delle circostanze del loro arresto e delle condizioni di detenzione. Nessuno dei prigionieri ha però avuto accesso all’assistenza legale o a un giudice. Oltre al personale d’intelligence statunitense, solo i rappresentanti della Croce Rosa Internazionale hanno diritto di accesso al centro di detenzione ogni 15 giorni. Nel maggio dello scorso anno, la Croce Rossa ha tuttavia rivelato di essere venuta a conoscenza dell’esistenza di una “seconda prigione dove i detenuti sono tenuti in isolamento e non hanno mai potuto incontrare il nostro personale che invece attende periodicamente gli altri detenuti”.

La Bagram Theater Internment Facility è stata al centro d’innumerevoli denunce per gravi violazioni dei diritti umani, trattamenti disumani e abusi sui prigionieri. Alcuni ex prigionieri in periodi di tempo diversi tra il 2002 e il 2008, intervistati dall’emittente britannica Bbc, hanno riferito di essere stati sottoposti da parte del personale USA a torture, pestaggi, denudamenti, privazione del sonno, minacce di morte. Il New York Times, in un’inchiesta pubblicata il 20 maggio 2005, ha documentato che “prigionieri ritenuti importanti o pericolosi sono stati ammanettati e incatenati ai soffitti e alle porte delle celle, spesso per lunghi periodi”. Torture e violenze fisiche e psicologiche sarebbero state praticate con frequenza durante gli “interrogatori” dagli specialisti del 519th Military Intelligence Battalion e dei riservisti della 377th Military Police Company di stanza a Cincinnati.

Agli abusi all’interno del centro di detenzione di Bagram è stato dedicato il film “Taxi to the Dark Side”, vincitore del Premio Oscar 2008 come migliore documentario. Il film di Alex Gibney descrive la vicenda umana di un ventiduenne taxista afgano, Dilawar, arrestato ingiustamente con l’accusa di essere filo-Al Qaeda e morto nel dicembre 2002 a seguito delle torture ricevute durante gli interrogatori. È invece riuscito a sopravvivere all’ingiusta detenzione Jawed Ahmad, un giornalista della televisione nazionale canadese, che ha poi raccontato di essere stato sottoposto ad oltre 100 interrogatori in meno di un ano (dall’ottobre 2007 al settembre 2008). “Hanno iniziato a torturarmi subito dopo il mio arrivo a Bagram”, ha raccontato Ahmad. “Mi bastonavano duramente e m’impedivano di dormire per giorni. Mi hanno costretto a stare a lungo al gelo. Mi facevano stare a piedi nudi sulla neve per sei ore e poi in isolamento per 18 giorni consecutivi”.

“Queste testimonianze sono in linea con quanto abbiamo avuto modo di documentare a Bagram con le nostre ricerche”, ha dichiarato Rob Freer di Amnesty International. “Gli Stati Uniti continuano però a venir meno all’obbligo internazionale di indagare su tutte le denunce e sottoporre a processo le persone ritenute responsabili di aver autorizzato e commesso violazioni dei diritti umani. Con un comunicato emesso il 24 giugno 2009, Amnesty International ha pure stigmatizzato l’atteggiamento della nuova amministrazione Obama che ha “espresso opposizione a ogni tentativo di esercitare il diritto a una revisione giudiziaria, nei tribunali americani, da parte dei cittadini stranieri detenuti nella base aerea di Bagram”. L’organizzazione non governativa ha infine espresso forti preoccupazioni circa la “presenza di detenuti minorenni nel centro di detenzione, senza accesso a un avvocato o a un tribunale”. Secondo un rapporto del Comitato delle Nazioni Unite per i Diritti del Bambino, gli Stati Uniti d’America avrebbero ammesso di tenere prigionieri oltre 90 minori in Afghanistan, 10 dei quali proprio a Bagram.

È dunque in questo inferno afgano che fornirà propri servizi e proprio personale la società leader di Finmeccanica nel settore dei “prodotti elettronici integrati per la difesa e il supporto alle forze militari”. DRS Technologies, con sede a Parsippany (New Jersey), 10.000 dipendenti e un fatturato nel 2007 di 2.821 milioni di dollari, è una delle principali fornitrici del Pentagono. Quasi l’85% delle sue commesse provengono dalle forze armate USA; si tratta in particolare di forniture di apparecchiature e programmi di comando, controllo, comunicazioni, computer, intelligence e sorveglianza, di sistemi integrati di scoperta e elaborazione dati “AEGIS” per le unità navali, di quelli per la nuova generazione di carri armati “Abrams” e per i caccia F-15 ed F-16. A fine 2008 Finmeccanica ha comunicato che il Dipartimento della difesa ha stanziato a favore di DRS Technologies 531 milioni di dollari per la fornitura di sistemi elettronici e di visione “JV-5” da installare su oltre 40 tipi di veicoli ruotati e cingolati dell’US Army e dei Marines. Nel giugno 2009, l’azienda si è poi aggiudicata un contratto di 43,9 milioni di dollari per la consegna di “addestratori P5” che saranno “impiegati sui velivoli dell’aeronautica e della marina militare statunitense, fra i quali F-15, F-16, FA-18 ed AV-8B, nelle basi europee, in particolare quelle in Italia, Germania e Regno Unito”.

L’acquisizione dell’azienda da parte della holding italiana risale al maggio 2008. Si è trattato di una spericolata operazione per il valore di circa 5,2 miliardi di dollari, che come ricorda Finmeccanica, “ha compreso l’assunzione di 1,2 miliardi di dollari di indebitamento netto con il sistema bancario, che verrà successivamente rimborsato con una combinazione di aumento di capitale, emissione di obbligazioni a lungo termine e cessione di attività (Ansaldo Energia)”. A finanziare l’acquisizione dell’intero pacchetto azionario di DRS Technologies, sono scesi in campo tre grandi istituti di credito italiani, Mediobanca, Intesa Sanpaolo e UniCredit, più l’americana Goldman Sachs International. Ogni singola azione è stata rastrellata a 81 dollari, quando alla vigilia dell’assalto di Finmeccanica ne valeva sul mercato appena 63. “La straordinaria crescita di DRS nel corso degli ultimi cinque anni e il premio ottenuto dall’operazione costituiscono un ottimo risultato per i nostri azionisti”, si legge nel comunicato emesso il 13 maggio 2008 dagli amministratori di Finmeccanica e DRS Technologies. Sì, proprio un grande affare, per speculatori, banche e signori delle armi e delle guerre.

di Antonio Mazzeo

Cento milioni di euro per incamerare il 2% del pacchetto azionario di Finmeccanica, la holding che controlla le principali industrie del comparto militare, aeronautico e spaziale italiano. Li ha sborsati la Lybian Investment Authority (LIA), l’autorità governativa libica che gestisce i fondi d’investimento in numerosi settori, da quello immobiliare, petrolifero ed industriale alle grandi infrastrutture, al turismo e all’agricoltura, in Libia come all’estero. Ma la vera partita si giocherà nei prossimi mesi quando la LIA tenterà di acquisire perlomeno il 3% del capitale di Finmeccanica per imporre nel consiglio di amministrazione alcuni degli uomini più fidati del colonnello Gheddafi. Attualmente la soglia del 3% è superata solo dal nostro Ministero dell’Economia (la partecipazione è del 32,5%), ma dopo che il 21 gennaio 2011 la Capital Research and Management Company di Los Angeles ha ridotto la propria presenza dal 4,88 all’1,85%, l’authority libica è divenuta la seconda azionista di Finmeccanica, prima di Mediobanca che con l’1% circa del capitale controlla un terzo dei componenti del Cda.

L’ingresso di Tripoli nella holding segue di un anno l’accordo tra i general manager Finmennica e Libya Africa Investment Portfolio (LAP), l’entità finanziaria controllata dalla Lybian Investment Authority, che ha dato vita ad una joint venture paritetica “per una cooperazione strategica nel settore militare ed aerospaziale, delle telecomunicazioni, dei trasporti, dell’elettronica e dell’energia” in grado di operare in Libia, nel resto del continente africano e in Medioriente. Ancora prima, nel 2006, era stata creata la Libyan Italian Advanced Technology Company – LIATEC, società per azioni con sede a Tripoli controllata al 50% dalla Libyan Company for Aviation Industry e per il restante 50% da Finmeccanica e dalla controllata AgustaWestland. “LIATEC opera quale fornitore delle agenzie libiche preposte agli approvvigionamenti per la fornitura di elicotteri, aerei medi e leggeri, sistemi elettronici di sicurezza e infrastrutture terrestri”, spiega Finmeccanica in un comunicato. “La società beneficia di diritti commerciali per la vendita in un certo numero di Paesi del continente africano di mezzi assemblati localmente. I due azionisti italiani forniscono know-how, addestramento, tecnologie e attrezzature, mentre il socio libico investe principalmente in infrastrutture, impianti e attività di marketing locale”.

Oltre ad un centro di addestramento volo per il personale libico, il programma di sviluppo di LIATEC si è concretizzato nella realizzazione di un moderno centro di manutenzione e assemblaggio elicotteri nell’aeroporto di Abou Aisha, vicino Tripoli. L’impianto, realizzato dalla Maltauro Costruzioni di Vicenza per un importo di 11.289.800 euro, è stato inaugurato il 29 aprile 2010. Dovrà produrre gli elicotteri leggeri monomotore e multiruolo AW119Ke “Koala” e AW109 “Power” e i pattugliatori bimotore AW139. Si tratta di velivoli prodotti su licenza AgustaWestland, una delle prime aziende italiane tornate ad operare in Libia dopo il riavvicinamento politico-diplomatico tra Roma e Tripoli. Nel gennaio 2006 l’azienda elicotteristica ha venduto alle forze armate libiche 10 AW109, valore 80 milioni di euro”, utilizzati per il controllo delle frontiere terrestri e marittime. Successivamente AgustaWestland ha consegnato 10 esemplari dell’elicottero AW119Ke e ha ricoperto il ruolo di sponsor privilegiato di LAVEX 2007, la seconda edizione del salone arabo-africano dell’aviazione. Alla fiera dei mercanti d’armi, le aziende di Finmeccanica hanno offerto il meglio della propria produzione industriale: oltre agli elicotteri AgustaWestland, l’aereo da trasporto tattico C-27J “Spartan” e il caccia addestratore “Aermacchi M-311” di Alenia Aeronautica, e le più sofisticate attrezzature di controllo radar e sensori di Selex Sistemi Integrati e Selex Sensors & Airborne Systems.

Nel giugno 2008 gli stabilimenti Agusta sono stati tappa della storica visita in Italia del Capo di Stato Maggiore dell’aeronautica libica, generale Al Sherif Alì Al Rifi. L’alto ufficiale sfruttava l’occasione per recarsi pure dal 72° Stormo Ami di Frosinone per “approfondire tematiche inerenti la formazione ed i programmi istruzionali in uso presso la Scuola Volo, nonché le potenzialità dell’elicottero NH-500E, in dotazione al Reparto di addestramento”, come recita un comunicato del Comando dell’Aeronautica militare italiana. Il generale Al Rifi visitava infine il 36° Stormo di Gioia del Colle (Bari) per una “significativa illustrazione delle attività operative connesse al velivolo Eurofighter Typhoon (F2000) in dotazione al XII Gruppo di volo”. L’NH-500E delle forze armate italiane è stato prodotto su licenza USA dalla Breda Nardi, azienda poi acquisita da Agusta; il caccia multiruolo Eurofighter è invece realizzato da un consorzio europeo controllato al 19,5% da Alenia Aeronautica.

Nel frattempo sono fioccati i contratti per il gruppo Finmeccanica: nel luglio 2007 il ministero della difesa libico assegnava ad Alenia-Aermacchi la revisione di 12 velivoli addestratori SF-260 (valore della commessa tre milioni di euro), mentre nel gennaio 2008 era affidata ad Alenia la fornitura di 9 velivoli ATR-42MP “Surveyor”. Il contratto (31 milioni di euro) includeva l’addestramento dei piloti e degli operatori di sistema e l’installazione a bordo di un radar di ricerca e di sensori elettro-ottici. “L’ATR-42MP sarà utilizzato dal corpo della General Security libica per il pattugliamento marittimo, il controllo delle acque territoriali e delle zone economiche esclusive, la lotta al traffico illegale di beni e persone, il lancio di equipaggiamenti per il soccorso in mare”, annunciavano i manager di Alenia. In aggiunta alle missioni di sorveglianza il velivolo può assicurare pure il trasporto truppe e paracadutisti.

A dar forza all’alleanza tra l’industria militare italiana e il governo di Tripoli ha contribuito in particolare il “Trattato di amicizia e cooperazione italo-libico” sottoscritto il 30 agosto 2008 da Silvio Berlusconi e dal colonnello Gheddafi. All’articolo 20 esso prevede infatti “un forte ed ampio partenariato industriale nel settore della Difesa e delle industrie militari”, nonché lo sviluppo della “collaborazione nel settore della Difesa tra le rispettive Forze Armate, mediante lo scambio di missioni di esperti e l’espletamento di manovre congiunte”. Ancora più esplicito l’articolo 19 del Trattato che auspica un’“intensa” collaborazione tra Italia e Libia “nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, al traffico di stupefacenti, all’immigrazione clandestina”, e impegna le due parti alla “realizzazione di un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche, da affidare a società italiane in possesso delle necessarie competenze tecnologiche”.

Sono ovviamente le aziende Finmeccanica ad essere impegnate nel rinnovamento del sistema libico di controllo dei confini e di contrasto anti-migranti. Tramite Selex Sistemi Integrati (azienda leader nella produzione di sensori navali e terrestri e nel controllo del traffico aereo) è stato firmato un accordo del valore di 300 milioni di euro per la realizzazione di un sistema di sorveglianza radar delle coste libiche e delle frontiere con Niger, Ciad e Sudan. L’azienda italiana provvederà alla progettazione, all’installazione e all’integrazione del sistema dotandolo di tutte le funzionalità C3 (Comando, Controllo, Comunicazione) e di quelle “di elaborazione dell’informazione, integrazione dei dati provenienti dai vari sensori e gestione delle emergenze”. Selex avrà inoltre la responsabilità dell’addestramento degli operatori e dei manutentori libici e assicurerà l’esecuzione delle opere civili necessarie. In accordo con quanto previsto dai Protocolli di cooperazione in tema di contrasto all’immigrazione firmati a Tripoli il 29 dicembre 2007, l’Italia ha pure consegnato sei motovedette della Guardia di finanza “dotate di moderni sistemi di scoperta e telecomunicazioni” e di due potenti propulsori diesel che permettono di raggiungere una velocità massima di 43 nodi. L’Italia dovrebbe consegnare presto alla polizia libica anche una ventina di piccole imbarcazioni per poter meglio adempiere al “lavoro sporco” di respingimento delle imbarcazioni dei migranti.

Grandi affari infine per un’altra importante controllata Finmeccanica, l’Ansaldo, che nel giugno 2009 si è aggiudicata una commessa da 541 milioni per la realizzazione dei sistemi di segnalamento e degli impianti di telecomunicazioni della linea ferroviaria costiera Ras Ajdir-Sirte e di quella verso l’interno Al-Hisha-Sabha. Stavolta non si tratta di velivoli da guerra ma a firmare il contratto per conto del governo libico è stato l’ex agente segreto Said Mohammed Rashid, condannato all’ergastolo dalla Corte d’Assise di Milano con sentenza passata in giudicato per omicidio e detenzione illegale di revolver e munizioni.

 

di Antonio Mazzeo

Per lo sviluppo del programma sono già stati investiti più di 500 milioni di dollari e lavorano fianco a fianco i ricercatori di un colosso mondiale del settore farmaceutico e i migliori medici delle forze armate USA. Sponsor, l’onnipotente padrone delle nuove tecnologie informatiche. Si tratta della sperimentazione di un nuovo vaccino contro la malaria, nome in codice “RTS,S/ASO2”. Una speciale unità dell’esercito statunitense in Kenya (USAMRU-K) e la multinazionale britannica GlaxoSmithKline (GSK) stanno eseguendo decine di migliaia di test su bambini e neonati in alcuni dei villaggi più poveri del continente africano. Il tutto sotto l’occhio vigile di US Army Africa, il comando delle forze militari terrestri in Africa istituito a Vicenza che tra gli scopi annovera il “supporto delle missioni mediche di US Army nel continente nero”.

È nel Muriithi-Wellde Clinical Research Centre di Kombewa, città della provincia di Nyanza (Kenya), che i dati della sperimentazione del vaccino vengono raccolti ed analizzati dal team di USAMRU-K. “La nostra unità dipende dal Comando per la Ricerca Medica dell’US Army (USAMRMC) che ha sede a Fort Detrick, Maryland, ma noi stiamo coordinando le attività nel continente con l’US Africa Command (AFRICOM) di Stoccarda e US Army Africa di Vicenza”, spiega il portavoce di USAMRU-K. “A Kombewa è in avanzata fase di sviluppo la ricerca sull’efficacia del vaccino contro la malaria, malattia trasmessa da zanzare infette. USAMRU-K partecipa alla sperimentazione di quello che potrebbe diventare il primo vaccino anti-malarico per bambini. I partecipanti ricevono cure gratuite per la durata di tre anni scolastici. Una volta provata la sua sicurezza ed efficacia, il vaccino potrà essere immesso sul mercato. Lo studio odierno nasce da una partnership con la PATH Malaria Vaccine Initiative (MVI) e la compagnia farmaceutica GlaxoSmithKline (GSK)”. Per lo sviluppo del vaccino, GSK ha già investito 300 milioni di dollari e altri 100 verranno spesi nei prossimi due anni. Al finanziamento delle ricerche ha contribuito con 107,6 milioni di dollari l’organizzazione statunitense “no-profit” Path, utilizzando un fondo ad hoc della Bill & Melinda Gates Foundation, la fondazione “umanitaria” del magnate di Microsoft, Bill Gates.

Il vaccino RTS,S/AS02 è stato creato nel 1987 nei laboratori del Belgio di GSK Biologicals (una partecipata Glaxo) ed è stato testato la prima volta nel 1992 su “alcuni volontari” negli Stati Uniti d’America, grazie alla collaborazione dell’US Walter Reed Army Institute of Research, l’istituto di ricerca medica dell’esercito USA con sede a Washington. La prima campagna di sperimentazione ad ampio raggio dell’RTS,S ha però preso via in Africa nel 1998 e nel biennio 2002-2003 i test sono stati eseguiti sulla popolazione “adulta” dei villaggi di Kombewa nel Centro clinico co-gestito da USAMRU-K. “I test fornirono dati incoraggianti in termini di sicurezza e immunogenicità, così a partire della fine del 2003 è stata avviata la fase sperimentale “Ib” su 90 bambini della stessa aerea geografica, che ha prodotto risultati ancora una volta incoraggianti”, si legge in un report della GlaxoSmithKline. “Subito dopo è partita la fase “II”, condotta su oltre 2.000 bambini nel sud del Mozambico. I risultati di questo test, pubblicati dalla rivista medica The Lancet nel 2004 e 2005, hanno mostrato che l’RTS,S è stato efficace per un periodo di 18 mesi nel ridurre la malaria clinica nel 35% dei casi, e la malaria grave nel 49%”. Ignoto, ovviamente, cosa sia accaduto nel restante numero di casi, 1.300 bambini cioè in carne ed ossa.

Qualche tempo dopo è stata avviata la fase sperimentale “”IIb” per determinare l’efficacia “a lungo termine” del vaccino anti-malarico. A far da cavie, stavolta, più di un migliaio di neonati di Kenya e Tanzania e un imprecisato numero di bambini in Mozambico. I risultati sono stati pubblicati l’8 dicembre 2008 dal New England Journal of Medicine: “In 340 bambini di età compresa tra i 5 e i 17 mesi, l’RTS,S/AS01 ha ridotto il rischio di episodi clinici di malaria del 53%, su un periodo di follow-up di otto mesi, quando è stato amministrato a 8, 12 e 16 settimane di età con un vaccino comune contenente antigeni per la difterite, il tetano la pertosse e l’haemophilus influenzae B (Hib). Lo studio ha inoltre riportato il 65% in meno nell’insorgenza delle nuove infezioni su un periodo di follow-up di tre mesi dopo la somministrazione delle tre dosi vaccinali”.

Negli stessi mesi veniva realizzato un ulteriore test in Kenya e Tanzania su 894 bambini tra i 5 e i 17 mesi di età. “Si è valutata la sicurezza e l’efficacia dell’RTS,S/AS, combinato ad un altro Sistema Adiuvante di proprietà della GSK, noto con il codice AS01”, spiegano i responsabili della società farmaceutica. “Sono state somministrate ad ogni bambino altre tre dosi del vaccino sperimentale RTS,S/AS01 o il vaccino anti-rabbico. È stato provato che la formula RTS,S/AS01 riduce gli episodi di malaria clinica del 53% in un periodo medio di otto mesi. Studi successivi in Mozambico con l’utilizzo del vaccino RTS,S congiuntamente ad un Sistema Adiuvante differente della GSK (AS02) hanno provato il 35% di efficacia contro la malattia clinica per 18 mesi in bambini di età compresa tra uno e quattro anni”.

Nel maggio 2009 ha infine preso il via la fase sperimentale “III” che ha visto la somministrazione del vaccino a più di 16.000 bambini di sette paesi dell’Africa Sub-Sahariana (Gabon, Mozambico, Tanzania, Ghana, Kenya, Malawi e Burkina Faso). Secondo US Army, nel centro clinico di Kombewa sarebbero stati sottoposti a test più di un migliaio di bambini di età compresa tra i cinque mesi e tre anni. “Il passo successivo sarà quello di trovare un altro migliaio di partecipanti che abbiano non più di sei settimane di vita”, spiega la responsabile del presidio militare. “Ciò significa ottenere la fiducia di nuove madri nei villaggi rurali, dato che esse partoriscono sempre in casa”.

Un comunicato della GlaxoSmithKline in data 21 aprile 2010 afferma che “se sarà provata l’efficacia sui bambini tra i 5 e 17 mesi d’età, il nuovo vaccino sarà sottoposto ai controlli delle autorità sanitarie internazionali nel 2013”. Ulteriori dati sulla sicurezza e immunogenicità “saranno presentati quando essi saranno pronti”. “Se tutto andrà bene – prosegue GSK – la somministrazione generale dell’RTS,S ai bambini di età compresa tra le 6 e le 12 settimane di vita sarà possibile entro cinque anni”. Se tutto andrà bene, dunque. Male che va si potrà pensare di estendere la sperimentazione ad altre decine di migliaia di piccolissime cavie umane in tutto il continente africano.

Se appare incredibilmente spregiudicata e priva di etica la massiccia sperimentazione del vaccino in aree del continente dominate dalla fame, dal sottosviluppo, dall’analfabetismo e dall’assenza di qualsivoglia servizio primario, desta profonda inquietudine il ruolo assunto nella vicenda da un’unità “sanitaria” d’élite delle forze armate USA. USAMRU-Kenya vanta però una lunga tradizione nel campo della “ricerca scientifica” e della “prevenzione” delle infermità tropicali. In qualità di task force operativa estera del Walter Reed Army Institute of Research, l’unità fu inviata in Kenya nel lontano 1969 per avviare uno studio sulla tripanosomiasi, un’infezione parassitica trasmessa dalla mosca tse-tse. Nel 1973 USAMRU stabilì una propria sede permanente a Nairobi grazie ad un accordo con il Kenya Medical Research Institute. Negli anni successivi furono aperti laboratori nella capitale e nel Kenya occidentale (Kisumu, Kisian, Kombewa e Kericho) per la sperimentazione di farmaci contro malaria, tripanosomiasi, “malattie infettive globali emergenti” e l’HIV/AIDS. Proprio all’AIDS sono stati destinati gli sforzi maggiori più recenti: nell’ambito dell’United States Military HIV Research Program (USMHRP), lo staff di US Army sta sviluppando il vaccino HIV-1 ad efficacia globale e testando e valutando altri vaccini sperimentali contro l’AIDS. La sede del programma HIV è stata stabilita ancora una volta in Kenya, a Kericho, alla fine del 2000.

Coincidenza vuole che a fine dicembre 2000 nasceva pure in Gran Bretagna la GlaxoSmithKline (GSK) grazie alla fusione di due grandi società farmaceutiche, Glaxo Wellcome e SmithKline Beecham. Con oltre 100 mila dipendenti e un fatturato di 34 miliardi di euro, GSK si colloca al secondo posto nel mondo con una quota di mercato del 5,6%, dietro il gruppo Pfizer. Il comportamento “etico” della multinazionale è stato duramente stigmatizzato da più parti e non sono mancati gli scandali che l’hanno vista direttamente coinvolta. Tra le fondatrici di EuropaBio, l’associazione-lobby che raggruppa le industrie che promuovono la legalizzazione della produzione e dell’impiego di cibi geneticamente modificati, GlaxoSmithKline è stata messa sotto inchiesta dalle autorità argentine a seguito della morte nel 2008 di 14 bambini sottoposti alla sperimentazione di un nuovo vaccino contro la polmonite e l’otite. Altri due bambini sarebbero morti durante analoghi test a Panama e Cile. Agli inizi del 2007 la GSK aveva cominciato la somministrazione di 15.000 vaccini contro lo pneumococco ad altrettanti bimbi minori di un anno in tre regioni del nord argentino, Mendoza, San Juan e Santiago dell’Estero. Secondo gli organi di stampa locali, i genitori, di origini umili, “firmavano senza sapere che si trattava di una sperimentazione in fase tre, direttamente su umani, di un farmaco che poteva comportare dei rischi”. Nonostante l’indagine, GSK ha iniziato a distribuire in tutto il continente africano il vaccino Synflorix “per combattere le malattie pneumococciche invasive”. Si tratta di un programma “umanitario” dal costo di 1,3 miliardi di dollari voluto da G8, Banca Mondiale e UNICEF, finanziato in buona parte dall’Alleanza pubblico-privato internazionale GAVI (Global Alliance for Vaccines and Immunisation), da cinque paesi donatori (Gran Bretagna, Canada, Russia, Norvegia e Italia) e dall’immancabile Bill & Melinda Gates Foundation. È prevista la distribuzione fino a 300 milioni di dosi prodotte da un impianto aperto dalla multinazionale a Singapore. Proprio un bell’esempio di mercato globale.

Mentre fatturati e guadagni si moltiplicano inverosimilmente, il management di GSK ha varato un piano che prevede la chiusura a breve termine del Centro ricerche e produzione antibiotici di Verona, uno dei due impianti posseduti in Italia dalla società. A rischiare il licenziamento sono più di 600 lavoratori. Delocalizzazioni nel sud-est asiatico, test sui bambini africani, smantellamento dell’apparato produttivo in Europa. E nello sfondo la guerra, altro crimine del capitalismo dal volto sempre più disumano. Nell’ultima decade, la GlaxoSmithKline ha sottoscritto con il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d’America ben 61 contratti per la fornitura di vaccini, farmaci e attrezzature sanitarie, per un importo complessivo di 75.555.579 dollari. Assai meno di quanto fatto però dal partner e “mecenate” Bill Gates: in computer, programmi e war games, Microsoft-Gates ha fatto affari con il Pentagono per 278.480.465 dollari. Due volte e mezzo in più di quello che è stato reinvestito per i nuovi vaccini contro la malaria.